Sulla strada dei conquistadores

Reportage - Messico, verso la capitale azteca, tagliando un altipiano immobile punteggiato da cactus
/ 01.03.2021
di Enrico Martino, testo e immagini

Lei è alle prese con le balze del vestito da sposa, lui guarda impacciato le banconote che parenti e invitati gli stanno attaccando sulla giacca. Serviranno per iniziare una nuova vita tra i campi di canna da zucchero di La Antigua, vicino a Veracruz. Un matrimonio campesino come tanti in un villaggio come tanti perso lungo la costa del Golfo del Messico, a poche decine di metri dalle tracce di una storia destinata a cambiare il mondo.

Un cannone spagnolo arrugginito dalla salsedine, le rovine di una casa fasciata da romantici grovigli di liane, è quello che rimane della prima casa messicana di Hernàn Cortés, uno dei tanti caballeros rimasti disoccupati dopo la cacciata degli arabi dalla Spagna, un concentrato di determinazione e brama di conquista capace di trascinare un pugno di uomini barbuti e ricoperti di ferro alla conquista di uno dei più potenti imperi precolombiani.

Trentadue cavalli, dieci cannoni, poco più di seicento tra soldati e marinai sbarcarono qui, alla foce del Rio Huitzilapan, un piccolo fiume dove Cortés decise di affondare le navi, nel caso a qualcuno venisse in mente di ritirarsi. Qualche giorno prima, il 22 aprile del 1519, la spedizione salpata da Cuba aveva fondato poco più a sud la prima città spagnola sulla terraferma americana, Villa Rica de la Vera Cruz dove i galeoni carichi d’oro in partenza per la Spagna sono stati sostituiti dalle orchestrine dei caffè di Plaza de Armas. «Se a uno non piace la musica perché mai dovrebbe venire a Veracruz?» puntualizza con logica ferrea Teodulo, trascinandosi dietro l’inseparabile arpa in un’aria satura di cervezas e tequila.

Davanti al porto di quello che è stato soprannominato «il più grande manicomio con vista sul mare» biancheggiano le mura della fortezza di San Juan de Ulùa che ha difeso la «Quattro volte eroica» da pirati, marines americani e invasori francesi ai tempi di Massimiliano d’Asburgo, ma questa è un’altra storia.

Cortés invece trovò l’aiuto inaspettato di Chicomacatl, governatore della vicina città totonaca di Zempoala di cui restano poche rovine. Il cacique gordo (letteralmente «Capo grasso») sarà anche stato il «Grassone» delle cronache della Conquista, ma si rese conto in fretta che questi stranieri non erano divinità bensì uomini, pericolosi e molto terreni nel loro desiderio d’oro. Decise di aiutarli. Per liberarsi dal dominio azteco, e probabilmente anche per tenerli lontani dai grandi centri cerimoniali come El Tajin, scoperto per caso solo nel 1785, dove non lontano da una piramide con trecentosessantacinque nicchie, una per ogni giorno dell’anno, i voladores, gli «uomini-uccello», nei giorni di festa evocano culti della fertilità volteggiando lentamente giù da un palo alto più di venti metri, appesi per i piedi a lunghe funi.

Ai conquistadores questo mondo povero d’oro non interessava e iniziarono una faticosa marcia verso Tenochtitlàn, la capitale azteca, tagliando un altipiano immobile punteggiato da cactus lungo quella che sarebbe stata chiamata la Ruta Cortés. Un nulla in cui può materializzarsi la rapida visione di una scritta rosso fiamma sulla fiancata di un camion mangiato dal sole e dalla pioggia, «Hay amores que te quitan el sentido», «ci sono amori che tolgono la ragione». Chissà cosa ne pensano i santi barocchi delle chiese cariche d’oro di Puebla fondata dagli spagnoli pochi anni dopo la Conquista vicino a Tlaxcala, l’unica città dell’altipiano indipendente dagli aztechi e la più fedele alleata di Cortés.

Un patto cementato dal sangue di migliaia di nobili e sacerdoti massacrati a tradimento a Cholula, il più importante centro di pellegrinaggio azteco, dove oggi fortunatamente solo Pedro Armendariz e Maria Felix, mitiche star del cinema messicano, saettano sguardi assassini dalle pareti del Café Enamorada davanti a chiese che sembrano fortezze. Gli spagnoli ne avrebbero costruite una per ogni giorno dell’anno per far capire di chi era il dio più forte. La più famosa, Los Remedios, incorona una collina ricoperta di vegetazione che nasconde la piramide di Tepanapa, la seconda del mondo dopo quella di Cheope e la prima per volume. Un sincretismo che riaffiora tra i cherubini con piume azteche della chiesa del villaggio di Tonatzintla alle falde dell’immenso cono del Popocatepetl, Don Gregorio per i locali che forse sperano di ammansire con un nome famigliare il più famoso vulcano del Messico.

Nell’aria rarefatta del Paso de Cortés, a oltre tremila metri di altezza, i conquistadores videro per la prima volta brillare in lontananza una città incantata circondata da giardini galleggianti, Tenochtitlàn irta di grandi piramidi che si riflettevano nel grande lago di Texcoco, «gli stessi soldati si chiedevano se non era un sogno» annotava Bernal Diaz del Castillo, cronista della spedizione.

L’otto novembre del 1519 i conquistadores attraversarono una pianura oggi ricoperta dalle sterminate periferie di Città del Messico per incontrare l’imperatore azteco Moctezuma lungo la strada-diga che collegava Tenochtitlàn alla terraferma. Le corazze degli spagnoli e gli splendidi abiti ricoperti di piume del seguito del Tlatoani azteco risplendevano nella fredda luce del mattino, un attimo di storia in cui tutto era ancora possibile. Invece due anni dopo, esattamente cinquecento anni fa, della capitale azteca rimanevano solo canali pieni di cadaveri, giganteschi scheletri di piramidi annerite dal fumo degli incendi e distese di rovine su cui venne fondata Città del Messico, la «Castigliana truccata da azteca» dove quel mondo ridotto in cenere riaffiora ancora tra le pieghe della megalopoli. Sono gli inquietanti serpenti di pietra incastonati nei palazzi coloniali, i milioni di fedeli che si inginocchiano davanti alla Madonna di Guadalupe sulla collina di Tepeyac, dove veniva venerata la dea madre Tonantzin, le decine di danzatori ricoperti di piume che attirano i turisti celebrando l’ossessione nazionale di una grandezza perduta sullo Zocalo, piazza centrale di un villaggio di oltre ventidue milioni di abitanti.

Nel sobborgo di Xochimilco, zattere colorate cariche di gitanti e mariachi scivolano tra le chinampas, i giardini artificiali che galleggiano sugli ultimi lembi del lago di Texcoco. Le tracce degli aztechi riemergono anche lungo l’altipiano, tra grovigli di serpenti di pietra e piramidi che scalano il cielo a Teotihuacàn, l’antica «Città degli Dei» già ridotta a un fantasma di pietra ai tempi degli aztechi, o sui bassorilievi di Xochicalco, gli unici in cui aztechi e maya rivelano i loro legami.

Un tempio mai terminato, scavato nella montagna a Malinalco dove i figli dei nobili venivano iniziati alle caste dei guerrieri Aquila e Giaguaro, è l’ultimo lampo di una civiltà travolta da un pugno di uomini arrivati dal mare.