Bussole

Pascoli vaganti
Inviti a letture per viaggiare

Bussole Inviti a letture per viaggiare«Dimentichiamoci il nostro modo solito di muoverci, le vie più brevi, il minor tempo possibile, il navigatore che ci guida. Il gregge vagante non si mette in cammino per arrivare in un luogo, ma per nutrirsi. Non è importante il quando, bensì il come: non bisogna raggiungere un luogo entro la notte, ma è fondamentale che a sera gli animali siano sazi. Quando non c’è più cibo a sufficienza si va avanti fin dove se ne troverà ancora, e proprio questo è il compito principale del pastore: condurre i suoi animali da un pascolo all’altro. (…) Brucare, ruminare, brucare ancora, e l’uomo non può in nessun modo alterare questo meccanismo…» 

Pastori si nasce. In qualche caso però può essere anche una scelta, come è accaduto a Marzia Verona; dopo la laurea in scienze forestali si è legata al mondo dei pastori, raccontandolo dall’interno. Anche questo in fondo è un ritorno alla vita selvatica. Perché si diventa pastori? Dapprima credo per un sentimento estetico, la bellezza del paesaggio di collina e montagna, l’infinito cammino tra nuvole di lana bianca, i cani che radunano il gregge, i giochi degli agnellini (mentre gli ultimi nati riposano nelle sacche degli asini)…

Ma poi inevitabilmente si conosce anche il lato oscuro del mestiere: il caldo d’estate e il freddo d’autunno, la fatica, i bilanci che non quadrano mai, la burocrazia implacabile, le difficili relazioni umane, a cominciare dall’eterno dissidio tra nomadi e stanziali, tra allevatori e agricoltori. Anche per questo negli altri Paesi invidiano i pastori svizzeri, per gli spazi di cui dispongono e il maggiore rispetto della società.

Ma poi quando la strada chiama si risponde sempre, all’inizio dell’estate per salire in alpeggio, in autunno per ritornare in pianura.

Bibliografia
Marzia Verona, Storie di pascolo vagante, Laterza, 2016, pp. 113, € 14.


Wilderness, potente richiamo

Viaggiatori d’Occidente - Verso luoghi di natura selvaggia più vicini di quanto crediamo
/ 06.02.2017
di Claudio Visentin

Siamo stati selvaggi. Poi dalla foresta siamo stati cacciati o ci siamo allontanati di nostra volontà. Ma il suo richiamo non si è mai spento del tutto. Anche tra le luci artificiali e i rumori della città, basta una folata di vento proveniente dalla montagna, carica degli odori del bosco, per risvegliare quell’antico legame soltanto sopito. 

Oggi chiamiamo questo stato d’animo Wilderness, importando dall’America la parola e l’idea. Intorno alla metà dell’Ottocento, quando gli Stati Uniti si espandevano sempre più verso ovest, spingendo avanti la frontiera e fondando sempre nuove città, un piccolo gruppo di filosofi, poeti e artisti – il più noto è Henry David Thoreau – celebrarono la natura selvaggia, invitando l’uomo moderno a ricongiungersi con i suoi inizi (ndr.: ed è questo anche il tema al centro del libro recensito a pag. 12 da Laura di Corcia, per la rubrica: Seme nel cassetto). Sembrò dapprima stravaganza, ma poi il loro esempio si rafforzò e mise radici. 

Così proprio negli Stati Uniti nacquero i primi parchi naturali (Yellowstone è del 1872). Il punto d’arrivo di questo percorso fu il Wilderness Act del 1964: vastissime regioni nella parte occidentale degli Stati Uniti – oltre un milione di chilometri quadrati, come Francia e Spagna messe assieme – furono conservate nel loro stato originario per le generazioni future.

