Bhutan proibitivo per gli eredi degli hippie

/ 15.08.2022
di Claudio Visentin

Quest’estate abbiamo ridefinito al ribasso il nostro concetto di felicità. Veder partire il proprio aereo in orario per esempio, con il bagaglio a bordo, dopo essere sopravvissuti a cancellazioni e ritardi per il caos negli aeroporti, può riempire l’animo di gioia. Tra tante disavventure, quasi per un riflesso automatico, ho pensato al Bhutan, il Paese della felicità. Com’è noto il piccolo Stato sul margine orientale dell’Himalaya orienta la sua politica verso la Felicità interna lorda. Oltre al Prodotto Interno Lordo (PIL), l’idolo dell’occidente, si tiene conto dei bisogni spirituali degli individui, della tutela dei beni culturali e dell’ambiente. I misuratori di felicità per conto del governo investigano variabili quali i buoni rapporti coi vicini, la qualità del sonno, il vigore fisico. Oltre il 90 per cento degli abitanti si ritiene tutto sommato felice, più gli uomini delle donne, più i cittadini dei contadini.

Il Bhutan ha pressappoco le dimensioni della Svizzera, ma non giunge nemmeno al milione di abitanti. Privo di sbocchi sul mare è stretto tra il Tibet a settentrione e diversi territori indiani verso gli altri punti cardinali. Il governo è una monarchia costituzionale sotto la guida del Re Drago, Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, alla guida del Paese dal 2006. L’esercito è minuscolo. Insomma è una strana combinazione di tradizione e modernità. Per esempio il Paese ha superato bene la sfida della vaccinazione di massa richiesta dal Covid, con risultati migliori anche degli Stati Uniti o dell’India. I villaggi più remoti, sulla cima di altissime montagne, sono stati raggiunti in elicottero, gli altri a piedi attraverso il ghiaccio e la neve.

L’economia del Bhutan si basa soprattutto sull’agricoltura; la coltivazione dei fertili terrazzamenti produce riso, frumento, mais, patate, spezie, frutta. E poi si allevano gli yak, i buoi tibetani. Una parte importante della ricchezza nazionale tuttavia proviene dal turismo, grazie ai monumenti, all’interesse per la vita tradizionale di un tempo, largamente preservata, e all’ambiente naturale (oltre metà del Paese è coperto da foreste). Con trecentomila visitatori l’anno e una spesa di 225 milioni di dollari (dati 2019), il turismo contribuisce al 6 per cento del prodotto interno lordo del Paese.

La storia del Bhutan moderno comincia negli anni Sessanta e Settanta, quando degli investitori svizzeri affascinati dalle sue vertiginose montagne, così diverse eppure al tempo stesso così familiari ai loro occhi, contribuirono allo sviluppo delle strade e degli impianti idroelettrici. La scuola fece il resto e all’inizio degli anni Settanta l’arcaico e rurale Bhutan era pronto per aprirsi al mondo. Nel 1974 per la prima volta fu consentito agli stranieri di visitare il Paese: trekking attraverso foreste e prati di montagna, templi a picco sul mare e incontri con le comunità locali in villaggi remoti.

Dal 1991 a ciascun visitatore fu richiesta una tariffa giornaliera di 250 dollari comprendente vitto, alloggio, una guida turistica obbligatoria e una tassa per lo sviluppo sostenibile di 65 dollari. Insomma porte chiuse per gli hippie che giungevano a migliaia nel vicino Nepal (Kathmandu!), dopo aver attraversato l’Asia via terra sui loro sgangherati veicoli, in favore dei ricchi turisti internazionali, per esempio americani. Né sarà più calorosa l’accoglienza per gli eredi degli hippie, i backpacker.

Tutto bene dunque? No. Una certa inquietudine si è risvegliata anche qui e, nel preparare la riapertura delle frontiere dopo l’epidemia (il 23 settembre prossimo), il Bhutan ha adottato nuove regole. La tassa giornaliera per lo sviluppo è più che triplicata e ammonta ora a 200 dollari. In compenso i turisti internazionali non saranno più costretti ad acquistare l’intero pacchetto, ma potranno organizzare in autonomia il proprio viaggio. Nelle intenzioni del governo insomma il Bhutan sarà sempre più una «destinazione esclusiva» per «turisti esigenti», che avranno nuove e maggiori possibilità di spesa.

Dal punto di vista etico naturalmente è una scelta discutibile, come e più di prima. Per cominciare non c’è nulla di male a essere poveri; inoltre la povertà non è un marchio indelebile. Per esempio l’Australia ha mostrato come molti giovani backpacker zaino in spalla tornino poi a distanza di anni, quando sono diventati magari affermati professionisti, con ben altra capacità di spesa. Inoltre gli operatori turistici del Bhutan temono gli effetti del cambiamento. Il nuovo modello per esempio potrebbe attirare ricchi turisti anziani che passeranno da un hotel di lusso all’altro, senza contatto con la popolazione locale. E riprendendo un proverbio americano si chiedono: «Perché aggiustare qualcosa che non è rotto?».