La nostra elvetica isola

Evento
Invito a PiazzaParola  per viaggiare

Negli ultimi due anni, sia pure per cause di forza maggiore, abbiamo declinato in tutte le forme il viaggio dentro i nostri rassicuranti confini (staycation, direbbero gli inglesi); gli svizzeri di lingua tedesca sono scesi in massa in Ticino certo, come ai bei vecchi tempi, ma anche noi, per una volta, abbiamo viaggiato in direzione contraria, superando un certo tradizionale isolamento. Ogni tanto, infatti, il Canton Ticino ama pensarsi come un’isola, appena lambita dal rumore e dal disordine del mondo. Ma in una diversa prospettiva anche la Confederazione è spesso immaginata allo stesso modo, come un’isola al centro dell’Europa.

E proprio al tema dell’isola è dedicata la decima edizione del Festival PiazzaParola. Si parlerà dell’isola dove siamo, dell’isola che siamo, di isole immaginarie, riflesse da miraggi o colme di tesori, dove collocare paradisi e utopie, e dell’isola che non c’è, se non nei sogni dei marinai e dei poeti.

A partire dal Settecento, grazie ai romanzi d’avventura, l’isola diviene un luogo privilegiato della riflessione e dell’immaginazione. Il testo di riferimento, allora come oggi, è naturalmente Robinson Crusoe di Daniel Defoe (1719). Ma tra le curiosità c’è anche Il Robinson svizzero, un romanzo avventuroso scritto da David Wyss nel 1812. 

In occasione dell’Anteprima del festival PiazzaParola, Alla scoperta dell’isola svizzera, il nostro collaboratore Stefano Vassere dialogherà con il nostro altrettanto collaboratore Claudio Visentin e con Marco Agosta. Quest’ultimo è il curatore del progetto editoriale «The Passenger», una serie di guide di nuova concezione che ha dedicato un bel volume anche alla Svizzera, raccontandola attraverso inchieste, reportage letterari e saggi. Perché la nostra isola è piena di misteri… / RedAzione

Informazioni
L’incontro avrà luogo sabato 16 ottobre, ore 11, al LAC; l’ingresso è gratuito. Per ulteriori dettagli consultare il sito www.piazzaparola.ch o scrivere a: info(at)piazzaparola.ch

cliccando sull'immagine si può scaricare il programma in pdf

Lo svago salubre del turismo halal

Viaggiatori d’Occidente - Per meglio accogliere gli ospiti musulmani, visitatori in crescita, bastano pochi accorgimenti: niente alcol nel minibar in camera, niente gioco d’azzardo, niente nudità
/ 04.10.2021
di Claudio Visentin

Turismo halal: sapete cosa significa? È il turismo dei musulmani, ovvero un viaggio in accordo con la Shari’ah, le regole di vita e di comportamento dettate da Dio per la condotta dei suoi fedeli. Il turismo halal è uno dei settori in più rapida crescita nel mercato mondiale: contava centoquaranta milioni di arrivi internazionali nel 2018 (dieci per cento del totale) e si prevede un raddoppio nel giro di una decina d’anni. Al mondo, del resto, ci sono quasi due miliardi di musulmani, con il più alto tasso di crescita demografica tra le diverse religioni.

Certo sotto il grande mantello dell’Islam ci sono popoli molto diversi tra loro e i tradizionalisti sono solo una parte (per quanto più visibili nei media), ma quasi tutti i musulmani sono inclini a rispettare i precetti della loro religione anche in viaggio, magari con qualche adattamento (consentito dal Corano a chi si trova lontano da casa). E dunque, solo per fare qualche esempio, niente alcol nel minibar in camera, niente gioco d’azzardo, niente nudità. Più volte al giorno si prega in direzione della Mecca, dopo aver fatto le necessarie abluzioni. Il cibo dev’essere preparato secondo le prescrizioni rituali (dev’essere halal appunto) e naturalmente la carne di maiale è proibita.

