L’anima barocca di Urubichá

Reportage - Nel piccolo villaggio della selva amazzonica boliviana, un’orchestra di violini e flauti per giovani musicisti sognatori
/ 21.11.2022
di Luigi Baldelli, testo e foto

Nelle vie polverose di terra rossa del piccolo villaggio di Urubichá, nella selva amazzonica boliviana, ci sono pochi e piccoli negozi che vendono un po’ di tutto, dagli alimentari agli oggetti di artigianato, e, ogni tanto, si può incontrare lungo una sterrata anche qualche bar dove bere una birra.

Accarezzato dal fiume Blanco, Urubichá è un piccolo paese di circa settemila abitanti, edificato secondo l’architettura coloniale nata intorno alla missione dei gesuiti arrivati qui nel XVII secolo per convertire i popoli indigeni. Urubichá è un mondo contadino, di chi vive di agricoltura e dove il ritmo della vita è dettato dalle stagioni e dalla natura. Per i tanti adolescenti e ragazzi che vivono qui, sono pochi gli svaghi per riempire il tempo libero dopo la fine delle lezioni scolastiche: aiutare i genitori nella coltivazione dei campi, andare a pesca sul fiume o giocare a calcio nel campetto della chiesa. Oppure ancora imparare a suonare uno strumento ed entrare nell’orchestra barocca.

Proprio così: anche se si trova in mezzo alla foresta amazzonica, anche se è una piccola comunità contadina di indios Guarayos, a Urubichá, dove l’elettricità è arrivata circa 20 anni or sono, esiste una famosa orchestra che suona le musiche di Bach e Vivaldi. Furono proprio i gesuiti nella seconda metà del 1700 a portare qui i primi strumenti (violini, viole, flauti). La musica serviva per evangelizzare la popolazione, e fu tale la sua efficacia che le sette note iniziarono a scorrere nel sangue di questa gente attraversato i secoli, fino a metà del Novecento. Andò affievolendosi intorno agli anni Cinquanta.

Fu un altro prete a ridare vita alla musica di questo luogo. Giunto qui negli anni Sessanta, il francescano Walter Neuwirth trovò infatti un villaggio disgregato, dove i giovani passavano le loro giornate senza fare nulla, molti andavano via per cercare lavoro in città, abbandonando la musica e gli interessi per la loro cultura. Decise in fretta che il tempo libero di quei giovani andava riempito di nuovo con i suoni. In fondo, il concetto stesso di tempo libero è quello di impegnare i momenti di «non-lavoro» con qualcosa che non sia un dovere, ma uno svago, un’attività gratificante, un’evasione senza diventare condizionamento.

L’intuizione di Neuwirth ebbe subito successo. Fu riportata così la musica nella vita dei giovani, occupando di nuovo quelle ore dopo la fine della scuola, che altrimenti sarebbero andate perse nell’ozio delle calde giornate della selva. Oggi le varie orchestre, quella infantile e giovanile insieme al coro contano più di 400 giovani. Qualcuno di loro spera e sogna di diventare un grande musicista «ma non è questo lo scopo dell’orchestra», mi spiega il direttore César Cara, che incontro all’interno della scuola di musica situata vicino alla chiesa, mentre sistema alcune partiture su un leggio. «La musica barocca è nell’anima di questo popolo. Per secoli è stata ascoltata e mischiata alla musica locale. Gli avi hanno trascritto la musica dai vecchi spartiti portati qui dai gesuiti, hanno conservato e tramandato un tesoro unico. È parte della tradizione, storia e cultura di questo popolo».

Il primo pomeriggio e le strade si riempiono di ragazzi e ragazze con i loro strumenti in spalla. Si dirigono verso la scuola di musica. Le aule si riempiono, c’è quella per i principianti e quella per chi già suona da anni e fa parte dell’orchestra. «È un luogo di ritrovo per tutti loro, imparare a suonare riempie le giornate, riempie quelle ore che altrimenti sarebbero perse, perché qui c’è ben poco da fare» mi dice una docente della scuola.

