Minatori che risalgono tra le rocce per arrivare alla vetta del vulcano. (Stefano Ember)
Il carico di zolfo di ogni minatore pesa circa 80 chili (Stefano Ember)

Vulcano Ijen: inferno o paradiso?

Reportage da Giava - Una meraviglia turistica oscurata dalla vita pesante e pericolosa dei minatori dello zolfo
/ 06.03.2017
di Teresa Frongia, foto di Stefano Ember

Nella parte orientale dell’isola di Giava si erge il vulcano Ijen. È il più grande cratere dell’Indonesia e del sud-est asiatico. Il vulcano è attivo ed è caratterizzato da un’intensa produzione fumarolica; l’ultima eruzione registrata risale al maggio del 2012; mise in allerta le popolazioni dei villaggi vicini e decretò la chiusura del vulcano per motivi di sicurezza.

Per arrivare allo Ijen bisogna rassegnarsi a una levataccia. La sveglia suona alle tre del mattino e si parte a bordo di una jeep o di un mini bus dai quali si scenderà dopo essere finiti nell’ombra del vulcano. Da qui si prosegue a piedi per arrivare, attraverso un sentiero immerso nella foresta, alla bocca del cratere; è un sentiero molto tortuoso e ripido con una pendenza di 20-40 gradi. Il cammino è di tre ore e mezza, il che mette a dura prova anche un fisico allenato.

Durante la salita si incontrano i minatori dello zolfo che salgono o discendono dalla vetta col loro carico. Una volta arrivati alla cima del vulcano le fatiche affrontate sono ricompensate dallo splendido paesaggio che si può ammirare, un’atmosfera quasi surreale. Ma ciò che colpisce e stupisce di più è la vista del lago sulfureo di color turchese all’interno del cratere, il lago è profondo circa 200 metri ed emette nocive esalazioni di biossido di zolfo. Tuttavia il sito è davvero incantevole, più unico che raro, un’atmosfera quasi paradisiaca per i visitatori.

Purtroppo non possono pensarla così i minatori che lavorano all’interno del cratere in condizioni molto estreme. Ogni giorno alle due del mattino, circa 300 uomini, giovani e meno giovani, partono dalla base del vulcano e percorrono il ripido sentiero fino ad arrivare in vetta. Da qui devono camminare ancora per un altro chilometro lungo una discesa rocciosa, scoscesa e molto stretta per raggiungere le viscere del vulcano dove si trova il punto di raccolta dello zolfo.

Questi uomini lavorano a mani nude a temperature molto elevate immersi in fumi tossici che respirano perché non hanno nessuna protezione per il viso e alcuni di loro non sono dotati neanche di scarpe, fragili infradito a parte. I gas sulfurei che fuoriescono dal lago in breve tempo bruciano i loro polmoni, gli occhi e la pelle danneggiando il loro stato di salute: l’aspettativa di vita di queste persone è molto bassa. Senza contare che non sono nemmeno protetti da malattie o infortuni. Si fanno fotografare volentieri in cambio di una sigaretta, richiesta un po’ grottesca visto che i loro polmoni sono già abbastanza provati dai gas sulfurei.

Molti di questi minatori fanno anche delle piccole creazioni con lo zolfo fuso che vendono ai visitatori soprattutto nella discesa di ritorno dove si fermano per riposare e consumare un frugale pasto. Finita l’estrazione si caricano sulle spalle 60-80 chili di zolfo e risalgono per il sentiero roccioso per poi arrivare alla base del vulcano dopo altri tre chilometri e mezzo. Quasi tutti hanno le spalle segnate da profonde cicatrici dovute al carico pesante. Una volta arrivati al campo base venderanno il frutto del loro lavoro per un misero compenso che va, a seconda dei chili raccolti, dai 9 ai 12 franchi, uno stipendio che permette loro di sopravvivere a malapena ma di cui non possono fare a meno. È lecito chiedersi se sia possibile migliorare le condizioni di vita e di lavoro di queste persone.