Bussole

Nomadi digitali
Inviti a letture per viaggiare

«Avete mai sognato di lasciarvi alle spalle la vita stanziale per cominciarne una on the road, con l’ufficio in un computer portatile e facendo di ogni tappa la vostra casa? Avete mai immaginato di inviare fatture dalla spiaggia, scrivere relazioni da Rio o confrontarvi con i clienti da un bar all’aperto nella piazzetta di un villaggio? Se è così, siete già sulla buona strada per diventare nomadi digitali…». 

L’immagine abituale di un nomade digitale è quella di un ventenne perennemente in viaggio che di tanto in tanto scrive sul suo blog da una spiaggia ai tropici. E in effetti sino ad ora la nicchia dei nomadi digitali era composta in larga misura da giovani ancora sospesi tra gli studi e un lavoro stabile; una sorta di anno sabbatico insomma. 

Il futuro però potrebbe essere diverso. A causa dell’epidemia, il lavoro a distanza si è esteso a milioni di persone ed è diventato quasi la regola. Sollevati dall’obbligo di andare ogni giorno in ufficio, molti sono tornati nei luoghi d’origine o hanno comunque lasciato la città per immergersi nella natura. È una sorta di scuola per diventare nomadi digitali. Certo per ora viaggiare a lunga distanza è difficile se non impossibile, ma molti progettano di utilizzare la conquistata libertà dalla scrivania per viaggiare molto di più non appena sarà possibile, lavorando da remoto.

In tale prospettiva questa guida fornisce molte indicazioni utili, un elenco di destinazioni alla moda e le storie di chi ce l’ha fatta per ispirarsi. Inoltre, risponde ad alcune delle domande più frequenti: Paura di non farcela? Preoccupati di tagliare i ponti? E se finiscono i soldi? E se non c’è abbastanza lavoro? Che fine fa la carriera? Quanto conta l’età? Ci si abitua alla solitudine? / CV

Bibliografia
Nomadi digitali. Consigli pratici e idee per vivere e lavorare on the road, EDT, 2021, pagg. 184, € 18,–.


Una lampada di saggezza che brilla nella storia

Viaggiatori d’Occidente - La vita straordinaria di un’esploratrice del mondo di fine Ottocento: Alexandra David-Néel
/ 08.03.2021
di Claudio Visentin

Leggendo l’ultimo, coloratissimo libro di Attilio Brilli (Il grande racconto del favoloso Oriente, Il Mulino) ho ripercorso le diverse forme della lunga fascinazione per una cultura tanto diversa dalla nostra. Le figure più diverse − studiosi, scrittori, artisti, viaggiatori, sino agli hippie degli anni Sessanta – hanno sentito l’irresistibile richiamo dell’Oriente.

In questo percorso, pur costellato di personalità d’eccezione, spicca la figura di Alexandra David-Néel. La sua esistenza ricorda a ciascuno di noi tutto quello che sarebbe possibile fare in una vita e quasi mai si fa. Certo le fu d’aiuto una straordinaria longevità − nata al tempo di Bismarck morì quando Jimi Hendrix suonava a Woodstock − ma il conto degli anni da solo non basta a spiegare tanta energia. A settant’anni Alexandra stava ancora esplorando aree remote, a cento rinnovò il passaporto «perché non si sa mai». Fu anarchica, cantante d’opera, studiosa del buddismo, monaca, scrittrice e soprattutto una straordinaria viaggiatrice.

Da ragazzina, a Bruxelles, Alexandra era l’incubo di una madre cattolica che tentava invano di educarla secondo i canoni del secolo. Il solo risultato furono diversi tentativi di fuga; uno a diciassette anni si concluse dalle nostre parti quando, finiti i soldi, mandò un telegramma per farsi venire a prendere. Nel 1886 a diciott’anni si prepara per lei l’ingresso in società. Ma Alexandra non è interessata ad abiti, gioielli e divertimenti; preferisce attraversare in diagonale Francia e Spagna con una delle prime biciclette, mentre tutti discutevano se le donne avrebbero mai potuto usare tale mezzo (no, era la risposta più frequente).

