Itinerario

La zona storica della Battaglia di Normandia è un vero e proprio museo a cielo aperto.

I luoghi dello sbarco e della successiva offensiva sono collegati da otto itinerari cronologici, che possono essere percorsi in auto o in bicicletta, lungo tranquille stradine di campagna e il litorale, oppure, se ben allenati e disponendo di parecchio tempo, perché no, anche a piedi.

È possibile alloggiare nei numerosi piccoli alberghi o nelle maisons d’hôtes.

I luoghi di cui si parla nell’articolo si estendono su due itinerari tematici.

1. Overlord - l’assalto. (da Merville-Franceville a Bayeux), circa 74 km
Quest’itinerario porta alla scoperta dei posti principali dello sbarco del 6 giugno 1944: tra cui il Pegasus Bridge e il vicino Café Gondrée – prima casa liberata della Francia – le spiagge del settore che vide l’assalto delle truppe anglo-canadesi (Sword, Juno e Gold), così come i vari musei, memoriali, bunkers e altre postazioni di artiglieria tedesche.
Il percorso termina a Bayeux, dove, oltre al Memorial de la Bataille de Normandie, si può approfittare dell’occasione per visitare anche il museo che conserva il celebre Arazzo di Bayeux, un tessuto ricamato lungo 70 metri, realizzato nella seconda metà del XI secolo, che descrive la conquista dell’Inghilterra nell’anno 1066, con la battaglia di Hastings, che vide vincitore Guglielmo il Conquistatore.

2. D Day – Lo scontro. (da Bayeux fino a Carentan), circa 130 km
Partendo da Bayeux, il percorso si snoda lungo il litorale, coprendo tutto il settore di Omaha Beach. Qui, a Colleville-sur-Mer si può visitare il cimitero americano, con le migliaia di croci bianche che ricoprono la collina di fronte al mare.

Poco più lontano, a St. Laurent Sur Mer, c’è il museo Omaha – 6 Juin 1944, e proseguendo si arriva alla Pointe du Hoc, con i resti dei bunkers tedeschi sparsi in un territorio lunare scavato dai crateri delle bombe inglesi.

Al di là dell’aspetto storico, la Normandia è una splendida regione da visitare.


Poppies, in loro memoria

Itinerario - Sulle spiagge del D-Day in un momento in cui si tende a dimenticare la storia
/ 14.11.2022
di Romano Venziani, testo e foto

Un vento freddo e rabbioso pettina le onde della baia di Arromanches ricamandone le creste con merletti di schiuma. Viene dal largo e assale impetuoso la cittadina, per poi sfumare tra i campi dorati e i boschi dell’entroterra.

Dalle finestre dell’Hotel de la Marine vedo turisti curvi e infreddoliti e l’agitarsi frenetico delle immancabili bandiere, francese, americana, inglese, affiancate da quella con i due leopardi d’oro su sfondo rosso della Normandia.

A quest’ora il mare si è ritirato là in fondo, liberando limacciosi banchi di sabbia ricoperti di vaste chiazze di alghe. Stanotte, gonfiato dalla marea, tornerà a sommergerli sotto oltre due metri di acqua. Lo sentirò ruggire, vicinissimo, e nel buio vedrò il rincorrersi dei bianchi frangenti. Ma intanto è sempre lontano, lo vedo e ne avverto il rumore sordo e l’odore salmastro, frammisto al puzzo di pesce. C’è gente sulla distesa fangosa, chi cammina, chi scatta fotografie, qualcuno, intrepido, si azzarda in una nuotata, un uomo a cavallo galoppa sollevando schizzi di melma e un paio di cani si rincorrono giocando.

E poi ci sono quelle sagome scure, enormi e squadrate. Alcune emergono dai flutti, al largo, come una flotta incolonnata di chiatte, altre sono distese sulla sabbia, simili a grandi cetacei spiaggiati, uno, il più imponente, conficcato in parte nella melma, si erge verso il cielo con il suo mantello verde di alghe. Sono ciò che resta dei pontoni di Port Winston, il porto artificiale voluto da Winston Churchill, per approvvigionare le truppe dell’operazione Overlord, l’invasione alleata della Normandia.

Il Mulberry Harbour, questo il suo vero nome (battezzato più tardi Port Winston) era un capolavoro di ingegneria navale, che si alzava e s’abbassava con il moto ondoso e le maree. Costituito da una piattaforma ancorata al largo, dove potevano attraccare le navi, era collegato con la terraferma da un ponte galleggiante su cui passavano i mezzi di trasporto, che hanno assicurato lo sbarco di quasi tre milioni di uomini, centinaia di migliaia di veicoli, e tonnellate di rifornimenti.

Trasportati i vari elementi via mare, ne avevano costruiti due in poco tempo, Mulberry Harbour A, di fronte a Omaha Beach, distrutto quasi subito da una burrasca, e Mulberry Harbour B, ad Arromanches, sulla Gold Beach. Quelli che ho davanti agli occhi, su cui il sole al tramonto dispensa pennellate rosate, sono i suoi resti, divorati dalla salsedine e destinati a scomparire sferzati dalle tempeste.

