Spogliatoio in bianco e nero

Sport - L’attesa della finale di Coppa svizzera vissuta da bordo campo con Tommaso Leone, fisioterapista del FC Lugano
/ 09.05.2022
di Matilde Casasopra

Ad accompagnare i bianconeri verso l’attesa finale di Coppa Svizzera (v. articolo di Giancarlo Dionisio) ci sarà anche il fisioterapista trentaquattrenne Tommaso Leone. Dopo aver maturato esperienza, dal 2015 al 2018, come fisioterapista sportivo in forza al FC Chiasso, nel mese di ottobre del 2021, Leone è infatti tornato a bordo campo ma questa volta per il FC Lugano, dove affianca un altro fisioterapista e un massaggiatore. Il calcio è lo sport che predilige da quand’era un ragazzino e, quando parla del FC Lugano, gli si illuminano gli occhi.

Come fa a conciliare l’attività professionale privata e l’impegno preso con il FC?
Mentirei se dicessi che è semplice. I colleghi del mio studio stanno lavorando bene. Io, dal canto mio, ho settimane che a volte durano 21 giorni, ma faccio affidamento sul mio «fisico allenato» e sulla mia età. Sono ancora abbastanza giovane, no?

Eppure seguire una squadra che è sulla cresta dell’onda non è uno scherzo. Si è fatto le ossa al FC di Chiasso. Com’è stata questa prima esperienza?
Non è stata una passeggiata, questo è certo. Quando ho iniziato la mia attività come fisioterapista al FC Chiasso, nel 2015, l’allenatore era Gianluca Zambrotta, il suo vice Mattia Croci-Torti. A giugno, però, loro se ne sono andati al Lugano. Il massaggiatore è partito con loro. Io invece sono rimasto a Chiasso dove il valzer degli allenatori è di quelli veloci e dove, un giorno del 2017, ho avuto modo di conoscere Guillermo Abascal. A dire la verità mica sapevo fosse il nuovo allenatore. Il presidente una mattina mi mise in mano le chiavi della sua auto e mi disse che dovevo andare all’aeroporto di Malpensa per accogliere un giovane in arrivo dalla Spagna. Giovane lo era davvero. Per la precisione aveva un anno in meno di me. Forse anche per questo avevo creduto fosse un giocatore. Solo il giorno dopo, quando fu presentato alla squadra, scoprii che quel «ragazzo» era il nuovo allenatore. La parte bella di quest’incontro è che siamo diventati amici.

E con Mattia Croci-Torti?
Parlare di amicizia, in questo caso, forse è troppo. Personalmente lo stimo molto. Posso però dirle che, a ottobre 2021, è stato lui a chiedermi se me la sentissi di assumere l’incarico di fisioterapista al FC Lugano. Una proposta che mi ha inorgoglito, ma che pure mi ha costretto a mettere a soqquadro quella vita quotidiana che, con mia moglie Chiara, eravamo ormai riusciti a organizzare.

Ci può fare un esempio?
Basti pensare alla settimana di Pasqua che ci siamo appena lasciati alle spalle. Il lunedì abbiamo sostenuto una partita a Losanna, il giovedì abbiamo giocato la semifinale a Lugano e la domenica eravamo a San Gallo. Tra una trasferta e l’altra, una serie di infortuni e infortunati da assistere e, nei limiti del possibile, da rimettere in campo. Lo stesso Mijat Marić – uno degli «infortunati di peso» – intervistato a fine partita si è detto stupito di aver resistito per 120 minuti. Queste, inutile negarlo, per noi dell’«area salute», che lavoriamo negli spogliatoi e a bordo campo, sono delle belle soddisfazioni.

Il FC Lugano, come non capitava da anni – precisamente dalla coppa del 1993 – è la squadra del momento. Come vivete – tra spogliatoi e bordo campo – tutto ciò?
La squadra, è vero, è lanciatissima e perciò osservatissima. Come ben sanno i tifosi, spesso però basta un episodio sfortunato per mandare a catafascio una settimana passata a lavorare con grande impegno dentro e fuori il campo. È in questi momenti che ti assale un senso di sconforto e d’impotenza perché fare il fisioterapista, oggi più che mai, è un lavoro a margine col quale si offre al giocatore supporto fisico, ma anche mentale. È difficile da capire, ma anche il giocatore ha le sue paure. Un infortunio può compromettere una stagione, ma anche una carriera. Senza contare che allenatore, preparatori atletici, fisioterapisti, giocatori, magazzinieri, tutti insomma, fanno parte di un gruppo. Una squadra di serie A è un gruppo. Un infortunio a uno dei suoi componenti è un handicap per tutti. Forse, me lo dico spesso, è anche per questo che il fisioterapista è, oggi, super sollecitato e, di questi tempi, lo ammetto, ha qualche motivo di preoccupazione in più.

A proposito di preoccupazioni, come vi state preparando alla finale di Coppa svizzera che si giocherà a Berna domenica 15 maggio?
No, non parlerei di preoccupazione, ma piuttosto di attenzione. Per quanto concerne il nostro lavoro (quello dell’«Area salute», ndr) in verità non cambia davvero molto. Aumenta, invece, l’attenzione giornaliera nei confronti dei giocatori, senza però essere insistenti per evitare di creare ulteriore stress mentale. La componente mentale è e resta importantissima e noi cerchiamo di tenere bassa la tensione, pur mantenendo un livello di concentrazione alto all’interno dello spogliatoio. A titolo individuale i ragazzi, soprattutto nei giorni precedenti la partita, saranno invitati a mantenere una buona dieta e adeguati periodi di sonno così da essere al massimo delle potenzialità psicofisiche. Per quanto riguarda invece la nostra attività specifica – siccome tutti i giocatori, in questo periodo, hanno una maggiore cura di sé – anche sul fronte della fisioterapia è richiesta un’attenzione superiore: sia con trattamenti passivi (massaggi, terapie specifiche) sia con trattamenti personalizzati che vanno da esercizi mirati o sedute di stretching e di scarico dei muscoli.

Secondo lei come finirà questa stagione?
Senza dubbio a suon di goal.