Uno dei luoghi più infestati dai fantasmi d’America

Reportage - A Cheyenne, capitale del Wyoming, il tempo sembra essersi fermato al 1867
/ 14.11.2022
di Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni, testo e foto

L’orologio alla parete della tavola calda segna le due. Nonostante l’afa della controra, Jane si dà da fare tra un tavolo e l’altro del minuscolo Luxury Diner. «Specialità della casa, pollo fritto e salsa verde piccante. Da non perdere!», dice ai forestieri arrivati fino a Cheyenne per gustarsi l’esperienza del Far West. Secondo la leggenda, alla fine dell’Ottocento il Luxury era un tram-ristorante che girava per le strade della cittadina rifocillando gli avventori. Diventò una locanda nel 1926 e oggi pare sia la più autentica d’America, fedele alla struttura originaria.

Non è il solo luogo a conservare intatte le atmosfere dell’età della corsa al lontano Ovest. Nonostante i morsi della modernità, la capitale del Wyoming è gelosissima della sua identità di terra di frontiera. Appena messo piede in città, l’impressione è quella di calarsi nelle scene di un vecchio western. Le lancette tornano indietro al 1867, anno della fondazione di Cheyenne, quando l’insediamento si sviluppava attorno al cantiere della Union Pacific Railroad, la strada ferrata che collegava la costa atlantica a quella pacifica. Il nome che fu dato alla città riprende quello della tribù indigena che viveva al tempo in quelle zone. Con il passare del tempo, il primo nucleo di coloni, soldati e addetti alla ferrovia si rimpolpò con l’arrivo di una vasta umanità di faccendieri, commercianti, cowboy, fuorilegge. E prostitute, che affollarono i bordelli e le decine di saloon. Zuffe, scontri a fuoco e violenti omicidi erano all’ordine del giorno.

Un passato di sangue che ancora oggi intorbida le strade di Cheyenne. Secondo la credenza popolare, questo è uno dei luoghi più infestati dai fantasmi d’America. Una fama a dire il vero poco funesta, che piuttosto giova al marketing della cittadina. Ogni anno, difatti, sono centinaia gli appassionati, che vengono qui in cerca di esperienze paranormali.

«Siete finite nel paradiso degli acchiappafantasmi», scherza Jane, la cameriera del diner, mentre sul retro dello scontrino del pranzo annota i posti da visitare a caccia degli spettri di Cheyenne: l’hotel Plains, i teatri Lincoln e Atlas, la chiesa di St. Mark e il forte Laramie. Ma prima di tutto, la Union Pacific Depot, la vecchia stazione. È ancora oggi il cuore pulsante del capoluogo e si affaccia sulla storica Cheyenne Depot Plaza, circondata da ristoranti, musei, saloon, sculture di stivaloni colorati e locali storici, come il vecchio emporio Wrangler che dal 1943 assortisce jeans da rodeo, stivali a punta e cappelli. Anche il negozio sembra ospitare l’anima di un cowboy solitario.

«C’è chi viene a Cheyenne per vivere il lato avventuroso del vecchio West. Ma c’è chi sceglie di leggere la nostra storia con una lente diversa, a un livello più profondo e oscuro» dice Andy, impiegata all’ente del turismo. Gli uffici sono proprio nell’edificio in pietra arenaria dell’antica fermata della ferrovia. Con un’aria indefinita che traballa tra lo scherzoso e il serissimo, inizia a parlarci della «comunità fantasma»: «Noi esseri umani siamo molto curiosi. Soprattutto delle cose che non capiamo», dice quando le chiediamo conto della strana nomea della sua città. Andy non ha mai avuto interazioni dirette con gli spiriti, ma non se la sente di scherzarci troppo su. «Ho sentito tante storie; questo stabile ha avuto negli anni innumerevoli manifestazioni». Qui la gente ha addirittura dato un nome alle anime vaganti. «C’è Henry, ci sono Darla e Jenny. È un modo per familiarizzare e non averne più paura».

A non temere gli abitanti misteriosi di Cheyenne è Jill Pope, autrice di un paio di libri fondamentali sui fantasmi locali. «Nei primi anni dell’insediamento, la vita a Cheyenne era dura. La gente veniva qui da Est, in cerca di un pezzo di terra di cui impadronirsi. Era un posto senza leggi, per strada si sentivano continuamente colpi di arma da fuoco. E poi l’influenza spagnola, le epidemie, i continui scontri dei coloni con i nativi americani. Insomma, la gente moriva ogni giorno. Credo che siano di questi morti gli spettri che ci sono in giro».

