Le nuove povertà/14

/ 11.01.2021
di Lidia Ravera

Nella luce del mattino il vecchio le parve più stanco e segnato di come lo ricordava, con la pelle ingiallita come una antica pergamena e un eccesso di profumo sulle mani, come se se lo fosse spruzzato in fretta, sulla soglia di casa sua, prima di scendere.
Improvvisamente si sentì in imbarazzo.

Non sapeva perché si era appostata sotto casa sua, le era sembrata una scelta facile. Come è facile spendere troppo per una persona che è sempre stata ricca. La dismisura fra gli anni che restavano da vivere a lei e gli anni che restavano da vivere a lui avrebbe dovuto metterla al riparo da qualsiasi sentimento che non fosse invidia o ammirazione, desiderio, rimpianto.

Doveva essere stato un bell’uomo Paolo Von Arnim: la statura (aveva gambe lunghe), gli occhi chiari (due pietre azzurre sepolte in un nido di rughe), le mani curate (una rarità fra i maschi), la prontezza del sorriso (aveva abbastanza soldi per mantenere una dentatura smagliante), tutto in lui rivelava una trascorsa virile avvenenza che si era trasformata in sicurezza. In potere.

«Che magnifica sorpresa», disse guardando Betta, come se l’avessero incaricato di eseguire un expertise e lei fosse il quadro da valutare. 

Era un autentico capolavoro o una volgare imitazione?
Betta si sentiva, in quel momento, una crosta, dipinta da un pittore della domenica e destinata a essere venduta per 10 euro a una fiera di paese. Troppo a disagio per recitare la parte della femmina seducente, decise di ripiegare sulla sincerità.

«Lei mi ha dato dei soldi, signor Von Arnim», disse, gustandosi la severità del tono. 
Von Arnim le sorrise, senza il minimo imbarazzo.

«Via, non mi sgridi, Betta. Non volevo essere scortese né invadente. Per me è stato un grande piacere intrattenermi con lei. E i piaceri si pagano. Io sono abituato a pagarli».

«Bastava il conto del ristorante», disse Betta, con una durezza sproporzionata alle sue intenzioni.
Von Arnim sorrise di nuovo e Betta provò a sentirsene offesa. Era paternalistico e mondano al tempo stesso, quel sorriso.

«Oh, cara: la matematica, in certi casi , non è una scienza esatta. Lei si attribuisce il valore di una cena, è una forma di modestia che ricorda l’autosvalutazione. Lei pensa di essere una giovane donna di qualche avvenenza che un anziano Ganimede può corteggiare con un buon ristorante. Io, l’anziano Ganimede, le assicuro che lei è molto di più di quello che crede di essere. Lei è...», nel corso di una breve sospensione Von Arnim le strisciò una carezza leggera sulla guancia sinistra, «incalcolabile».

«Incalcolabile? È il complimento più originale che ho ricevuto da quando ho incominciato a ricevere complimenti dagli uomini».
Risero tutti e due, e insieme alzarono gli occhi verso il cielo che, improvvisamente si era chiuso in una grigia tenaglia di nuvole.

Furono le prime solide gocce di pioggia a farli riparare nel portone e poi salire le imponenti scale di pietra fino all’attico, dove Von Arnim suonò il campanello e un cameriere di colore, elegante e anacronistico in una giacca a righe verdi e nere, aprì loro la porta.

«Thomas questa è Betta, Betta lui è Thomas, viene dal Senegal e cucina la miglior carbonara della città».

Seguendolo verso un salotto intimo nonostante le dimensioni che affacciava su una terrazza imponente, Betta pensò che tutto, al vecchio, pareva venire naturale. Si chiese se fosse privilegio degli anziani non essere mai stonati o in imbarazzo, oppure dei ricchi.

Forse degli anziani ricchi. Si erano appollaiati nel privilegio e dopo tutti quei decenni di vita pensavano di aver ragione, di essere nel giusto, di non sbagliare mai. Non un tono, non una parola, non un paio di scarpe. «Ha una bellissima casa», disse Betta, bevendo il caffè su un piccolo vassoio d’argento in una tazzina di ceramica così sottile da risultare trasparente. Non c’era un oggetto, un arredo, una sfumatura di colore che non fosse perfetta in sé e armonizzata con tutto il resto, in quella maledetta casa.

«Sapevo che le sarebbe piaciuta», disse Von Arnim. «Benedetta sia la stagione delle piogge. Ci avrei messo un tempo molto più lungo e molti inutili passaggi per attirarla nel mio habitat, se ci fosse stato il sole».
«E perché voleva attirarmi nel suo habitat?».

«Per vanità, naturalmente. Io non ho più un corpo giovane e attraente da mostrare, come pensi che possa nutrire la belva che cova in tutti noi? Il narcisismo, quel bisogno primitivo di essere lodati? La casa, la terrazza, l’abbigliamento...».
«Cinque banconote in una busta...», disse Betta, ritrovando il tono severo.
Von Arnim rise di gusto.

«No, no no. Quella è stata un’idea di mia moglie».

(Continua)