Melting Pot polare

Reportage - Prove generali di convivenza alle isole Svalbard, frullatore di nazionalità e culture diverse
/ 07.06.2021
di Francesca Mazzoni

Sbircio dal finestrino dell’aereo. Sotto di me scorre il profilo degli ultimi fiordi della Norvegia, poi solo l’oceano. Scaliamo un parallelo dopo l’altro fino al 78°, quello di Longyearbyen, la città più importante delle Isole Svalbard. È l’ultimo avamposto abitato prima del Polo Nord, da cui dista solo mille chilometri: oltre questo punto sulla mappa non ci sono altri luoghi stabilmente abitati dall’uomo. In un mattino color pastello, dopo tre ore di volo, arrivo a destinazione in un moderno aeroporto dove il mio zaino rotola sull’unico nastro bagagli.

«Sukkertoppen, Gruvfjellet, Trollsteinen»: provo inutilmente a scandire in norvegese i nomi delle morbide montagne tutt’intorno. Sulle loro cime si vedono ancora polverose miniere abbandonate e arrugginiti vagoncini. Longyearbyen nasce infatti nel 1906 come villaggio minerario per l’estrazione del carbone, grazie all’imprenditore statunitense John Munro Longyear. 

Oggi una di quelle cime, riconoscibile per l’avveniristica porta d’ingresso in acciaio, ospita lo Svalbard Global Seed Vault, un’arca di Noè inaugurata nel 2008 dove per ogni eventualità vengono conservate a −18°C le sementi delle piante commestibili di tutto il mondo. La Siria ha già chiesto i campioni di alcune coltivazioni cancellate dalla guerra. Qui al freddo tutto si conserva, anche troppo: nei tessuti dei corpi quasi intatti di alcuni soldati sono stati trovati i virus della terribile epidemia di Spagnola del 1918. Per intanto, ignari delle tensioni internazionali, i semi degli Stati Uniti sono conservati accanto a quelli della Corea del Nord. 

Non è l’unico caso di inedite convivenze. La cittadina, infatti, è un esperimento piuttosto riuscito di multiculturalismo: registra circa duemilacinquecento abitanti provenienti da più di cinquanta nazioni. Merito di un trattato internazionale del 1925, che affida la sovranità alla Norvegia ma concede la possibilità di sfruttamento economico agli Stati firmatari; dunque, frontiere aperte e nessun visto. Unici requisiti? Una buona forma fisica, una casa e un lavoro sicuro per mantenersi.

Passeggio per il centro abitato costellato da edifici colorati in legno, tutti rialzati su palafitte per la presenza del permafrost, un terreno perennemente ghiacciato. Saremo in cima al mondo ma Internet funziona benissimo, grazie a un potente sistema di fibra ottica sottomarina al servizio della stazione satellitare, come mi spiega Dario, ventitré anni, italianissimo, qui dal 2018 e oggi cuoco in uno dei ristoranti più quotati, il Funken Lodge

Strada facendo vedo due asili, una scuola, persino l’università, con circa trecentocinquanta studenti da tutto il mondo ogni anno; e poi negozi d’abbigliamento tecnico, la posta, la banca, un ospedaletto, un centro sportivo con la piscina e perfino un negozio di alimentari thailandese. «Abbiamo una Little Thai polare. È la seconda comunità straniera dopo quella svedese», spiega Diego dinanzi al mio evidente stupore. Tutto merito dell’amore tra una donna di Bangkok e un minatore norvegese; galeotta una vacanza in Thailandia nel 1980, lui la sposa e la porta con sé. Seguendo la via tracciata dalla donna arrivarono poi anche suoi parenti, amici e conoscenti, tutti buoni lavoratori impiegati perlopiù nel turismo o nella ristorazione.

A patto di sopportare il freddo e una sana dose di isolamento, qui chiunque può avere un’opportunità di ricominciare. Comincia così il racconto di Omid Abolhasani, trentanove anni, barista al Fruene, una delle migliori caffetterie della città, dove ci scaldiamo con una zuppa bollente. «Sono curdo e vengo dall’Iran. Nel 2008 sono arrivato in Norvegia come rifugiato, assieme alla mia famiglia. Ma le autorità hanno respinto per due volte la mia richiesta d’asilo politico e infine mi hanno espulso». È allora che Omid ha scelto di spostarsi così a nord, alle Svalbard, pur separandosi dai suoi affetti. «Sapevo che non sarei potuto tornare sul continente per anni e che mi aspettava una vita completamente diversa. I primi tre mesi sono stati durissimi. Ma poi ho trovato, finalmente, la pace e la libertà». Oggi questa minuscola cittadina dei ghiacci è per lui «casa», una vera utopia per il popolo curdo.

Nel primo pomeriggio comincia un brulicante andirivieni di persone, rigorosamente imbacuccate. È la movida del sabato artico. Una sosta al pub è d’obbligo. «La socialità è tutto, soprattutto nella lunga notte polare, da fine ottobre a metà febbraio, quando è buio per ventiquattro ore», sottolinea Dario con in mano una bionda dello Svalbard Bryggeri, il birrificio più a nord del mondo. Come in un qualsiasi bar sotto casa, si chiacchiera del più e del meno, anche di calcio. Infatti queste isole in cima al mappamondo hanno un campionato, seppure non riconosciuto da alcuna federazione sportiva. «Sono portiere del Longyearbyen», mi dice orgogliosamente Facundo, un amico di Dario. Facundo arriva letteralmente dall’altra parte del mondo, dall’Uruguay, e lavora per un’impresa di pulizie. «Cosa mi piace? Essere immersi in un frullatore di diverse nazionalità e culture. La mente si apre e impari moltissimo» conclude con un grande sorriso stampato sulla faccia. 

A Longyearbyen sulla carta tutti hanno gli stessi diritti, un sogno per chi viene dai tanti inferni del pianeta, anche se uno sguardo più attento coglie facilmente che − come nella Fattoria degli animali di Orwell − «Tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». I norvegesi hanno pur sempre le chiavi di casa e conoscere la loro lingua è un indubbio vantaggio.

Il sole si abbassa lentamente sull’orizzonte. Costeggiamo il fiordo, completamente ghiacciato, mentre un immacolato paesaggio si apre dinanzi agli occhi. Ci lasciamo alle spalle il composito brusio della città fino a un segnale stradale con il profilo di un orso. Un semplice cartello segna il confine naturale tra l’uomo e il più grande carnivoro della terra: nessuna recinzione, nessun muro di separazione, nessun confine.