Il vento non dà tregua, s’infila fischiando tra le sagome sempre più scure e tormenta le bandiere sfilacciate.

«Fa sempre così freddo, in luglio?», chiedo a Thierry, mentre mi serve un profumato piatto di Moules marinières. «Siamo in Normandia!», risponde abbozzando un sorriso. «Mi piace questo clima, ci sono abituato. Sono nato ad Arromanches e non lascerei questo posto per niente al mondo. Sono stato due anni in Haute Savoie. Bello, certo, ma dopo un po’ mi sono sentito prigioniero delle montagne e sono tornato. Gli orizzonti normanni sono infiniti e tutto parla della storia. Poi, qui, ho conosciuto Harry…» aggiunge, tradendo una profonda commozione. «E chi è?», domando. «Aveva solo diciotto anni, quando è sbarcato, proprio qui, sulla Gold Beach», mi fa lui e se ne va.

Una frase, un attimo. Ma è bastato quell’attimo per avvertire l’intensa e palpabile emozione di Thierry, che ora mi sento addosso come un sudario.

Dopo un po’ ritorna e mi mostra sul telefonino alcuni video di Youtube, con le immagini di un vecchietto minuto, con il berretto verde e l’uniforme tappezzata di medaglie. Harry intervistato, Harry ricevuto dalla regina Elisabetta, Harry alla parata del 6 giugno, Harry sulla spiaggia di Arromanches, che recita la sua poesia preferita: «Do not call me hero / When you see the medals that I wear / Medals maketh not the hero / They just prove that I was there…» («Non chiamatemi eroe / quando vedete le medaglie che indosso / le medaglie non fanno l’eroe / dimostrano solo che ero lì…»; Cfr. Longest Day, poema di Rob Aitchison).

«Tornava qui ogni anno; siamo diventati amici: mi raccontava la sua storia. Aveva combattuto all’arma bianca, si rende conto?! Con il pugnale e la baionetta… A diciott’anni! Era solo un ragazzo». Thierry sembra aver scordato il suo lavoro e già qualcuno s’impazientisce. «Non voleva che lo considerassero un eroe. Gli eroi sono quelli che son morti, ripeteva sempre, rammaricandosi quasi d’essere un sopravvissuto. Harry è scomparso lo scorso aprile, a novantasei anni». E questa volta Thierry se ne va per davvero, lasciandomi lì con i miei punti interrogativi.

Faccio una veloce ricerca.

Horace «Harry» Billinge viene da laggiù, oltre la Manica, dalle coste da qui indistinte della Cornovaglia. Si arruola, diciottenne, come geniere nel 44° Royal Engineer Commando. Sarà uno dei primi a sbarcare, quel 6 giugno del 1944, e uno dei soli quattro sopravvissuti della sua unità. Tutti i suoi compagni, in gran parte giovani come lui, cadranno sulla sabbia della Gold Beach di Arromanches, falciati dai Tedeschi. «Era l’inferno in terra – ripeteva – il mare era rosso del loro sangue. La guerra è una cosa orribile».

Sopravvive, Harry, alla carneficina e, dopo la guerra, tornerà in patria, dove aprirà un negozio da barbiere e dedicherà tutta la sua vita alla raccolta di fondi per i veterani e a tener vivo il ricordo dei 22’442 soldati sotto il comando britannico, uomini e donne, caduti nell’Operazione Overlord, alla cui memoria dedicherà il British Normandy Memorial, inaugurato nel 2021 a Ver-sur-Mer. Ogni anno, fino alla sua scomparsa, tornerà su queste spiagge per l’anniversario del D-Day, accompagnato dai veterani di tante nazioni, le cui file, con il passare del tempo, si stanno assottigliando sempre più.

La strada seziona la pianura come una sciabolata. Corre, diritta, in mezzo ai campi gialli di grano e alle distese di lino, con le cui fibre si confezionano i preziosi tessuti normanni.

L’Orne scivola lento verso il mare, affiancato dal Canale di Caen, in cui si specchiano brigate di pioppi. Qui, a Bénouville, un villaggio di poche anime, c’era un ponte. Un obbiettivo strategico, da conquistare a ogni costo, per sbarrare il passaggio ai rinforzi della Wehrmacht e permettere l’avanzata delle truppe alleate.

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno del ’44, in una missione al limite del possibile, i grandi alianti della 6a Divisione Airborne, atterrano lì vicino. Dalle loro pance smisurate, centinaia di berretti rossi delle forze aerotrasportate inglesi si riversano nel bocage (tipico paesaggio rurale normanno, con campi, boschetti, siepi e zone paludose) e, con un’operazione lampo, s’impadroniscono del ponte sul canale, che chiameranno Pegasus Bridge (come il mitologico cavallo alato raffigurato sulla loro uniforme) e di quello sull’Orne a Ranville.

