Consiglio di lettura:


Emanuele Coccia, Filosofia della casa, Einaudi, 2021


L’anima volubile delle case

Tra il ludico e il dilettevole - Sempre più attrezzate tecnologicamente, offrono uno spazio privilegiato per le attività del tempo libero, ma rivelano anche, nel bene e nel male, qualcosa di noi
/ 27.03.2023
di Sebastiano Caroni

Così come ci sono persone che preferiscono il mare alla montagna, che bevono il caffè rigorosamente con o senza zucchero, oppure che cantano sotto la doccia, allo stesso modo ci sono persone che amano passare il tempo libero a casa propria e altre che, invece, preferiscono passarlo fuori. Non conosco studi che si occupano del tempo libero da questa angolatura, prendendo in considerazione l’opposizione fra la sfera domestica e lo spazio esterno. Eppure la distinzione mi pare importante, perché potrebbe rivelare aspetti del carattere, delle inclinazioni e delle preferenze di una persona. Si potrebbe addirittura fare un’indagine a partire dalla semplice domanda «preferisci passare il tuo tempo libero a casa oppure fuori?».

Del resto, l’impiego domestico del proprio tempo libero ha goduto di una certa attenzione durante l’emergenza Covid, quando la gente si è trovata costretta a limitare la propria mobilità. Si era detto, in quelle circostanze, che le persone erano pronte a riscoprire la loro sfera domestica. D’altra parte, non è un segreto se l’arrivo della pandemia ha dato un grosso impulso al commercio online. Per esempio, nel web sono spuntate rapidamente nuove piattaforme specializzate nel trasporto del cibo e altri articoli da ristoranti, locali e negozi a beneficio di fortunati clienti che, con pochi clic ben assestati, facevano arrivare il loro cibo preferito sulla porta di casa. Con l’aumento della comunicazione virtuale a scapito dei più convenzionali incontri faccia a faccia, anche i social media e le offerte audiovisive hanno trovato un pubblico sempre più fedele e ricettivo. Come dire: con la pandemia le nostre case si sono trasformate ancora di più in caverne tecnologicamente attrezzatissime.

È altresì vero che la casa, differentemente dallo spazio aperto, incoraggia una certa immobilità del corpo incarnata alla perfezione nel confort di un bel divano comodo. Ciò, peraltro, non toglie nulla al potenziale evasivo e all’agilità dell’immaginazione, sempre pronta a sconfinare – oggi come ieri – verso nuovi orizzonti. Nell’estate del 1816, la diciannovenne Mary Godwin (il nome da ragazza di Mary Shelley), mentre soggiornava sul lago di Ginevra in compagnia del suo futuro marito Percy Bysshe Shelley e di Lord Byron, concepì un primo racconto da cui fu tratto il romanzo Frankenstein. A causa del maltempo il terzetto, ospite del dottor William Polidori, per diversi giorni rimase confinato all’interno di una villa. Per ammazzare il tempo, qualcuno propose di esercitarsi a scrivere storie di fantasmi. Da questo intreccio fra il bisogno di trasformare il tempo libero in sforzo creativo, e di un ambiente domestico trasformato in luogo di confinamento, nacque il primo romanzo di fantascienza: una convergenza di fattori che ci fa capire come spesso è nel cuore del familiare, della casa, che può nascere qualcosa di autenticamente inquietante.

A volte lo spazio domestico non è più solo rifugio sicuro e edificante, fonte di riposo e rigenerazione, ma rappresenta anche la trasfigurazione del noto, il lato oscuro – Jung avrebbe detto l’ombra – che potenzialmente alberga in ognuno di noi. Il cinema horror, che è molto legato alla dimensione oscura della casa, ci insegna che la paura si manifesta quando la normalità, e la banalità del quotidiano, inaspettatamente si eclissano lasciando emergere l’altro volto, quello inquietante, della realtà. Dentro di noi alberga una dimensione irrazionale e inconscia, fatta di pulsioni, di pensieri, ricordi, tizzoni di esperienze che conservano una dimensione enigmatica. Siamo condizionati dalla nostra parte inconscia, da esperienze vissute ma non completamente elaborate; da traumi subiti, ricordi rimossi ma non per questo svaniti.

Come dice molto bene Aldo Carotenuto nel saggio Il fascino discreto dell’orrore (Bompiani: 1997), «il vero testo fantastico non presenta fatti ed evenienze appartenenti all’ordine del soprannaturale (…) bensì una rappresentazione particolare e inquietante della realtà famigliare, quotidiana». E poi si chiede: «È la realtà a subire delle perturbanti modificazioni o è la percezione del soggetto a essere alterata? Il fantastico “puro” non scioglie questo dilemma».

Ma, se come dice Freud, «l’io non è padrone in casa propria», allo stesso modo lo spazio domestico rappresenta anche un’immagine fedele di noi stessi. Poiché, come sostiene Emanuele Coccia nell’interessante saggio intitolato Filosofia della casa (Einaudi, 2021), «ogni casa nasce, innanzitutto, attraverso un atto di elezione: una serie di gesti attraverso cui selezioniamo un insieme disparato e relativamente incompatibile di oggetti, persone e mura e lo trasformiamo in un luogo privilegiato: il nostro mondo».

Di fronte alle incertezze che da sempre si addensano nel mondo esterno, la casa risponde al nostro bisogno profondo di sicurezza, e trasforma in geometrie terrene i nostri sogni di felicità. In fondo – nota Emanuele Coccia –, ovunque noi siamo «prima o poi dovremo rientrare a casa, perché è sempre e solo grazie e dentro una casa che abitiamo questo pianeta». Ecco perché il senso di sicurezza che la casa ci comunica è fondamentale per il nostro equilibrio interiore.