Le piccionaie di Tinos

Reportage - Cicladi sacre: un’isola di Tinos tra chiese e colombaie
/ 19.04.2021
di Simona Dalla Valle, testo e foto

Ancora relativamente sconosciuta ai turisti stranieri nonostante sia la terza isola delle Cicladi per grandezza, Tinos soffre la vicinanza della celebre Mykonos. A differenza di altre isole, Tinos, che è abitata da quasi diecimila persone, non è nota per spiagge e bar, bensì per il suo essere meta di pellegrinaggi religiosi. La Chiesa greco-ortodossa di Panagia Evangelistria è un centro religioso tanto famoso a Tinos, da essere paragonabile a una versione greca di Lourdes.

Il 15 agosto di ogni anno i pellegrini visitano la sacra icona della Madonna qui conservata, e ritrovata dopo che la Madonna apparve in sogno a una suora di nome Pelagia rivelandone la posizione. Oltre a questo tempio, Tinos è costellata da più di 750 chiese e cappelle. Ma sparse sull’isola «religiosa» delle Cicladi non sono solo mete santificate, bensì anche le Περιστεριώνας (peristerionas), cioè le piccionaie, anche dette colombaie, di epoca veneziana.

Prima di soffermarci su questa curiosità, prendiamoci però qualche riga per dare una sbirciata alla geografia e al clima di questa singolare terra emersa. Situata nell’Egeo meridionale tra Andros e Mykonos, Tinos è fortemente esposta ai venti da nord e in particolare al meltemi, tanto da meritarsi nella mitologia il titolo di patria di Eolo, divinità delle vele aperte e del cielo limpido. Anche la pioggia qui è più abbondante rispetto alle altre Cicladi, e valli protette dal vento come Livadia, Agapi o Potamia ospitano aree fertili che hanno fornito prodotti freschi ai mercati ateniesi almeno fino agli anni Cinquanta.

Lasciandoci alle spalle il mare per risalire verso la montagna si scoprono degli edifici alti e stretti simili a torri, i cui fianchi sono decorati con una sorta di merlettatura in pietra. Sono proprio queste, le famose peristerionas, uno dei simboli di Tinos. La presenza di queste colombaie è legata alla storia dell’isola e in particolare alla sua occupazione da parte di Venezia. In seguito all’assedio di Costantinopoli, avvenuto nel 1204, gran parte della Grecia passò sotto il dominio della città dei Dogi. L’isola di Tinos fu annessa all’Impero Latino d’Oriente nel 1207 e vi rimase per quasi cinquecento anni, fino alla sua conquista da parte degli Ottomani. I Ghisi o Ghizzi, signori italiani, vi portarono la religione cattolica e la legge feudale occidentale.

Nel 1390 la Repubblica di Venezia succedette ai Ghizzi portando sull’isola l’usanza del «diritto di colombaia»: soltanto i nobili erano autorizzati a possederne. I piccioni erano allevati non solo per consumarne la carne, considerata una prelibatezza, ma anche per i loro escrementi, utilizzati come fertilizzante. Oltre che un mezzo di sostentamento, grazie al diritto di colombaia, il piccione divenne simbolo di prestigio sociale, tanto che avere una piccionaia sulla propria terra era un privilegio e un segno di prosperità.

Abituati ai lauti guadagni provenienti dal commercio di piccioni, i veneziani avevano stabilito l’attività di allevamento in alcuni dei territori che occupavano. Tinos, Andros e Naxos furono le candidate ideali: gli aspri rilievi delle isole, dotate di corsi d’acqua importanti, permettevano di trovare con facilità luoghi protetti dal vento. La lunga durata della presenza veneziana a Tinos, che terminò nel 1715, spiega il numero di piccionaie presenti fino a oggi: se nel 1537 le altre isole passarono sotto il controllo degli Ottomani, i quali abolirono il «diritto di colombaia» togliendo a esse ogni significato di dominio sociale, l’arrivo tardivo degli Ottomani a Tinos, soltanto due secoli dopo, fece sì che la piccionaia per lungo tempo restasse un possedimento esclusivo dei nobili dell’isola e questo probabilmente ne facilitò la preservazione.

Le case dei piccioni erano costruite sui pendii circostanti le valli dell’entroterra, al riparo dal vento. Questo permetteva agli uccelli di trovare facilmente la via di casa. In fondo alle valli vi era di solito un corso d’acqua che permetteva la coltivazione dei terreni, incrementata dal fertilizzante naturale fornito dai volatili.

All’inizio del secolo scorso, a Tinos si contavano quasi mille piccionaie e ancora oggi se ne possono ammirare circa seicento, soprattutto intorno ai villaggi di Tarambados, Agapi, Potamia e Kardiani. Osservando la loro architettura si può notare che tre dei quattro lati della costruzione a parallelepipedo hanno aperture per i piccioni, ed è su questi lati che si scorge il famoso «merletto» in pietra con forme geometriche. La parete nord, esposta al vento, è sempre cieca, mentre le altre tre facciate di questi edifici imponenti, realizzati in ardesia locale, erano intarsiate con figure geometriche come rombi, triangoli, soli o cipressi.

Queste decorazioni, realizzate con grande maestria dagli artigiani locali, fornivano un alto numero di ingressi, oltre che di aree di nidificazione. Le piccionaie erano in genere costruite su più livelli, dei quali il seminterrato serviva come capannone per gli attrezzi e come stalla o fienile, mentre il piano superiore era riservato ai piccioni.

I materiali più utilizzati per la loro costruzione erano pietra e marmo, ma anche calce per il controllo dei parassiti e intonaco pigmentato di nero, grigio o bianco. La porta della piccionaia è generalmente stretta, con una spessa serratura in legno, pietra o marmo, per garantire la chiusura più ridotta possibile ed evitare l’intrusione di serpenti o topi.

Più ricco era il proprietario della colombaia, più complessa la lavorazione della pietra e dei diversi materiali, e maggiore la differenziazione dalla decorazione della colombaia vicina. Le famiglie con colombaie in diverse parti dell’isola chiedevano agli artigiani di rispettare una certa omogeneità nella decorazione, così che l’assemblaggio dei motivi formasse una sorta di stemma di famiglia.

L’allevamento e il commercio dei piccioni, e l’inizio della sua liberalizzazione durante la dominazione ottomana, hanno contribuito, insieme alla produzione di seta, allo sviluppo dell’isola, la cui popolazione è quadruplicata dal XV al XIX secolo. I piccioni venivano esportati principalmente a Costantinopoli e Smirne (l’odierna Izmir) dove venivano venduti in tutto l’Impero Ottomano.