Pope indica subito l’Atlas Theatre, il palazzo a tre piani in stile vittoriano che ancora oggi si impone al 211 W di Lincolnway. «Risale al 1887, ed è uno dei luoghi in cui sono avvenuti più avvistamenti. Nell’Ottocento al piano di sopra c’era l’hotel, sotto il teatro con spettacoli dal vivo». Sono almeno due gli spiriti affezionati al teatro che di tanto in tanto si divertono a sbigottire i visitatori.

Un altro posto interessante è la chiesa episcopale di St. Mark, costruita in stile inglese con pietra grigia e vetrate rosse. Il punto che bisogna osservare è la torre. Pare che vi aleggi l’anima di un operaio morto durante l’edificazione. «C’erano due scalpellini svedesi assunti perché avevano competenze che la gente del posto non possedeva. Un giorno sparirono. Qualche tempo dopo, uno dei due confessò al pastore della chiesa che il collega era morto scivolando e lui per paura di essere accusato lo aveva murato, nascosto nella costruzione e poi era fuggito». Lo sfortunato svedese ancora oggi si fa sentire di tanto in tanto tra le mura della torre.

C’è poi lo storico Plains Hotel al civico 1600 della bella Central Avenue, aperto nel 1911 con un nome ispirato alle grandi praterie. Qui la storia si fa intrigante. «Ho una foto che ritrae una specie di entità sopra un enorme lampadario», ci dice Pope, mostrando un’immagine per la verità piuttosto confusa. A far rabbrividire è la cosiddetta camera degli sposi. La storia narra di una sposa in viaggio di nozze che colse il maritino in compagnia di un’amante rimorchiata al bar dell’hotel. La giovane uccise entrambi e poi si suicidò. Pare che i dipendenti sentano pianti e talvolta risate provenire dalla stanza in cui la sposa si ammazzò con un colpo di pistola. La camera, proprio per la sua storia, pare sia molto richiesta, bastano meno di cento dollari a notte per dormirci.

Ed è sempre una donna la figura dominante di un altro sito, estremamente affascinante dal punto di vista storico. Si tratta dell’antico Fort Laramie, in un’area rurale a nord di Cheyenne. Qui pare si aggiri una misteriosa madama vestita di verde in groppa a un destriero. Le suggestive rovine del forte sono una delle mete turistiche più gettonate del Wyoming. Agli inizi dell’Ottocento, l’area costituiva un importante centro di scambi per le tribù native. Gli americani vi costruirono un trading post, una sorta di centro di commercio e di ristoro per le carovane di pionieri in viaggio verso il West, in cerca di oro (fu anche una tappa del celebre Pony Express) e poi una base militare. Fu in questo fortino che, nel 1851 e nel 1868, nativi e governo federale stipularono trattati che promettevano ai Sioux il possesso delle loro colline sacre, le Black Hills. Accordi mandati prontamente alle ortiche appena gli americani scoprirono l’oro. Oggi le rovine sono custodite dalla «Lady in Green», figlia di un ricco commerciante di pellicce. Abile cavallerizza, si allontanò incautamente dal forte in groppa al suo cavallo nero e sparì nella prateria senza mai fare più ritorno.

La giovane non è sola, spiriti anche nel vecchio edificio del Quartiere del Capitano. Uno di loro è stato affettuosamente soprannominato George dal personale. Si dice che un’ombra infesti l’edificio noto come Old Bedlam, un tempo alloggio degli ufficiali. E George sarebbe proprio un ufficiale di cavalleria, noto per intimare continuamente alle persone di fare silenzio. Ma ce ne sono altri, come un medico militare con la divisa sporca di sangue e uno scontroso soldato senza testa.

Nonostante il background macabro, Jill Pope sostiene che non ci sia nulla da temere. «Penso che la maggior parte delle attività paranormali non siano oscure o malvage», assicura la storica che non ha mai smesso la sua appassionata caccia ai fantasmi. Che si sia scettici o no, su un punto però si può convenire: gli spettri fanno bene, benissimo al turismo e all’economia del Wyoming.