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Il rapporto con un padre alcolista

/ 25.03.2019
di Silvia Vegetti Finzi

Gentile Signora Vegetti Finzi,
da quando avevo 10 anni mio padre ha iniziato a dipendere dall’alcol e questo ha portato alla separazione dei miei genitori, che mio padre non ha mai accettato. Lui, come per giustificare la sua dipendenza e la sua depressione, sostiene che mia madre lo abbia allontanato dal momento in cui siamo arrivati noi (figli).

Dal punto di vista di noi figli, mia madre ha gestito con forza la famiglia e ha sopportato la malattia di mio padre, cercando di non escluderlo dal rapporto con noi (Natale insieme, ecc.) e aiutandolo nelle fasi più difficili. Il difficile rapporto tra i miei, la sofferenza nascosta di mia madre – che ho scoperto tardi, dopo l’adolescenza – e la logorante dipendenza di mio padre hanno segnato molto me e i miei fratelli. Ora che sto fondando la mia famiglia vorrei dare un taglio al passato e distanziarmene. Speravo che diventando nonno mio padre avesse un motivo per smettere di bere ma non è stato così. Io non voglio permettergli di far soffrire anche la mia neonata famiglia. Secondo Lei è legittimo rompere i rapporti sapendo che ne soffrirebbe o dovrei essere indulgente e capire che «non è colpa sua» se non riesce a cambiare vita? L’affetto per un padre anche non perfetto non mi abbandona, eppure vorrei finalmente circondarmi di figure positive e non continuare a dover vivere con una ferita aperta. Staccandomi da mio padre però ho paura che la ferita rimanga tale e anzi, forse mi farei carico di una sofferenza ulteriore (senso di colpa dovuto alla mia decisione).
Grazie per il suo consiglio! / Giulia

Cara Giulia, 
la tua riflessione coglie efficacemente la complessità della nostra vita e l’impossibilità di sottrarci ai conflitti con un semplice gesto di cancellazione, Reset, come dicono i ragazzi. Tuo padre, per quanto inadempiente, fa parte della tua storia, della tua famiglia. E gli sei comunque affezionata, come traspare dalle tue parole. Tra le mie prime esperienze di psicoterapeuta ricordo uno stage in una Comunità per il recupero degli alcolisti cronici. Frequentandoli, ho provato per loro una immediata simpatia, soprattutto per quelli che si rivelavano fragili e instabili eppure sensibili, capaci di ascoltare e di entrare in sintonia con gli altri. Un tratto comune era di lamentarsi della moglie, spesso una persona generosa e gentile, alla quale attribuivano la loro sconfitta esistenziale. Più tardi ho compreso che quella ingiusta recriminazione manifestava una profonda regressione agli stadi della prima infanzia. L’alcolista, prima di giungere all’intossicazione finale, è un bambino piccolo che invoca la mamma perché lo accolga e lo allatti. Sentendosi figlio, è geloso degli altri figli che considera rivali nel possesso della madre. Per lui, assetato d’amore, la bottiglia rappresenta il seno buono, una fonte d’amore sempre a disposizione, capace di riportarlo alla spensieratezza della prima infanzia. Poiché questo non è possibile, vive alternando momenti di vuoto e di pieno, di gioia e di dolore, dove la sofferenza finisce progressivamente per prevaricare sul piacere.

Naturalmente non è la moglie il motivo dei suoi mali ma un complesso di cause personali e ambientali. La nostra società, sempre più esigente, ci chiede molto e non tutti sono in grado di corrispondere ai suoi standard per cui sono sempre di più le persone che non ce la fanno, che gettano la spugna e abbandonano il ring.

Tuo padre, cara amica, è evidentemente uno di questi ma il suo fallimento non ti autorizza a cancellarlo dalla tua vita come fosse una presenza molesta, uno scarto da dimenticare. Nel bene e nel male i nostri genitori sono dentro di noi, animano la scena della nostra mente, ne costituiscono il primo copione anche se non l’unico perché è sempre possibile scrivere un’altra storia. Con l’aiuto di tua madre sei riuscita a emanciparti, a realizzarti, a essere come lei e non è poco. Ora che, dopo la nascita di un bambino, stai per edificare la tua famiglia, non fondarla sul rancore, non chiudere la tua mano a pugno ma aprila e porgila a chi è caduto e aiutalo, per quanto possibile, a rialzarsi. Come riconosci nelle righe finali della tua bella lettera, tuo padre è una ferita aperta e, come tale, ha bisogno di essere curato più che ignorato. 

Ogni gesto buono che compirai nei suoi confronti sarà come accudire a te stessa, come prepararti a crescere tuo figlio, una creatura che ti chiederà molto, in certi momenti troppo, ma specularmente capace di restituirti l’amore che gli dai. Forse sarà lui, come spesso capita, a rendere nonno chi non ha saputo essere padre. In ogni caso credo che, al quesito che poni, ti sia già data una risposta, una risposta che sarà positiva perché il dubbio, la riflessione, il dialogo, sono già comportamenti morali. I cattivi non s’interrogano. Sicuri delle loro ragioni, agiscono in modo solipsistico e compulsivo, mentre chi entra nella «stanza del dialogo» è sempre mosso dalla fiducia e dalla speranza, le virtù che illumineranno la tua vita.