Poi studia il canto e intorno ai trent’anni diventa un soprano di successo. Tra il 1895 e il 1897, col nome d’arte di Alexandra Myrial, è la prima donna dell’Opera di Hanoi, nell’Indocina francese: interpreta Violetta nella Traviata di Verdi e canta la Carmen di Bizet. Nel 1904, durante un intermezzo africano, sposa Philippe Néel, ingegnere capo delle ferrovie tunisine, salvo poi ripartire alla prima occasione senza mai mantenere ripetute promesse di ritorno.

La svolta nella sua vita fu senza dubbio la conversione al buddismo. Alexandra era tra quanti volevano riformarlo e renderlo universale, riportandolo alla purezza dell’insegnamento originario e liberandolo dai lacci della superstizione; ma soprattutto lo fece conoscere in Occidente. Già nel 1890-91, grazie a una piccola eredità della nonna materna, viaggia a lungo in India e pratica la meditazione. Tra il 1911 e il 1925 vi ritorna per poi estendere il suo raggio d’azione a Nepal, Birmania, Giappone, Corea, Cina e Tibet. Nel 1912 incontra il tredicesimo Dalai Lama, già in esilio in India. Dal 1914 al 1916 pratica esercizi spirituali vivendo da eremita in una caverna nel Sikkim, sotto la guida di Lachen Gomchen Rinpoche. L’apprendistato è durissimo, ma le vale il nome buddista di Lampada di saggezza. In quegli anni conosce il monaco tibetano Aphur Yongden, appena quindicenne; in seguito lo adottò e sarà poi il suo inseparabile compagno di avventure per quarant’anni.

Nel 1924, a 56 anni, Alexandra riesce finalmente a soddisfare il suo desiderio più profondo: raggiungere la capitale proibita del Tibet (il racconto in Viaggio di una parigina a Lhasa). Fu un viaggio interminabile e pericoloso, mai tentato prima da nessuna donna europea, attraverso la Cina sconvolta dalla guerra civile. Alexandra viaggiava con la sola compagnia di Yongden, travestita da anziana mendicante con trecce finte di pelo di yak, la pelle scurita dalla fuliggine. Niente bagagli o altre scorte, per non attirare l’attenzione. I due camminano fino a diciannove ore al giorno, aggirano i posti di blocco, dormono sempre all’aperto e sopravvivono al freddo grazie alla meditazione tummo.

«Per giorni camminavamo nella semioscurità di fitte foreste vergini, poi, all’improvviso, una schiarita ci svelava paesaggi che non si vedono che in sogno. Picchi aguzzi, che puntavano alti nel cielo, torrenti ghiacciati, gigantesche cascate, le cui acque gelate appendevano scintillanti drappeggi alle creste delle rocce, tutto un mondo fantastico, di un candore accecante, sorgeva al di là della linea scura tracciata dai giganteschi abeti».

Al ritorno Alexandra si separa da Philippe, pur restandone amica, e si trasferisce in Provenza, in una casa-monastero. Per diversi anni si dedica alla scrittura e alla meditazione ma nel 1937, a sessantanove anni, è di nuovo in partenza per l’Asia: vuole studiare il Taoismo in Mongolia e Siberia. Viaggia sulla Transiberiana ma rimane coinvolta negli orrori della Seconda guerra sino-giapponese e sopravvive a stento. Solo nel 1946 riesce a tornare in Europa. Seguì ancora un ventennio di tranquillità, sino alla morte nel 1969. Le sue ceneri furono disperse nel Gange a Varanasi, insieme con quelle del figlio adottivo.

Richiudendo il ricco volume di Attilio Brilli ho pensato quanto Alexandra David-Néel, nel perseguire ostinatamente la vita che desiderava, abbia segnato una via alle tante viaggiatrici dei giorni nostri. Dopo una lunga preparazione oggi le donne viaggiano più degli uomini, con maggiore profondità e convinzione, e hanno anche cominciato a mettere per iscritto le loro avventure, rompendo un secolare predominio maschile.

In questo nostro tempo di rivendicazioni, polemiche, scontri verbali, l’anarchica Alexandra David-Néel propone un modello diverso, un coraggio non esibito ma vissuto: non serve discutere, basta andare, partire, ignorare i divieti o aggirarli. Semplicemente rendersi padrone della propria vita.