La «formula magica» scricchiola

/ 01.11.2021
di Peter Schiesser

Il tempo corre, sotto la cupola di Palazzo federale, metà legislatura è trascorsa. E se quella precedente era stata definita una «legislatura perduta», povera di riforme di peso, neppure quella attuale ha dato grandi risultati. Eppure, l’elezione di un buon numero di deputati giovani, donne e ecologisti aveva fatto sperare che si facessero passi avanti, soprattutto sull’Avs e sull’Europa. Non è stato così.

Infatti, la nuova riforma delle assicurazioni per la vecchiaia, dopo la bocciatura popolare della revisione dell’Avs e della previdenza professionale del 2017, non è approdata a granché: la mini-riforma dell’Avs che verrà approvata alle Camere federali nella sessione invernale, con l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento per le donne, dovrà affrontare lo scoglio della votazione popolare (sindacati e Ps hanno preannunciato il referendum); la riforma del secondo pilastro, con la proposta di compromesso elaborata dalle parti sociali, rischia di essere bocciata già in parlamento. Dopo 20 anni dall’ultima grande revisione delle rendite per la vecchiaia si resta dunque al palo e le finanze dell’Avs peggiorano di anno in anno. In tema di Europa, poi, siamo ai piedi della scala, dopo l’abbandono del tavolo dei negoziati sull’accordo quadro con l’Unione europea. Anzi, sono stati fatti passi indietro, poiché senza accordo quadro gli accordi bilaterali rischiano di perdere consistenza, non venendo aggiornati. Inoltre la Svizzera si vede negata la partecipazione ai programmi di ricerca scientifica dell’Ue, e un accordo sull’elettricità - ancora più importante con la presente crisi energetica globale – si fa più improbabile.

Qualche riforma il Parlamento l’ha fatta: l’introduzione di un matrimonio per tutti e il congedo paternità, approvati dal popolo, l’abolizione dei dazi doganali sui prodotti industriali importati. Tuttavia, le aspettative sorte due anni fa, considerato che al Nazionale non c’è più una maggioranza di centro-destra (ma al Consiglio degli Stati sì), sono state deluse. Si guarda quindi alla prossima legislatura, e com’è tradizione si fanno i primi sondaggi, in primis quello commissionato dalla Srg-Ssr (ne scrive Luca Beti a pagina 33). Come ben sappiamo, i sondaggi sono una fotografia istantanea e spesso vengono sconfessati alle urne. Tuttavia, sono uno strumento utile per i partiti, per la loro futura campagna elettorale e per la composizione del futuro Consiglio federale. Sì, perché se i risultati mostrano una sostanziale stabilità dei blocchi, qualcosa potrebbe cambiare nella ripartizione dei sette seggi nel governo federale.

L’Udc si conferma primo partito, con consensi in crescita, i socialisti restano il secondo partito benché in leggero calo, ma i dati più interessanti riguardano Plr, Alleanza del Centro (nata dalla fusione di Popolari democratici e Partito borghese democratico, il partito dell’ex consigliera federale Widmer-Schlumpf), Verdi e Verdi liberali: il Plr infatti perde voti, a causa delle sue divisioni interne manifestatisi sulla legge sul CO 2 bocciata dal popolo e sull’accordo quadro con l’Ue, l’Alleanza del Centro perde qualcosa ma resiste, i Verdi confermano la loro forza e i Verdi liberali crescono ancora (rubando voti al Plr e al Ps, fra chi è deluso dal mancato appoggio all’accordo quadro con l’Ue). Secondo il sondaggio citato, Plr, AdC e Verdi raccolgono fra il 13,6 e il 13,2 per cento di voti. E questo non giustifica più che il Plr abbia due seggi in Consiglio federale, l’AdC uno e i Verdi nessuno. Questa riflessione era già nata due anni fa e i partiti di governo avevano promesso che in questi quattro anni avrebbero affrontato la questione, ma non l’hanno fatto. Se le prossime elezioni dovessero confermare queste stime, molto probabilmente la composizione del Consiglio federale dovrà cambiare e il Plr perderebbe un seggio, in questo caso probabilmente Ignazio Cassis non verrebbe rieletto. Ma non è detto che l’unico cambiamento riguardi la cessione del seggio del Plr ai Verdi, poiché tre seggi su sette all’area rosso-verde sarebbero eccessivi: il Ps infatti non svetta, con il suo 15,8 per cento di preferenze. Quindi anche il Ps rischia il suo secondo seggio, a vantaggio dei Verdi liberali (al 9,8 per cento, in crescita di 2 punti rispetto al 2019). Qualcosa potrebbe effettivamente cambiare nell’attuale «formula magica» di governo.