C’è anche un caffè, accanto al ponte di Bénouville, sulla sponda sinistra del canale. È lì da fine Ottocento, ma nel «giorno più lungo» è entrato nella Storia e ora è una sorta di sacrario meta di pellegrinaggio. Fuori, qualche ombrellone a riparare gli avventori dal sole, gerani alle finestre, le solite bandiere e, sulla facciata, una grande insegna, Pegasus Bridge Café Gondrée. Il grande locale al pianterreno, alcuni tavoli con le tovaglie a quadretti, è stracolmo all’inverosimile di cimeli e memorie: fotografie storiche o di famiglia, quelle più recenti di veterani di guerra, quelle autografate da personaggi illustri, come il generale Montgomery o il Principe Carlo, e poi libri, berretti, caschi, divise, gagliardetti…

«Pas d’photos à l’intérieur!». Sbotta, imperiosa, Arlette, come se il cartello all’entrata non fosse abbastanza esplicito. Arlette Gondrée-Pritchett, la dinamica proprietaria, è una bella donna, l’argento nei capelli ondulati, un’aria leggermente distaccata e sbrigativa, come di chi è abituato a lavorar sodo. Se ne sta dietro il bancone del bar a fare i conti e a incassare, mentre tre serveuses si affrettano tra i tavoli con boccali di birra, omelette, insalate e lunghe baguettes imbottite di prosciutto e formaggio.

«Il café Gondrée è la prima casa liberata della Francia», ripete a tutti, orgogliosa.

Aveva solo quattro anni, Arlette, nel ’44, ma non scorderà mai quella notte, gli spari, le ombre che correvano sul ponte, e poi, la casa affollata di soldati inglesi. «Mio padre ha disseppellito le bottiglie di champagne, che aveva nascosto in giardino. Portavano qui i feriti, a cui mia madre, improvvisata infermiera, prodigava le prime cure».

Sembra che il tempo si sia fermato, al Café Gondrée. E i veterani, che tornano qui ogni anno e ai quali Arlette offre champagne la sera dell’anniversario, amano trovarlo così, com’era allora. «Sono gli eroi della Liberazione. Oramai ne rimangono pochi», racconta quasi tra sé e sé, scarabocchiando l’addition sul quadernetto. «Vado a tutti i loro funerali. Far sì che non li si dimentichi è un po’ la mia missione. Soprattutto per le giovani generazioni, che sono le più disinteressate».

Ora taglia corto, Arlette. Fuori è arrivata un’intera compagnia di soldati della Royal Navy, giovani con le magliette blu, che trattengono a fatica debordanti bicipiti ricamati di tatuaggi. Vengono dall’altra riva, dove hanno visitato il Musée des Troupes Aéroportées, che espone armi, materiale bellico, divise, insegne, foto e lettere dell’epoca e, al suo esterno, una replica dell’aliante Horsa e il vero Pegasus Bridge, sostituito sul canale da un altro ponte, simile, ma più lungo.

Il Museo delle Truppe aerotrasportate è uno dei tanti sorti nei luoghi dello sbarco. Istituzioni ufficiali, diventate sempre più multimediali, come il Musée Radar o quelli del Mur de l’Atlantique, del Débarquement, del Juin 44, e i vari Memoriali, come quelli di Caen, di Bayeux o di Ver-Sur-Mer, o il cinema a 360 gradi di Arromanches, e quelli più piccoli, privati, creati dalla gente del posto, che si è dedicata per anni a setacciare spiagge e colline e a dissotterrare cimeli abbandonati dalle truppe. Poi ci sono le distese di croci bianche dei cimiteri militari, come quello americano, sterminato, sulla collina che si affaccia su Omaha Beach, o la Pointe du Hoc, uno sperone roccioso, che si erge dal mare, strapazzato dalle onde e dai venti. Qui, un manipolo di Rangers statunitensi ha dato l’assalto alle postazioni tedesche asserragliate nei bunker, i cui resti sbucano dalla collina. Tutt’attorno, una landa desolata e lunare, disseminata dei crateri delle bombe su cui volano rapidi stormi di gabbiani.

Ovunque, frotte di turisti silenziosi, che si aggirano stupiti e, a volte, un po’ disorientati.

Il D-Day è ormai un business in Normandia, si organizzano tour ed escursioni, i negozi di ricordi e di gadget non si contano, bar e ristoranti sfoggiano nomi di personaggi famosi, battaglioni di combattenti, mitiche battaglie… Ciononostante, i luoghi dello sbarco rimangono preziosi scrigni della memoria, visti ogni anno da milioni di visitatori, dagli appassionati di quella storia che hanno imparato a scuola, da semplici curiosi, dagli ultimi veterani o dai loro famigliari, venuti qui alla ricerca di sensazioni più intime o per deporre ai piedi di una croce o di un monumento una corona di Poppies, i papaveri rossi simbolo e ricordo degli eroi morti per la Patria.

Mancava, la Normandia, dalla geografia dei miei viaggi. Forse non è un caso, che ci sia venuto proprio quest’estate, come spinto dalla necessità di voler rispolverare questa pagina tragica della storia europea, in un momento in cui si tende a dimenticare, mentre un angolo estremo del nostro continente brucia divorato da un’altra guerra, che ci sembrava inverosimile fino a pochi mesi fa.