Le nuove povertà/10

/ 21.09.2020
di Lidia Ravera

Da Remo, a piazza di Santa Maria Liberatrice, rise con sua figlia, come non accadeva da tempo. Ordinò mezza bottiglia di vino, la bevve fino all’ultimo goccio e concesse a sé stessa e a Sara un dessert da 12 euro, cremoso e sontuoso.
Uno a testa, non uno solo con due cucchiaini.
Tornarono a casa a braccetto, cantando.
L’allegria durò per tutto il tempo dei preparativi per andare a dormire.

Sara, per ringraziare sua madre della pizza del dessert della scheda telefonica nuova e dei soldi per risarcire i debiti contratti a scuola, recitò la parte della bambina piccola, chiese il bacio della buona notte e anche «Raccontami una storia, mammina».
In genere Betta si commuoveva per quelle pause di regressione. Questa volta si scansò, seppure con gentilezza.
«Mammina sta per collassare e deve andare a letto subito subito».

Il bacio fu lungo e significativo, però, come per cancellare settimane di scaramucce e proteste. Qualsiasi morbosa curiosità sulla scomparsa del padre fu accantonata. Dunque basta così poco, pensò Betta, mentre cercava, inutilmente, di prendere sonno. Bastano cinque banconote da cento euro e siamo di nuovo tutti amici.

Improvvisamente, nel buio denso delle quattro del mattino, quei soldi le parvero sporchi. Decise che glieli avrebbe restituiti e si compose in testa una lettera glaciale e dignitosa.

Egregio signore, ho accettato in una serata di malinconia una caipirinha e una cena. Ho gradito la sua cortesia e la sua compagnia ma questo non le dà il diritto di offendermi come mi ha offesa. Non ho bisogno né desiderio dei suoi soldi. E non ho niente da offrirle in cambio. Pensò che l’avrebbe scritta, la lettera, poi l’avrebbe stampata e infilata in una busta con i 500 euro. Peccato che i 500 euro erano diventati 410, nel frattempo. E che non era in grado di integrare le perdite. Accese la luce. Rilesse per l’ennesima volta il breve messaggio con cui il vecchio aveva accompagnato le banconote «Non se ne abbia a male per questo ruvido omaggio. Lo consideri per quello che è».

Già, bravo e che cos’è? Un anticipo su future prestazioni? Il biglietto d’ingresso nella vita di una donna tanto più giovane di te? Certo, non sarebbe stata né la prima volta né l’ultima. La madre di Tom li aveva intrattenuti un’intera serata sul tema. Pare che negli Stati Uniti ci siano centinaia di siti che regolano quello scambio: bellezza e giovinezza in cambio di soldi e protezione, soldi e occasioni per guadagnarne altri, soldi e opportunità di lavoro. La madre di Tom non si era astenuta dal sottolineare che loro, lei e Tom, comunque, non erano più abbastanza giovani, benché non fossero certo vecchi. In quei siti le donne che offrivano la loro compagnia avevano sedici anni, diciotto, mica quaranta. Il ricordo di quel discorso la fece sentire ancora peggio.

Si alzò, prese la borsa, aprì il portafoglio, guardò, ancora una volta, l’ambiguo bottino. Potrei bruciarli, questi schifosi soldi, pensò, poi pensò che poteva usarli più utilmente per riempire il frigorifero, ma anche per far incazzare Tom, anzi no, meglio: per farlo sentire inadeguato a proteggerla dagli insulti del mondo.
Poteva anche destinarli a pagare l’analista. Ecco, sì, avrebbe fatto così. Li avrebbe dati all’analista come acconto. Gli avrebbe spiegato come li aveva avuti, gli avrebbe raccontato tutto quanto e ne avrebbero parlato a fondo (lei angosciata, lui impassibile) e alla fine lui li avrebbe rifiutati, ovviamente, e quindi lei avrebbe potuto comprare prosciutto, yogurth, frutta, salmone, biscotti...
Si addormentò sognando la lista della spesa.

La svegliò Sara, scuotendole una spalla. Era pronta per la scuola e si lamentava che non c’era niente per fare colazione.
Betta le diede dieci euro.
Ricevette un bacio. Sara adorava spendere soldi al bar. Si alzò adagio, dolorante, come se qualcuno l’avesse picchiata per tutta la notte. Con la luce del giorno le fu perfettamente chiaro che non poteva, in ogni caso, restituire il «ruvido omaggio», nemmeno i 400 euro rimasti, per il semplicissimo motivo che non era in grado di rintracciare il donatore. Non sapeva neanche il suo nome.

Si truccò con cura, indossò il cappotto costoso e uscì, pensando che si sarebbe fatto vivo lui. Non poteva non farlo. L’avrebbe trovato fuori dal palazzo, in attesa. Le avrebbe detto qualcosa di spiritoso e galante. Betta si accorse che, al di là di qualsiasi doverosa rimostranza, aveva una gran voglia di vederlo.
Non c’era, il vecchio, fuori dal portone.

Ma nella buca delle lettere giaceva, intonsa, un’altra busta bianca. (Continua)