Le nuove povertà/6

/ 15.06.2020
di Lidia Ravera

Betta restò per un attimo immobile, le chiavi nella mano destra , il sorriso, prodotto da quella serata strana e gratificante, ancora sulle labbra, ma fermo, e quindi sul punto di spegnersi. Pensò che Tom avrebbe detto «Dov’eri» o «dove cazzo eri».
Minime variazioni sul tema.
Era sempre stato smanioso di controllo. Poteva non intervenire, non reprimere, non limitare, ma doveva sapere.

«Vuoi che ti dica dov’ero?», chiese Betta, con la voce che tremava appena di collera negata.
Tommaso era pallido, e la guardava.
Sapeva perfettamente che, quando si sentiva messa sotto accusa, lei aggrediva, ma stando sempre bene attenta a non passare dalla parte dei forti. Si situava stabilmente dal punto di vista della vittima. E da quella postazione privilegiata cercava di vincere.
Come tutti.

Pensò, guardandola, che era un’attrice molto migliore di quanto credeva di essere. Ed era bella. E allora perché? Perché erano finiti tutti e due impantanati nell’insuccesso? Si fece da parte per farla entrare, cerimoniosamente.

Betta si tolse le scarpe con il tacco e camminò verso il bagno. Eretta, tesa nel suo collo da cigno, per bilanciare la nudità dei piedi. «Dimmi dov’eri tu, piuttosto. È durato poco il tuo momento di riflessione».
Chiuse la porta del bagno, senza aspettare la risposta. Fece scorrere l’acqua nella vasca, che era scomoda, angusta, come tutto in quella casa odiosa. Si lavò con un vigore inutile. Come se volesse levarsi di dosso, fregando la pelle col guanto di crine, chissà quale contaminazione. Quando uscì dal bagno Tom era nel letto. Nudo.

Betta lasciò cadere con un gesto molle l’asciugamano che aveva legato come un pareo sopra il seno. Si infilò fra le lenzuola con un movimento unico, sinuoso, da ballerina e come una ballerina in una pausa della danza, restò lì, sul palcoscenico. Sotto i riflettori. In attesa. Sapeva che avrebbero cercato nella chimica dei corpi, negli umori del sesso, di disinfettare la ferita, qualunque fosse la sua estensione o profondità. Si trattava di un primo soccorso necessario, cui non intendeva sottrarsi.

L’attenzione del vecchio che le aveva offerto la cena, aveva funzionato come un preliminare. L’aveva, il vecchio, senza saperlo, scaldata. Sciolta. Eccitata. Preparata al godimento. Tom si era sdraiato su un fianco e la guardava, la testa appoggiata sulla mano, il gomito piantato sul cuscino.
Nessuno dei due voleva muovere la prima carezza, eppure fra loro era palpabile la voglia di toccarsi, di strofinarsi uno contro l’altro.

Betta disse: «Volevi lasciarmi e hai cambiato idea? O non hai trovato un posto per dormire? Eva e Nicola hanno dato via il divano degli ospiti?» Il tono non era quello giusto, Betta si sentì stridula. Ma esiste un tono giusto quando non hai voglia di parlare?

Tom sospirò, esagerando aggressivamente la noia. Si lasciò cadere sul letto, supino, e smise di guardarla, gli occhi al soffitto.

Litigavano spesso, da quando le ambizioni di entrambi si erano rivelate insufficienti a sopportare la povertà. E fare la pace, a parte la scopata rituale, era sempre più difficile.

«Non ho mai detto che volevo lasciarti», disse Tom, con una voce arresa. «Conosciamo la formula: una pausa di riflessione. Ho bisogno di stare un po’ solo, scansati e vedrai che si aggiusta tutto». Betta si alzò per andare a prendere una sigaretta. Non aveva voglia di fumare ma voleva camminare nuda davanti a lui.
Costringerlo a considerare la sua bellezza, a non abituarcisi, a conferirle il giusto valore. A sentirsi in debito.
Tommaso la guardò, perché la conosceva abbastanza per sapere che voleva essere guardata, poi provò ad alzare la voce. «Con chi hai cenato stasera? Dov’eri? Dove sei andata a festeggiare la libertà?», disse, cercando una gelosia che non provava.

Il vestitino nero, aderente come una seconda pelle, era il suo scudo, lo indossava quando aveva paura. Era stata anche la sua arma da guerra. Era da un pezzo che non la dissotterrava.
«Mi rispondi o no?», disse, perché lei continuava a fare la statua in fondo alla stanza. Betta rispose, con un timbro volutamente soave:

«Ho rimorchiato un tipo in un bar». Quindi sedette sull’orlo del letto, vicina al corpo supino di Tom, come una parente in visita ad un malato.
«Per ripicca», disse Tom
«No, per soldi. Solo per soldi. Mi ero dimenticata come si mangia bene in un buon ristorante. Se c’è un uomo che paga».
Il ceffone le arrivò in faccia improvviso, sonoro. Data la posizione di Tom, risultò alquanto artificioso.

(Continua)