Si accordano gli strumenti, partono le prime note, il maestro corregge, consiglia, incita a sentire la musica non solo nella testa ma anche con il cuore. Pedro è un giovane di poco più di 14 anni, lo sguardo attento sullo spartito e le dita che si muovono veloci sulle corde del violino. Accanto a lui Anita, poco più grande e i capelli raccolti in un vezzoso fiocco rosso, il violino appoggiato sulla spalla. Intorno a loro altri ragazzi e ragazze tutti concentrati per eseguire al meglio il pezzo musicale. Dopo un’ora la prima pausa che fa riversare i giovani musicisti nel cortile interno.

«Vengo qui tutti i pomeriggi a suonare, per due o tre ore. Mi piace, sento che il mio tempo non è perso, ma anzi, mi sembra che passi in fretta, è qualcosa che mi arricchisce» dice Pablito, un ragazzo di poco più di 15 anni che suona la viola, elegante nella sua camicia bianca, i capelli all’indietro e ogni tanto uno sguardo intenso verso una ragazza del coro. «Come hai potuto vedere – continua mentre si appoggia a una colonna – qui a Urubichá non c’è niente da fare per noi giovani. E questa scuola, questa musica che è anche dei nostri avi, ha riempito le nostre giornate. Lo so che da voi in Europa è diverso. Ma il punto rimane sempre lo stesso: dare un senso al tempo libero, riempirlo con qualcosa che ti fa stare bene. E io qui sto bene» dice ancora, prima di rientrare in classe senza dimenticare di guardare ancora verso la ragazza del coro.

La presenza della scuola di musica e dell’orchestra ha portato a Urubichá anche un’altra attività parallela: quella dei liutai. Non saranno certo famosi come quelli di Cremona, ma mentre cammini per i vicoli li vedi intenti a lavorare e scolpire il legno per dare forma agli strumenti.

Sono trascorse oramai tre ore e le lezioni sono finite, i musicisti si incamminano di nuovo verso casa. Ridono e scherzano tra di loro, qualcuno si avvia più veloce perché deve fare i compiti. Ma le note della musica barocca continuano a riempire l’aria. E quando la luce del tramonto colora di rosso i muri e la canicola concede un po’ di tregua, dai cortili e dalle finestre aperte arrivano le note di chi si esercita ancora, di chi non riesce a staccarsi dal suo strumento.

Mi affaccio in un giardino e vedo la giovane Marisol con il suo violino intenta a provare. È una casa di contadini, umile ma dignitosa, le galline ancora in giro e i panni stesi vicino alla siepe. «Mio nonno conosceva questa musica, la ascoltava da giovane e prima che morisse, quando la suonavo, teneva il tempo con il piede. È una composizione del 1800». Mi racconta che appena ha un po’ di tempo libero si dedica alla musica. Poco dopo esce la madre, orgogliosa della figlia che grazie ai concerti ha potuto viaggiare, Argentina, Perù, la capitale La Paz e il prossimo anno spera di andare in Messico. «Mi piacerebbe vedere Venezia, dove è nato Vivaldi», aggiunge Marisol con un filo di voce.

Suonare è certamente un modo per arricchire la propria cultura e la propria anima. Ma in un luogo sperduto della selva, dedicare ore e ore allo studio delle note e delle partiture, scegliere come impegnare il proprio tempo fuori dagli obblighi lavorativi o scolastici, mi fa tornare in mente una considerazione: se una volta il tempo libero era una priorità per le classi agiate qui a Urubichá, che non è certamente un paese ricco, è diventato un elemento fondamentale della vita di questi ragazzi. Aver saputo coniugare tempo libero e musica ha portato alla felicità di questi giovani perché il tempo libero non è visto come un elemento negativo, una perdita di tempo, ma una condizione che può elevare l’animo umano.