Il famoso bikini indossato da Ursula Andress nei panni di Honey Ryder nel film di James Bond del 1962, in mostra nell’atrio dell’edificio TIFF a Toronto come parte di della mostra «Designing 007: 50 years of Bond Style» (Paul Gorbould)

Bussole

Il viaggio che ci fa
Inviti a letture per viaggiare

«Questo è un manuale per scrivere la propria autobiografia seguendo il filo conduttore del viaggio […] Un’autobiografia può prendere moltissime strade. Perché non quella dei nostri viaggi? […] I viaggi passati […] sono elementi costitutivi fondamentali della nostra storia, e quindi anche della nostra identità. I viaggi ci rendono quello che siamo: gli inglesi dicono di qualcuno che è well travelled, “ben viaggiato”. Tu fai un viaggio, e il viaggio fa te…». 

I ricordi di viaggio sono più intensi e durevoli di tutti gli altri. Secondo una ricerca commissionata da Swiss all’Università di Zurigo sarebbero il 10% delle nostre memorie, anche se naturalmente la percentuale di tempo trascorsa in viaggio è di solito molto inferiore. 

Nel suo ultimo libro lo psicologo e scrittore Andrea Bocconi, nostro collaboratore, racconta la sua vita proprio attraverso i viaggi, scoprendo che tutti, a modo loro, hanno lasciato un segno: il primo motorino, le vacanze al mare con la famiglia, il viaggio della maturità, i viaggi in terre lontane da giovane adulto, i viaggi con moglie e figli eccetera. Coinvolge poi i lettori nello stesso gioco con divertenti esercizi di scrittura alla fine di ogni capitolo. 

È una prospettiva nuova e affascinante. Aiuta a capire perché alcuni Paesi ci hanno attratto a preferenza di altri e al tempo stesso orienta e rende più consapevoli le nostre scelte future, al di là dei suggerimenti interessati della pubblicità turistica. Sino a quando scopriremo che un viaggio a lungo accarezzato e sempre rinviato non è più possibile, è diventato Il viaggio che non farò più (è il titolo di uno degli ultimi capitoli). / CV

Bibliografia
Andrea Bocconi, Io, altrove. Quando il viaggio diventa scrittura di sé, Ediciclo, pp. 168, € 14,50.


L’ombelico del Bikini

Viaggiatori d’Occidente - Settantacinque anni del popolare costume da bagno
/ 31.05.2021
di Claudio Visentin

È uno strano anniversario. In primo luogo perché parliamo pur sempre di un costume da bagno; e poi fa impressione celebrare i settantacinque anni del bikini, un simbolo di gioventù e bellezza, nato nello stesso anno del primo baby boomer. D’altronde le note di un gruppo trasgressivo come gli AC/DC saranno presto la colonna sonora di molte case di riposo (sarà divertente esserci, quando le infermiere cammineranno nei corridoi al ritmo di Highway to Hell), dal momento che il gruppo fu fondato nel 1973 e quindi chi aveva vent’anni allora va oggi per i settanta e magari continua ad ascoltare i suoi cantanti preferiti.

Ma procediamo con ordine, senza divagazioni. Il costume da bagno intero fu inventato all’inizio del Novecento, quando le nuotatrici furono ammesse per la prima volta alle Olimpiadi nel 1912 a Stoccolma. Subito si delinearono chiaramente due tendenze in eterno conflitto: ai moralisti qualunque costume da bagno sembrava troppo audace (con tanto di processi per offesa alla pubblica morale), alle bagnanti (e agli uomini che le ammiravano) sempre troppo castigato.

A partire dagli anni Trenta poi il costume da bagno entrò in conflitto con la nuova moda dell’abbronzatura, sostenuta con tutta la sua autorità dalla celebre stilista Coco Chanel. Arrotolato sui bordi, tirato da tutte le parti per scoprire quanta più pelle possibile e abbronzarsi meglio, già verso la fine degli anni Trenta il costume intero si divide in due pezzi. L’ombelico tuttavia restava ben coperto perché questa era la vera frontiera della morale. Per qualche ragione che oggi non comprendiamo più, al tempo dei nostri nonni mostrare l’ombelico era considerato una trasgressione inaccettabile (comune peraltro a molte culture nel mondo). Per esempio, negli Stati Uniti il Motion Picture Production Code, applicato dopo il 1934, proibiva l’esposizione dell’ombelico femminile nei film. In particolare Marilyn Monroe poté mostrarlo solo nella sua ultima pellicola, rimasta incompiuta per la morte dell’attrice, Something’s Got to Give (1962). La diva commentò con molto spirito: «I censori si sono accorti che tutti abbiamo l’ombelico».

