Le nuove povertà/4

/ 20.04.2020
di Lidia Ravera

Betta sentì le gambe cedere, no, non uno svenimento, senza due maschie braccia a sorreggerla non avrebbe mai osato perdere i sensi, piuttosto un cedimento strutturale. Un bisogno impellente di sedersi, e restare seduta. Di non reagire, né con la rabbia né con la speranza. Si rese conto che da mesi lottava contro il desiderio di lasciar andare tutto. Non lavarsi, non truccarsi, non truccare le carte, non alzarsi dal letto, non nascondere più la delusione: la vita era questo gironzolare a vuoto aspettando che squillasse il telefono? Prese in mano il biglietto che Tom le aveva lasciato sul tavolo. Lo rilesse. «Sto via qualche giorno. Farà bene a tutti e due. Sara è da Serena. Dorme lì». Cercò di piangere. Sentiva le lacrime vicine, ma non riusciva a liberarle, avrebbe voluto singhiozzare e gridare, invece un liquido caldo le rigava appena le guance, inarrestabile e lento.

«Sto via qualche giorno», disse imitando la voce pastosa di Tom, « Sta via qualche giorno, lo stronzo!» Accartocciò il biglietto e lo lanciò nel secchio della spazzatura, centrando il coperchio.Cercava la rabbia. «Ah ma quando ricompare lo mollo! Se crede di poter fare come gli pare, si è sbagliato di grosso. Vai, vieni. Non incassi un soldo da non so... sei secoli, tanto ci sono io che garantisco il credito con il mio vecchio cappotto da mille euro... per non dire altro... Vogliamo dirlo? le mie tette, le mie gambe, i miei capelli...».

Quando si accorse che stava parlando da sola, aprì la bottiglia di vino che avrebbe dovuto servire, ancora una volta, per trasformare la fine di una giornata di merda in una piccola festa privata. Erano sempre stati bravi in quel tipo di operazioni. Si confessavano l’un l’altra verità scomode e pensieri tremendi, si davano la croce addosso, arrivavano perfino, certe volte, a invidiare apertamente la generazione dei loro genitori, che potevano essere contro lo Stato di Cose Presente in nome di un altro Stato di Cose Possibile, il Comunismo, maotsetung, l’anarchia, i soviet, il potere operaio. Cose così. Invidiabili favole per disadattati del secolo scorso. Bevevano e parlavano. Poi facevano l’amore «che costa meno del cinema» e si addormentavano convinti che la loro vita era pregiata. Nonostante tutto. Al risveglio quella sensazione piacevole era scomparsa. Il mattino portava il silenzio nervoso di Tom, le critiche aggressive di Sara («Possibile che non comprate mai dico mai uno yogurth decente?), l’incapacità sua di non buttarla in litigio. Betta decise di farsi una doccia.

Quando i pensieri diventano troppo neri bisogna lavarli via. Shampoo, balsamo (poco, quando è finito come te lo ricompri?). Si guardò allo specchio a lungo, nuda, si guardò di profilo. I capelli erano il suo punto di forza, i capelli e le tette.Come un violinista sicuro della sua abilità con lo strumento, pensò che lei non sarebbe mai stata veramente povera. Non finché era abbastanza giovane per piacere a qualcuno. Aveva visto sua madre sfiorire, e sua madre era una vera bellezza, da giovane. Nel 1968, a 17 anni, era stata eletta miss Lombardia, e avrebbe potuto partecipare al concorso di miss Italia, se suo padre , un rigido professore di matematica, non gliel’avesse impedito, se non l’avesse spedita in un collegio a Cortina, dalle Orsoline, in mezzo alle figlie dei ricchissimi, a ingoiare invidia, ma protetta dalla tentazione della vanità. Aveva visto sua madre appesantirsi, aveva visto i suoi delicati lineamenti smottare verso il doppio mento, le macchie  sulle mani. Quanti anni aveva quando era iniziato il declino? Cinquantanove? Sessanta?

Betta pensò che non aveva un minuto da perdere. Indossò un tubino nero aderente come una seconda pelle, una giacchetta avvitata, le scarpe rosse con il tacco sottile (ne aveva ereditati 22 paia, da sua madre, di«tacchi a spillo»), il cappotto stretto in vita. Niente borsa. Scese in strada, si incamminò lentamente verso Trastevere. Aveva resistito alla tentazione di chiamare Tom sul cellulare. Era certa che non avrebbe risposto e non voleva che trovasse la sua chiamata. Pensò che poteva essere andato soltanto da Nicola, era l’unico amico vero che aveva. Gli altri, se stavano ancora al palo come lui, erano potenziali concorrenti. Nicola era suo amico perché non aspirava a fare il cinema, era uno scrittore e condivideva con Tom una sfrenata passione per la squadra della Roma.

Anche a lei piaceva Nicola, ma aveva una bella moglie, Eva, una rossa naturale. Betta registrò un brivido di gelosia. Provò a disinnescarlo con una dose di quel disprezzo che si era accorta di provare per Tom, ma non ci riuscì. Quel gruzzolo di disamore che le sarebbe stato così utile in quel momento, sembrava evaporato. Andandosene in quel modo, Tom si era rivalutato ai suoi occhi. Le aveva rifilato uno schiaffone. Un gesto da uomo. Aveva di nuovo gli occhi pieni di lacrime, Betta, quando si arrampicò sullo sgabello del Mr. Brown, a vicolo del cinque, e ordinò una Caipirinha che non aveva i soldi per pagare. (Continua)