La copertina del libro «Modern Nature» di Derek Jarman. Il libro è di difficile reperibilità.

Più che un paradiso, un purgatorio

Il seme nel cassetto - Nella biografia di Derek Jarman, intitolata Modern Nature, l’autore esplora dal suo rifugio, Prospect Cottage, il mondo iperscintillante, falso e narcisistico
/ 29.05.2017
di Laura Di Corcia

Perché chiamare una biografia Modern Nature? Questo mi chiedo, nell’accingermi a recensire il libro più bello letto per questa rubrica, l’annotazione diaristica di due degli ultimi anni del visionario e controcorrente regista Derek Jarman, che, dopo la notizia di aver contratto l’Aids, lascia Londra e si ritira in un cottage nel Kent, a Dungenness, e inizia un lento confronto con se stesso e con il giardino che gli sta di fronte, giardino che gli offre le più struggenti delizie, dalla borragine che nonostante i colpi del vento si rialza («I, borrage, take courage») ai crochi, dai gerani alle rose. 

La passione per il giardinaggio non è da mettere in discussione, e non a caso a un certo punto Jarman ammette che sarebbe diventato giardiniere, se il destino non avesse voluto altro per lui; ma il nodo centrale, la materia palpitante del libro è lo struggente racconto del suo passato, dell’educazione rigida impartita loro prima dal padre, ufficiale militare neozelandese, poi dalla scuola, dove ai ragazzi era proibito severamente tutto ciò che avesse a che fare con il sesso, a partire dalla masturbazione; e il riannodarsi di questi ricordi al presente, un presente che sente ancora la necessità di ribellarsi alla costruzione finta, «monoteista», incarnata dalla famiglia eterosessuale, e scardinarla in virtù di un erotismo pagano e libero, omosessuale, vissuto soprattutto nelle strade, nei parchi, in quelle zone laterali dove non si posa lo sguardo di Dio. «Ma prima di morire – scrive – ho intenzione di celebrare il nostro angolo di Paradiso, la parte del giardino che il Signore dimenticò di nominare». 

In queste pagine Jarman osserva la natura, la annota, registra il suo sforzo tenace per resistere; più che un Paradiso, il giardino di Prospect Cottage è un Purgatorio in cui ci si guadagna la pagnotta giorno dopo giorno, lottando duramente, ma senza che la grazia si scordi di illuminare la bellezza del mondo. Forse per questo la natura è moderna. «Stavo descrivendo il mio giardino a Maggi Hambling durante la vernice di una galleria. E le dissi che volevo scriverci sopra un libro. Mi disse: “Finalmente hai scoperto la natura, Derek”. “Non penso si tratti proprio di questo”, le risposi. “Ah, capisco perfettamente. Hai scoperto la natura moderna”». 

Ho meditato molto su questa frase, che dà il titolo al libro, chiedendomi cosa si intendesse per «natura moderna»; probabilmente, moderno è lo sguardo che l’uomo pone su di essa, uno sguardo che ha potuto accarezzare il sogno di ribaltare le logiche di una società inglese sempre più rigida e conservatrice, dominata in quegli anni da una destra, incarnata da Margaret Thatcher, di una sordità crassa rispetto ai bisogni degli ultimi. Sono quegli stessi che si trovano al parco, e che si vendono per pochi centesimi; mischiare il proprio corpo con il loro non perde il suo sapore di eccitante ribellione anche dopo che il regista ha deciso di ritirarsi in un cottage e passare le giornate a lavorare duramente in giardino, accompagnato dai fantasmi dei propri amanti morti e dai conti non ancora pareggiati con il proprio padre e con un mondo omofobo e spaventato dal dionisiaco. 

Il ritiro è un rifugio dal mondo iperscintillante, falso, narcisistico e consenso-dipendente del cinema, dalle sue mondanità squallide, è un tiepido sostare nelle cose e annotarle; invece Londra, dove il regista torna ancora di tanto in tanto, rappresenta la trasgressione, quella parte di giardino che incita non al riposo, ma all’unione dei corpi, al piacere: è una città da vivere di notte, di nascosto, nelle zone dove ci si incontra e dove si fa l’amore per strada. C’è una voglia di vita che l’ombra lunga dell’Aids non ha ancora spento, una lussuria tesa che cozza con i momenti più riflessivi, capaci di raggiungere le vette liriche riservate solo a pochi. 

Questo libro, pubblicato in traduzione italiana da Ubulibri che ha chiuso i battenti, è un corpo a corpo fra prosa e poesia, fra maturità e adolescenza, fra le ragioni della città e quelle della campagna: un libro in cui ci si può perdere, un libro che continui a seguire anche quando le annotazioni sono secche, senza fronzoli, appiattite sul diarismo, una scrittura che si cala senza paura nel quotidiano e dove irrompe senza preavviso l’ascia che spacca il ghiaccio, rivelando con un tonfo stridulo il fondo delle cose. 

Credo che questo sia uno di quei testi da pubblicare subito, di nuovo, per tutti i lettori che abbiano voglia di verde, per chi ha visto i film di Jarman e per chi non lo ha ancora fatto.

Bibliografia
Derek Jarman, Modern nature. Diario 1989-1990, Ubulibri (1992), 320 pp.