La caduta (e l’ascesa) di Casa Norfolk

/ 16.01.2017
di Cesare Poppi

«Non c’è niente di più strano di uno straniero in una terra strana». Così è venuto di pensare, parafrasando il titolo del famoso racconto di fantascienza di R. Heinlein (1961) al vostro Altropologo preferito durante la prima passeggiata mattutina del Nuovo Anno. Il fatto curioso è che non mi trovavo certo su un diverso pianeta così come succede al protagonista del suddetto romanzo. Perché – appunto – la cosa più strana che rendeva tutto più strano è che stavo camminando su di una spiaggia della costa Nord del Norfolk, là dove l’Inghilterra fa la gobba verso Est, quasi a voler congiungersi all’incerta linea costiera dei Paesi Bassi e così ricongiungersi all’odiato/amato Continente.

Quando è il turno della bassa marea il mare del Norfolk scompare. Si ritira là in fondo, a volte fino a due chilometri e forse più dalle dune costiere spazzate dal vento. Appare in quelle ore di esilio dalla terra come una linea plumbea tracciata su di un orizzonte infinito. Il cromatismo delle nuvole sempre grevi di pioggia aggiunge dramma nel contrasto coi colori dorati della sabbia esaltati dalla luce radente del solstizio appena trascorso. Allora si gonfiano cieli sconfinati che sembrano schiacciare ancor più la terra piatta, spianata, senza alture. Sono i cieli dell’East Anglia che hanno fatto grandi le visioni di Turner e di Constable.

Ed ecco allora scandirsi contro l’orizzonte i mulini a vento che gli ingegneri delle Terre Basse vennero a costruire nel ’600 onde evitare che due buoni terzi del Norfolk finissero sott’acqua per via di un’erosione costiera incessante ed impietosa: terrificanti mareggiate in congiunzione con alte maree oggi riposte nelle pieghe più indicibili della cultura popolare hanno cancellato per sempre interi villaggi: Eccles, Clare, Shipden, Keswick, Wimpwell... E – si racconta nei pub quando si rimane in pochi – quando ancor oggi i marosi infuriano contro le difese costiere, si possono udire le campane delle chiese affondate scandire a morto. Quando poi il mare comincia a rifluire occorre far in fretta a rientrare: la marea è veloce, quanti sono annegati per essere stati sorpresi a raccogliere vongole troppo lontano dalla terraferma.

Terra che qui ferma non è mai e sembra confondersi con l’acqua sempre e dovunque: le maree si infilano per miglia e per chilometri su per i fiumi e dentro agli ultimi rigagnoli dell’entroterra. Le barche adagiate nel fango tornano a galleggiare e potranno riguadagnare il mare almeno per le prossime sei ore, poi giù di nuovo. Al confine Sud del Norfolk, non lontano da Cambridge, la storia si ripete: i Fens, terre basse e paludose oggi in gran parte drenate delle paludi ma ancora – e forse ancor più oggi che la terra nera ne marca ancor di più gli sconfini – più immense nel loro proiettarsi verso l’orizzonte. Su tutto, ritagliata contro la fine della terra, la massa della Cattedrale di Ely. Monumentale, preistorico accrescimento senza un piano apparente di guglie, barbacani, doccioni archi e contrafforti cresciuti, crollati e testardamente rifatti in epoche diverse man mano che crollavano per il terreno fradicio e le fondamenta molli.

Il Norfolk è un paesaggio vuoto. Poche case, pochissimi abitanti. Norwich, la capitale, era la seconda città più grande (e più ricca) del Regno fino a metà ’600. Commerciava coi Paesi Baltici ed era nella Lega Anseatica. Poi la Storia ha preso altre strade ed il Norfolk è rimasto tagliato fuori dall’asse Nord-Sud, fra Londra, Manchester, Glasgow ed Edimburgo che oggi detta le direzioni da prendere. E tagliato fuori il Norfolk rimase con la caduta della Casa Howard, Duchi del Norfolk e braccio destro della Casata Reale fin dai tempi della Conquista. Vicini alla Corona per destino storico e manovre di matrimoni sapientemente intrecciati: Thomas Howard, quarto duca del Norfolk, nacque nel 1536 ed ereditò il titolo dal suo nonno omonimo nel 1554.

Il duca del Norfolk era non solo secondo cugino della regina Elisabetta I, era anche potente, sicuro di sé e forse anche un po’ temerario. Ricopriva incarichi di Stato importanti anche se la sua famiglia era nota per le simpatie nei confronti del Papa e del cattolicesimo romano. Simpatie peraltro diffuse in tutto il Norfolk, che era stato moderno nel Medioevo per diventare – come spesso accade quando la Storia ti taglia fuori – medievale nella modernità rinascimentale di quegli anni. Fattostà che, rimasto vedovo per la seconda volta, Thomas fu accusato da Elisabetta di tentare di sposare Mary regina di Scozia, cattolica romana, per poi imporla come nuova sovrana. Imprigionato il 16 gennaio 1572 e in seguito rilasciato, una volta libero non esitò a complottare con il re di Spagna Filippo II per mettere Mary sul trono e ritornare il regno a Roma. Imprigionato per la seconda volta, fu giustiziato nella Torre di Londra, e quivi sepolto, il 2 giugno del 1572 all’età di 36 anni.

Fine della Casa Howard, chiederete? Nient’affatto. Quattro generazioni più tardi il titolo di duca del Norfolk fu di nuovo concesso ai discendenti di Thomas Howard: oggi come sempre sono loro i responsabili per l’organizzazione dei funerali e dell’incoronazione dei reali britannici. Strano paese, il Norfolk.