La Svizzera seguì l’esempio nel 1914 con il suo Parco nazionale in Engadina, dove l’uomo può solo contemplare lo svolgersi delle forze della natura, lasciata completamente libera. Anche in Italia – naturalmente in scala minore, ma con una maggiore varietà di paesaggi rispetto agli Stati Uniti – sono state create riserve naturali integrali, a cominciare da Sasso Fratino, sul versante romagnolo delle foreste del Casentino, una faggeta considerata la più antica selva d’Europa; e sul ramo orientale del Lago di Lugano, al confine tra Svizzera e Italia, troviamo Valsolda, la prima riserva integrale della Lombardia. 

Non finisce qui. Oltre alle aree protette, negli spazi vuoti delle carte geografiche, dove raramente cade lo sguardo, un numero sorprendente di territori ha cominciato un cammino di ritorno verso la selvatichezza. Sono nascosti tra case, industrie e gomitoli di strade, anche nella vicina Lombardia, nonostante i suoi quattrocento abitanti per chilometro quadrato. 

Basta una difficoltà d’accesso anche temporanea, per esempio una frana, per isolare un’area. Negli anni Sessanta la Val di Vesta, nel bacino del Lago di Garda, fu tagliata fuori dal mondo dalla creazione di un lago artificiale. In altri casi sono barriere naturali, o la mancanza di strade e sentieri, a tenere lontani gli uomini. E così, a poche decine di chilometri dalle grandi città, è possibile incontrare un lupo, vagare tra i boschi nella nebbia, sostare in un rudere spettrale o nella chiesa di un borgo abbandonato.

Un ottimo esempio è la parte italiana della Valle Onsernone, collegata alla madrepatria solo attraverso alti valichi chiusi dalla neve in inverno. E in Piemonte, tra il Verbano e il confine svizzero, a solo cento chilometri da Milano, la Val Grande è l’area disabitata più vasta d’Europa. L’antichissima rete di alpeggi e sentieri è in abbandono e la natura, dopo essere stata faticosamente domata, ha rialzato la testa. 

Molte di queste terre un tempo erano abitate, ma il richiamo della modernità è stato troppo forte; contadini, pastori, boscaioli e carbonai hanno gradualmente abbandonato le loro terre per diventare cittadini. Pochi segni sempre più incerti ricordano la presenza umana: vecchie linee ferroviarie abbandonate, ponti, miniere, borghi fantasma… Anno dopo anno la foresta si allarga, i sentieri si cancellano, i muri si gonfiano, i tetti s’incurvano e poi crollano, mentre gli alberi crescono nelle case ridotte a ruderi. Qui abbiamo il privilegio di assistere allo spettacolo del mondo di ieri ma forse anche di domani, dopo di noi, se gli uomini non sapranno ristabilire un equilibrio con la natura.

In questi luoghi lontani dal potere, poco raggiungibili e perciò poco controllabili, s’incontrano stravaganti figure di ribelli e di nuovi eremiti, ma anche un numero crescente di viaggiatori. Non è impresa facile: in un terreno senza sentieri, infestato dagli sterpi, si avanza lentamente e a fatica, anche solo di un chilometro all’ora. Inoltre in zone certo vicine, ma poco raggiungibili, il pericolo può essere reale e una salutare paura aiuta a misurare le proprie forze. Occorre una buona preparazione fisica, un’attrezzatura essenziale e leggera quanto ben calibrata, un carattere saldo, la capacità di far fronte agli imprevisti. È soprattutto importante disporre di informazioni aggiornate. Qualche buona guida è stata pubblicata di recente, per esempio Valentina Scaglia, Wilderness in Italia. A piedi nei luoghi del silenzio (Hoepli), dove trovate una riflessione d’insieme nutrita da una lunga esperienza sul campo e diverse proposte.

Questi esploratori della wilderness sono degli ottimi esempi di «viaggiatori d’Occidente». Hanno compreso che nel tempo del turismo globale la vecchia equazione tra lontananza e diversità non funziona più. Mentre i Paesi esotici sono visitati da folle di turisti e le loro attrazioni sono moltiplicate all’infinito nelle fotografie e nei social media, l’ignoto si nasconde nelle pieghe del territorio, ricompare inatteso là dove non te l’aspetti: alle porte di casa.