Le voci della foresta

Covid-19 - La pandemia purtroppo ha raggiunto anche le aree apparentemente più lontane o remote del pianeta
/ 08.03.2021
di Amanda Ronzoni, testo e foto

Nell’Amazzonia peruviana, lungo il fiume Yavarí (in spagnolo, in portoghese è Javari), mentre la nostra canoa scivola sulle acque ingrossate tipiche di febbraio, il rumore ritmico del motore, peque-peque – da cui prende il nome l’imbarcazione stessa – copre solo in parte la voce della foresta che attraversiamo. Ci muoviamo sotto un cielo gonfio, un po’ ostile, che a intervalli regolari ci scarica addosso il suo umore nero. Io e i miei compagni di viaggio avvolti in poncho e kway; la nostra guida, il pilota e la moglie (al sesto mese di gravidanza) magliettina e pantaloncini, incuranti della pioggia. Il nostro viaggio risale all’anno scorso.

Siamo arrivati qui, al confine tra Perù e Brasile, in un piccolo avamposto militare, dopo aver lasciato Iquitos con un idrovolante, approntato da un giorno all’altro, perché gli aerei normalmente in uso non possono decollare a causa delle piste allagate. Abbiamo perso un giorno e siamo in ritardo sulla nostra tabella di marcia. Dobbiamo riadattare l’intero viaggio di conseguenza. Facciamo le ultime compere: acqua, riso e varie vettovaglie (poco). Riusciamo a ripartire solo a pomeriggio inoltrato. Incrociamo qualche piccola imbarcazione come la nostra e un paio di delfini si fanno immaginare sotto il pelo dell’acqua, scura, limacciosa, piena di tronchi che galleggiano, pericolosi, affiorando appena.

In alcuni punti il nostro pilota decide di risparmiare qualche chilometro di navigazione e preziosi litri di benzina, tagliando alcune anse del fiume. Spegne il motore e passa ai remi. Si infila nell’intrico degli alberi, come seguendo una scorciatoia visibile solo a lui, tra piante poderose, liane pendenti e mille occhi che ci osservano nella vegetazione. Improvvisamente, morto il rumore del motore, la natura intorno torna ad alzare il volume. Una sorta di bolero, un crescendo. Richiami, grida, canti. Sono le innumerevoli specie di uccelli, insetti, anfibi, scimmie, roditori che noi non vediamo, ma che si nascondono tutt’intorno a noi.

Arriviamo presso uno dei villaggi lungo il fiume, alle 2 di notte, creando un comprensibile scompiglio tra i cani che sono abituati a reagire a movimenti ben più sinuosi, silenziosi e letali delle bestie che abitano la foresta. Il capo villaggio, Carlos, non si scompone e ci offre per dormire il riparo nella loro maloca, ampio edificio un tempo utilizzato come abitazione comune. I cani, appurato che non siamo un pericolo tornano a dormire, noi appendiamo le nostre amache per svegliarci con il sole il mattino seguente.

Sembra di essere lontani anni luce dal nostro mondo, da quello che cataloghiamo come quotidiano e usuale. I ritmi sono quelli dettati dalla luce del sole. Ci si lava o nel fiume, o sotto la pioggia, che in questa stagione, per temperatura e quantità, non ha nulla da invidiare alle docce più moderne. La toilette è un piccolo buco nel terreno sotto un riparo defilato lontano dalle capanne, o in alternativa open air ai margini della selva.

Mangiamo quel che c’è: fondamentalmente yucca, platano e riso, accompagnati da ciò che di giorno in giorno arrivano dalla foresta e dal fiume. Solo il necessario. Del resto, il frigorifero non fa parte dell’arredo locale. Si caccia, si pesca e si consuma senza buttar via nulla.

Ci portano a visitare «l’orto» del villaggio, una specie di zona cuscinetto che separa le case dalla foresta. Qui le piante sono più basse, rade, il terreno ripulito da altri vegetali. I cani fungono da guardiani e da spazzini.

Gli anziani sono una sorta di enciclopedia vivente che raccoglie informazioni inestimabili sulle proprietà curative di piante e animali. Un patrimonio immenso e fragile che si tramanda di generazione in generazione, oggi minacciato dall’esodo dei giovani verso le città, in fuga da un ambiente che si sta deteriorando a causa di incendi indotti, disboscamento selvaggio, inquinamento delle faglie acquifere causato da cercatori d’oro e di petrolio.

I bambini girano con i piccoli di scimmia o di bradipo, spesso rimasti orfani durante le battute di caccia. La scuola è ufficialmente nella capanna centrale che ha diverse funzioni: centro culturale, municipio, luogo di culto, balera serale. È però nella selva che si passa dalla teoria alla pratica, confrontandosi con gli animali, in carne, ossa, piume e squame, quelli utili, quelli pericolosi, quelli da non toccare mai.

All’inizio della pandemia si pensava (o, almeno, io lo speravo tanto) che queste comunità potessero in qualche modo restare al riparo dal contagio, ma le notizie che abbiamo purtroppo non sono affatto buone. Tra le voci più autorevoli che si sono levate in difesa dell’Amazzonia c’è quella del fotografo Sebastião Salgado e con lui tantissime comunità di attivisti per i diritti delle popolazioni indigene, una su tutte la campagna degli Yanomami #ForaGarimpoForaCovid, per chiedere ai governi di mettere un freno alle scorrerie dei cercatori d’oro, che sono un ulteriore veicolo della pandemia nelle regioni più remote dell’Amazzonia.

Nell’etere, da Nauta, a un centinaio di chilometri da Iquitos, le popolazioni locali lanciano i loro allarmi, ma anche messaggi di speranza e voglia di riscatto grazie a Radio Ucamara e al suo direttore Leonardo Tello Imaina. Le loro voci arrivano nei villaggi come quello di Carlos grazie a un piccolo generatore che tiene in vita una vecchia radio, fondamentale per comunicare tra villaggi e con il mondo dall’altra parte della foresta. Un mondo che mi sembrava così remoto, nel bene e nel male, nonostante la presenza quasi stridente nel folto della foresta, sul tetto di molte capanne, di pannelli solari per alimentare tv e telefonini. Nel nostro immaginario questi simboli del progresso del mondo cosiddetto avanzato sembrano fuori posto, come se chi abita nel folto della foresta dovesse vivere in una dimensione senza tempo, cristallizzata, in costume adamitico, come se l’umanità non si fosse sempre spostata, non cambiasse giorno dopo giorno, come se non vivesse di scambi e contaminazioni.

Ecco, l’altro giorno, quando con mia enorme sorpresa, e gioia, e sollievo, sul mio smartphone è arrivato un messaggio WhatsApp da Carlos, con alcune foto di lui e del suo villaggio, per chiedermi come stavo e farmi sapere che lui e la sua famiglia per il momento sono al sicuro, i 9795 km che ci separano sono spariti e quel mondo che mi sembrava così lontano è diventato incredibilmente vicino.