I grattacapi di Biden

/ 22.11.2021
di Aldo Cazzullo

Joe Biden aveva avuto un esordio prodigioso, ma a un anno dalla sua elezione è già in grande difficoltà. All’inizio un po’ tutti abbiamo guardato a Biden come a un vecchio arnese. Un attempato gaffeur, buono per battere un divisivo Trump, non certo per fondare una nuova stagione. Un personaggio di passaggio: per otto anni all’ombra della star Obama, poi magari destinato nel 2024 a cedere il posto a Kamala Harris. Nonostante questo – o forse proprio per questo – Biden aveva avuto un inizio folgorante. Il grande piano di rilancio dell’economia, sia a sostegno delle famiglie povere o impoverite dal Covid, sia per la costruzione di nuove infrastrutture. Lo sprint della campagna vaccinale. I toni duri con la Turchia di Erdogan, con la Cina di Xi, con la Russia di Putin, definito addirittura «assassino». E ancora: la proposta di un livello minimo di tassazione sulle imprese in tutti i Paesi dell’Ocse, per cancellare i paradisi fiscali, o almeno renderli meno accessibili. L’aumento delle imposte ai ricchi. Poi è arrivata la tragedia di Kabul. L’addio inglorioso, nel sangue e nel caos. La ritirata americana che ha ricordato quella da Saigon nel 1975. Così l’immagine di Biden si è appannata, in particolare all’estero.

Negli Usa si è parlato delle difficoltà del presidente in politica interna. A cominciare proprio dall’ambizioso piano di investimenti pubblici, fortemente ridimensionato dal Congresso, anche a causa della fronda democratica guidata dal senatore Joe Manchin. Il problema è certo la personalità del presidente che non convince né l’ala sinistra del partito democratico, né tantomeno i repubblicani su cui ha ancora una forte presa Trump, con la sua leggenda nera della «vittoria rubata». Ma il problema è anche il sistema americano, che premia l’alternanza più della stabilità. Il ciclo politico dei presidenti è breve. Vengono eletti il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, ma si insediano solo alla fine del gennaio successivo. Dopo 9 mesi c’è già un test elettorale, che molto spesso – come nel caso di Biden, che ha perso la Virginia e ha rischiato di perdere il New Jersey – non va bene. Poi, sempre il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, quindi a poco più di 21 mesi dall’insediamento, il presidente rischia di perdere la maggioranza al Congresso (ammesso che l’abbia mai avuta). Il che è un bel guaio, soprattutto per un democratico: la storia recente insegna che un presidente repubblicano – accadde anche a Reagan – dialoga con un Congresso democratico con meno difficoltà, magari puntando sui moderati dello schieramento avverso.

C’è poi da dire che la vittoria di Biden nel 2020 non è stata così netta. Senza la pandemia forse non sarebbe neppure avvenuta. In molti Stati la partita si è giocata e si giocherà su poche decine di migliaia di voti. Il vento può girare facilmente. Il mito trumpiano della vittoria rubata si basa su una menzogna, ma funziona. È presto per dire se Trump potrà tornare alla Casa bianca. Ma il populismo e il sovranismo non sono certo battuti. Se poi si perde l’occasione di affrontare in modo globale i problemi globali, dalla pandemia al riscaldamento del pianeta, le soluzioni – a mio avviso sbagliate – dei populisti e dei sovranisti torneranno a dettare l’agenda politica, non soltanto Usa. E i risultati ottenuti da Biden al G20 di Roma e poi alla conferenza di Glasgow sul clima non sono stati brillanti. Viene il dubbio che la strategia con la Cina non sia quella giusta. Il G20 era nato per avere al tavolo anche cinesi e russi. Se non vengono (come non sono venuti a Roma), diventa un G7 allargato. Del resto, da una parte l’Occidente sotto la spinta degli Usa boicotta Huawei e la Via della seta e manda sommergibili nucleari nel Mar della Cina, e dall’altra parte chiede anzi pretende un accordo sul clima.

Ma scelte difficili, come azzerare le emissioni per un Paese in piena crescita tipo la Cina, si possono indurre solo in un quadro di collaborazione internazionale. Che ora non c’è. Dal canto suo, Pechino ha assunto un atteggiamento arrogante. Xi Jinping ha imposto una deriva personalistica che preoccupa Biden. Tre ore di conversazione online tra i due leader non potevano certo risolvere i problemi; ma è inquietante che la prima voce filtrata dal vertice sia l’idea americana di boicottare le Olimpiadi invernali in Cina. Una strada già seguita in passato da un altro presidente democratico, Jimmy Carter, che non ha portato fortuna.