Finché si resta all’interno della comunità dei fedeli (Umma) non ci sono problemi a osservare strettamente queste regole, ma tutto diventa più complicato quando il turista musulmano si spinge nei Paesi dove un’altra fede è prevalente. Ecco perché per esempio si preferisce volare con compagnie aeree di Paesi islamici. Inoltre, dopo l’undici settembre, superare i controlli di sicurezza in aeroporto può essere più lungo e difficile per chi parla arabo. È anche comune la scelta di prenotare gli alberghi attraverso siti web attenti alle esigenze spirituali dei viaggiatori (il più conosciuto è HalalBooking). 

Per un curioso paradosso la tradizione si mantiene viva anche grazie alle più moderne tecnologie. Del resto, oltre il 60 per cento dei musulmani ha meno di trent’anni e, come tutti i giovani, in viaggio utilizzano quasi soltanto il loro smartphone. Infine, una volta giunti a destinazione può essere difficile trovare spazi e tempi adatti alla preghiera, o cibo veramente halal (molte certificazioni sono poco più di un’etichetta di comodo). 

Naturalmente è vero anche il contrario. Quando nel 2019 l’Arabia Saudita – sino ad allora riservata esclusivamente ai pellegrini islamici diretti alla Mecca – ha aperto le porte ai turisti internazionali di quarantanove Paesi, ha subito scoperto che non era possibile imporre loro le stesse regole dei locali, quali l’abito nero per le donne, il divieto di condividere una stanza d’albergo per le coppie non sposate, l’astinenza dall’alcol eccetera.

Detto questo i turisti halal da molti punti di vista non sono poi così diversi da noi. Lo svago (leisure) resta la principale motivazione del viaggio, insieme a festival, visite agli amici, benessere e via elencando. Nelle diverse città anch’essi visitano i luoghi e i monumenti più famosi. Un numero crescente, tuttavia, è interessato anche a un turismo culturale ispirato alla riscoperta dei momenti più importanti nella storia dell’Islam: la Spagna nell’alto medioevo (al-Andalus) a Siviglia, Granada e Cordova, la lunga stagione della Sicilia araba (827-1091), con le sue meraviglie architettoniche palermitane, Samarcanda islamica, i Balcani e così via.

Il turismo halal riserva anche qualche sorpresa. Se è vero per esempio che la maggior parte delle donne si sposta con tutta la famiglia (una scelta ancora prevalente nel mondo musulmano), un sorprendente 28 per cento viaggia da sola o in gruppi esclusivamente femminili (Mastercard & CresentRating). E molte di loro si lamentano dei controlli, per esempio all’aeroporto, quando devono togliersi il velo ma non possono farlo in spazi riservati e con personale femminile. 

Spesso la discussione sulle viaggiatrici islamiche si concentra sul loro caratteristico costume da bagno integrale, il famoso burkini. Dopo gli attentati di Nizza nel 2016 sulle spiagge francesi fu pure vietato. Ma è un altro caso di malinteso. In realtà nei Paesi islamici le donne hanno spiagge separate da quelle degli uomini e quindi i costumi da bagno, in assenza di maschi, sono spesso liberissimi. Il burkini è solo un compromesso a cui le donne musulmane ricorrono per poter frequentare le nostre spiagge o le piscine pubbliche; non a caso fu inventato nel 2004 da una stilista australiana, Aheda Zanetti.

Il turismo halal ci riguarda da vicino e merita di essere approfondito per molte ragioni, dal dialogo multiculturale all’interesse economico. Infatti gli albergatori ticinesi ricordano bene le grandi famiglie musulmane di qualche anno fa, la loro curiosità verso il nostro cantone, i soggiorni prolungati, l’inclinazione quasi compulsiva allo shopping (con una spesa media oltre tre volte superiore ai tedeschi). La legge contro i minareti prima, e il divieto del burqa o velo integrale (niqab) poi, ha un poco raffreddato gli entusiasmi e non a caso molti albergatori avevano espresso perplessità verso questi provvedimenti, ma non si è aperto un solco. I primi turisti dai Paesi arabi stanno già cautamente tornando e saranno ancor più quando l’emergenza Covid sarà superata. Facciamoci trovare pronti.