Vasi comunicanti, intrecci e intersezioni

Tra il ludico e il dilettevole  -  Sembra un paradosso ma molte importanti aziende mostrano di investire, in termini di produttività, anche nella quota di tempo libero usata dai loro dipendenti
/ 06.12.2021
di Sebastiano Caroni

In una serie di articoli sul tempo libero, sul gioco, e sullo svago, riconoscere l’importanza della differenza fra lavoro e tempo libero, fra dovere e piacere, è quasi d’obbligo. Si tratta di una distinzione estremamente utile dal punto di vista pragmatico. Ci permette di rilassarci e di goderci i momenti di liberà, e ci spinge a rimboccarci le maniche quando il lavoro lo richiede. La separazione fra lavoro e tempo libero, in questo senso, è talmente radicata nella nostra cultura che corrisponde a una vera e propria divisione mentale. Così come dividiamo il giorno dalla notte, l’estate dall’inverno, la mattina dal pomeriggio, in modo analogo siamo abituati a pensare il nostro tempo come strutturato in sfere separate; da una parte il lavoro e, dall’altra, lo svago. In questo senso, il pensatore francese Roger Caillois, in un saggio del 1958 intitolato I giochi e gli uomini, definiva le attività svolte nel tempo libero «una compensazione alla mutilazione della personalità causata dal lavoro alla catena di montaggio, automatico e parcellizzato».

Purtuttavia, nella società odierna, che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito liquida, le divisioni e le relazioni tendono a diventare più sfumate, a rimodellarsi più facilmente, e a perdere il carattere vincolante che avevano un tempo. Le gerarchie del lavoro perdono parte della loro verticalità e della loro rigidità, in favore di una maggiore informalità, e di rapporti più orizzontali fra impiegati e dirigenti. In questa nuova congiuntura storica, si fanno strada modelli di business che favoriscono la convergenza fra mondo del lavoro e tempo libero.

La Silicon Valley, area geografica situata nella parte settentrionale della California e centro nevralgico dell’industria del digitale, è fra i luoghi in cui queste convergenze, questi intrecci, e queste intersezioni fra tempo libero e lavoro, si sono manifestate con maggiore chiarezza. L’accresciuta permeabilità del mondo del lavoro rispetto al tempo libero è ben visibile, per esempio, nel modo in cui Google definisce la propria filosofia aziendale. Secondo l’azienda californiana il tempo libero sarebbe addirittura imprescindibile, quasi sacro. Per contratto, infatti, ogni dipendente è tenuto a ritagliarsi e mantenere una quota del venti per cento del tempo lavorativo da dedicare ad attività creative liberamente ispirate.

La regola del venti per cento è stata, in realtà, introdotta già nel 1984 dalla multinazionale 3M; la compagnia che è proprietaria del marchio Post-it. Google ha semplicemente ridato un nuovo soffio a una trovata che, con gli anni, è diventata uno dei segni distintivi delle grandi aziende della Silicon Valley.

Se dunque Google, unitamente ad altre aziende, si impegna a regolamentare, proteggere, e incoraggiare il tempo libero e lo svago integrandolo stabilmente nella giornata lavorativa, Netflix si spinge addirittura oltre, e concede ai suoi dipendenti massima liberà nel gestire il delicato rapporto fra tempo libero e lavoro. Attraverso il suo sito internet, in un delirio di trasparenza l’azienda sbandiera il fatto che ai loro dipendenti vengono concesse vacanze illimitate. Ecco cosa si legge sul sito: «In materia di ferie, la nostra policy è “vai in vacanza”. Non abbiamo regole o indicazioni sul numero di settimane di ferie annuali. A dir la verità, mescoliamo già spesso lavoro e tempo libero, rispondendo alle email in orari strani o prendendoci un pomeriggio libero a metà settimana e così via. I nostri leader danno il buon esempio andando in vacanza, tornando con idee innovative e incoraggiando il resto del team a fare altrettanto». Naturalmente, chi conosce il modello di business del colosso dell’intrattenimento, sa che le vacanze sono benvenute solo e unicamente quanto non ledono l’interesse dell’azienda.

Un altro elemento tipico della cultura della Silicon Valley atto a favorire una compenetrazione fra lavoro e tempo libero, fra dovere e piacere, e fra svago e business, è l’abitudine piuttosto diffusa di organizzare feste in piscina, o in qualche lounge di tendenza, per divertirsi mentre si negoziano accordi multimilionari con vecchi e nuovi partner commerciali.

La serie TV targata HBO e intitolata, molto eloquentemente, Silicon Valley, mostra senza troppi peli sulla lingua e con una buona dose di ironia queste nuove forme di ibridazione fra lavoro e tempo libero. Un altro interessante esempio è l’architettura degli spazi di lavoro di molte aziende della Valley, che puntano sul modello di un open space ampiamente attrezzato per offrire molteplici occasioni di relax ai propri dipendenti. All’opposto dell’open space multifunzionale delle grandi aziende, troviamo il non meno popolare garage, che riassume alla perfezione la permeabilità fra il tempo libero e il lavoro, e la fluidità grazie alla quale l’uno si trasforma, gradualmente, nell’altro. Nel garage – luogo reale e, al tempo stesso, mitico – vengono avviati grandi progetti innovativi, e prendono forma le grandi intuizioni dei fondatori delle startup destinate a dominare il mercato. Interessante a questo proposito notare come il garage, con la sua vocazione sperimentale, sia anche – almeno nell’immaginario collettivo – punto di partenza di illustri carriere nel mondo della musica rock.

Occorre, tuttavia, chiedersi quali siano i rischi e le possibili derive di queste nuove intersezioni fra il lavoro e il tempo libero. In un mondo dove il lavoro tende a essere sempre più rarefatto, parcellizzato e fragilizzato, non tutti possono avvantaggiarsi di queste comodità e di questi privilegi nell’impiego del proprio tempo quotidiano. E se la sfera professionale integra sempre più spazi per il tempo libero, non è certo un segreto se, con le nuove tecnologie, anche lontani dal lavoro rimaniamo pur sempre raggiungibili, e virtualmente disponibili.

Lo lascia intendere molto bene Fabio Merlini quando, all’inizio del saggio Ubicumque (Quodlibet: 2015), scrive: «che ci si trovi a cena con amici, a bordo della nostra vettura, nel supermercato vicino a casa, comodamente sdraiati sul divano o annichiliti da una stanchezza cronica, intenti in una qualsiasi occupazione, poco importa dove: in ogni luogo e momento dobbiamo poter essere raggiungibili e interpellabili». Forse allora, a conti fatti, Roger Caillois non aveva tutti i torti quando affermava che il tempo libero, fintanto che rimaneva separato dal lavoro, rappresentava una «rivincita sulla realtà».