Dopo la Seconda guerra mondiale la scissione dei costumi da bagno in due pezzi si rispecchiò in un’altra scissione, quella dell’atomo, con le sue tragiche conseguenze. Nel giugno 1946, la prima estate di pace, lo stilista francese Jacques Heim rispolverò un suo precedente modello lanciando il costume in due pezzi Atome (con l’ombelico ancora coperto), con lo slogan «il più piccolo costume da bagno al mondo». Ma presto un ingegnere automobilistico prestato alla casa di lingerie della madre, Louis Réard, gli rubò la scena proponendo il vero e proprio bikini. 

Il nome si ispirava a un recente esperimento nucleare americano nell’atollo di Bikini (Isole Marshall). Réard creò il nuovo costume utilizzando solo quattro triangoli di tessuto stampato. Poté così affermare, con tanto di pubblicità aerea, che il suo bikini era «più piccolo del più piccolo costume da bagno del mondo». Questa volta l’ombelico era bene in vista e questo provocò una lunga storia di resistenze e diffidenze. Il nuovo costume infatti era considerato troppo audace non solo dai censori, ma anche dalla maggior parte delle donne. 

Per la prima presentazione pubblica, sul bordo della piscina Molitor di Parigi, il 5 luglio 1946, Réard dovette affidarsi a una spogliarellista del Casino de Paris, Micheline Bernardini. Ancora nel 1960 del resto Dalida in Pezzettini di bikini (una cover di Bryan Hyland, Itsy Bitsy Teenie Weenie Yellow Polka Dot Bikini) cantava storie di timidezza: «Dalla cabina uscire non voleva / Io le chiedevo: “Piccina, perché?” / “Non voglio uscire” così rispondeva / “Son troppi gli occhi che guardano me” / Un, due, tre, dicci sotto cosa c’è». E anche dopo una fugace apparizione del bikini nella premiazione della prima edizione di Miss Mondo (1951), a causa delle proteste si dovette tornare al tradizionale abito da sera; e così la svedese Kiki Håkansson per lungo tempo rimase l’unica Miss Mondo incoronata in bikini.

Negli anni Sessanta, tuttavia, il desiderio di trasgressione e di modernità è più forte dei residui di pudore. La spiaggia con la sua nuova socialità attira sempre più le nuove generazioni. E quando le attrici più belle adottano con convinzione il bikini, le ultime resistenze si dissolvono. Tra tante francesi, a cominciare da Brigitte Bardot (E Dio creò la donna, 1956), sarà proprio una svizzera del Canton Berna a imporre il bikini. 

Nel 1962 Ursula Andress interpreta la bond girl Honey Rider in 007 – Licenza di uccidere. Quando Ursula esce dal mare indossando un meraviglioso bikini bianco, con cintura e fondina per un grosso coltello, il gioco è fatto; dopo quella scena (la più sexy nella storia del cinema secondo un sondaggio di Channel 4 del 2003) è nata una diva e le vendite di bikini salgono alle stelle. A partire dal 1964 poi, negli Stati Uniti, «Sports Illustrated» dedica un numero speciale annuale ai costumi da bagno; centinaia di lettori disdicono l’abbonamento indignati, ma altrettanti ne sottoscrivono di nuovi. Il bikini si afferma definitivamente lanciando la carriera di molte supermodelle, Elle Macpherson tra tutte.

Certo le femministe protestano per questa esposizione del corpo femminile, ma la maggior parte delle donne lo considera piuttosto un simbolo di liberazione, gioco, divertimento. Diana Vreeland, fashion editor di «Harper Bazaar» e guru del gusto, scrive: «Il bikini mi suggerisce le più belle cose di una vita libera». Secondo lo storico della moda Olivier Saillard, la diffusione globale del bikini, in forme sempre diverse, testimonia «il potere delle donne, non della moda». Strada facendo il bikini ha reciso il suo legame originario con il nuoto, è prima di tutto un nuovo modo di vivere l’estate, le vacanze, la vita. Volete una prova? Secondo una ricerca, l’85 per cento di tutti i bikini non ha mai toccato l’acqua…