Venti metri di ripida scivolata

Alpinismo - Una scalata impegnativa e non priva di insidie tra il Ticino e il Vallese, puntando alle vette di Chilchhorn e Pizzo Gallina
/ 19.09.2022
di Jacek Pulawski, testo e foto

Oggi tocco e supero i tremila. Sentinella di confine, la mia meta è Punta Gallina, che divide il Vallese dal Ticino, fungendo da spartiventi tra Bedretto, a sud-est, e il comune di Obergoms, a nord-ovest. Detta anche Pizzo Gallina, è una montagna delle Alpi Lepontine, e più precisamente appartiene al raggruppamento del Monte Leone e del San Gottardo.

Valutata con il grado T5+, che sta a indicare un’escursione alpina impegnativa, è una delle vette più belle del massiccio del San Gottardo, nonché un’attrazione per numerosi alpinisti di esperienza e scialpinisti in cerca di quel «qualcosa in più». Purtroppo la qualità della roccia lascia a desiderare rendendo la sua salita possibile solo all’inizio della stagione alpinistica, che in questo caso coincide con le prime settimane dall’apertura del passo della Novena. È quello il periodo migliore per una scalata perché il terreno è ancora ricoperto da uno strato di neve ghiacciata, ciò che riduce notevolmente il rischio della caduta di rocce rimaste imprigionate sotto la calotta bianca.

L’idea dell’escursione mi è stata suggerita da un collega di lavoro, uno scalatore con oltre quarant’anni di esperienza nel campo, una settimana fa. Cogliendo la proverbiale palla al balzo ho accettato. E così, oggi ci troviamo in cima al passo della Novena. Posteggiamo sullo sterrato vicino al cippo raffigurante lo stemma dei due cantoni, quello vallesano e quello ticinese. Si tratta di una lastra rocciosa che peserà una tonnellata e delimita, almeno idealmente, i confini geografici dei due cantoni. Soprannominato anche come «il cippo della discordia», questo masso sparì misteriosamente il giorno dell’inaugurazione del passo, avvenuta nel 1969. Solo qualche tempo dopo, fu ritrovato in un fienile di Ulrichen (frazione di Obergoms) quale testimonianza del malcontento: i vallesani non erano d’accordo sul tracciamento dei confini sul passo e ci vollero ben dieci anni per stabilire quelli attuali.

Nuvole di pioggia si dissolvono con il lento avanzare dell’alba. Aspettiamo ancora qualche minuto, poi ci mettiamo in cammino. L’inizio del tracciato si presenta come la più classica delle colline di alta montagna. Il miscuglio di erba e muschio fanno risplendere la brina mattutina sotto i primi raggi del sorgere del sole. Percorsi un centinaio di metri, spunta il Chilchhorn con la sua vetta a forma di corona a due punte; due infatti sono le vette di questa montagna che, trovandosi sul confine tra i due cantoni e beffandosi delle liti fra le genti, fa primeggiare – anche se per pochissimo – quella a Nord, situata nel Canton Vallese, giacché misura cinque metri in più di quella ticinese, posta a Sud; quest’ultima raggiunge infatti «solo» 2784 m s.l.m. Mi domando se potrebbe essere stato questo il fattore che mise infine d’accordo gli abitanti di Ulrichen sui definitivi confini tracciati nel 1979, sentendosi a quel punto i «più incoronati».

Il Chilchhorn è il primo vero ostacolo alla volta del Pizzo Gallina. La via che porta in vetta è un alternarsi di sentieri ripidi e ben strutturati. La corona delle due vette richiede qualche gioco di equilibrio e la volontà di mettere alla prova le basi dell’arrampicata. Un modico prezzo per una spettacolare vista panoramica su tutto il passo della Novena, il secondo valico alpino più alto della Svizzera.

Situato tra il Nufenenstock (2868 m) e il Pizzo Gallina (3060 m), il passo della Novena (2478 m) conduce, attraverso la valle di Egina, per l’appunto da Ulrichen alla val Bedretto. A differenza di altri valichi, fino all’apertura dell’attuale strada carrozzabile, avvenuta nel 1969, solo un sentiero lo attraversava. Da sempre facilmente percorribile, servì fin dall’antichità da collegamento tra il Ticino e la valle del Rodano. Fu utilizzato, spesso a partire dal Grimsel, come accesso alla direttrice del San Gottardo per il commercio di cavalli e bovini e per l’esportazione di formaggi. Nel XVIII sec. venne percorso dagli abitanti del Vallese quale via alternativa ai valichi del Sempione, dell’Arbola e del Gries allo scopo d’importare il sale. È qui che nasce il fiume Ticino, un corso d’acqua lungo 250 km, 91 dei quali percorsi in territorio svizzero.

Dalla vetta procediamo lungo il versante nord del Chilchhorn, completamente composto da rocce che variano nella loro grandezza. Alcune sono grandi tanto quanto un’utilitaria, altre invece ricordano quelle depositate nei letti dei fiumi prosciugati. Costituito principalmente da gneiss e granito, è uno dei tratti più insidiosi a causa dell’instabilità delle rocce. Sembra di camminare su un campo minato, come se questa conformazione di macigni e sassi potesse franarti sotto i piedi. Un passaggio che affrontiamo con molta prudenza, lavorando con il baricentro basso e curando ogni spostamento del nostro peso.

Da qui si giunge ai piedi del Canalone Sud-Est del Pizzo Gallina, o precisamente sul piccolo ghiacciaio la cui pendenza aumenta gradualmente. Incontriamo due scalatori che fanno ritorno dalla vetta. Chiediamo loro delucidazioni sullo stato del terreno da scalare. È molto importante il confronto con chi è passato prima di noi: durante le ascese bisogna sempre chiedere agli alpinisti che si incontrano tutte le informazioni che possano risultare decisive. Non saprei stimare una graduatoria degli incidenti alpinistici in base alle cause, ma il «fai da te» in montagna non è un jolly da giocare con leggerezza.

Rassicurati dalle buone condizioni, proseguiamo nei nostri intenti. Siamo agli ultimi 400 m di dislivello, la cui pendenza varia da 40 a 70 gradi. Muniti di ramponi e piccozze decidiamo di salire senza l’uso della sicurezza delle corde.

Un’esperienza suggestiva arricchita maggiormente dall’arrivo di un fitto cumulo di nuvole che si insinua lungo il canalone. Seguo il mio collega che lavora in modo meticoloso e prudente. All’improvviso perdo la presa sul suolo che in questo punto è completamente rivestito da un sottile strato di ghiaccio. Scivolo a valle a una velocità impressionante. Freno. In pochi attimi mi ritrovo quasi venti metri più in basso. Risalgo il canalone per riscivolare in un punto più ripido di quello precedente. Questa volta la frenata è immediata a conferma di come l’esperienza mi abbia subito fatto assimilare la manovra d’arresto.

Venti minuti dopo giungiamo in vetta, dalla quale contempliamo la bellezza del massiccio del San Gottardo. In lontananza scorgo le Alpi bernesi nella loro maestosità, ma di esse parlerò in futuro…