Bibliografia

Sandra Petrignani, Il catalogo dei giocattoli (Neri Pozza, Vicenza)


La poesia dei giocattoli senza tempo

Passatempi - Questa settimana torniamo a parlare di oggetti ludici, più precisamente di cataloghi a loro dedicati
/ 07.11.2022
di Sebastiano Caroni

Un tempo, quando Amazon non c’era ancora, per ammazzare il tempo gli adulti potevano prendere in mano uno di quei voluminosi cataloghi dei grandi magazzini, anche solo per sfogliarlo distrattamente. E se eravamo bambini, potevamo esercitare la nostra attenzione sui meno voluminosi, ma non meno accattivanti, cataloghi dei giocattoli. Per molti, ancora oggi, il catalogo dei giocattoli evoca l’infanzia. Quel catalogo era, allora, risorsa preziosissima sotto più punti di vista. Ci permetteva di rivivere le emozioni sperimentate quanto, girando fra gli scaffali del negozio, potevamo osservare i giochi che meglio rispondevano ai nostri desideri, e ai limiti finanziari imposti dai genitori. I cataloghi dei giocattoli ci permettevano poi di ritrovare in modo ordinato e puntuale proprio quegli articoli che, durante la nostra visita, avevano solleticato il nostro interesse; e magari ne scoprivamo altri che inizialmente ci erano sfuggiti. Perché in fondo che cos’è un catalogo, se non un modo per rappresentare sulla pagina l’ordine che gli oggetti occupano nello spazio? Ecco che allora, grazie al prezioso libricino, valutavamo in tutta tranquillità i pregi e difetti delle nostre scelte future.

Da bambini, giochi e giocattoli abitavano in modo significativo il nostro tempo libero. Spesso si accompagnavano al piacere di stare all’aria aperta, e si accordavano alle lunghe giornate di sole. Altre volte, invece, erano più consoni alle giornate invernali e al tepore di un salotto o di una cameretta. In un caso come nell’altro, i giochi ci permettevano di imprimere delle geometrie alla nostra quotidianità, di creare delle oasi di libertà in cui rincorrere la fantasia. Poi, fatalmente, con il passare degli anni, le attività ludiche si sono trasformate. Alcuni giochi si sono mantenuti; altri, invece, mentre ci facevamo grandi si sono ritirati nello spazio ombreggiato del ricordo. Forse è proprio per questo che, ancora oggi, alcuni giochi conservano intatto, nella nostra memoria, il sapore indelebile dell’infanzia, di quel tempo sospeso fatto di sfide e di scoperte, di avventure e di condivisioni.

Ci sono giocattoli che, mai veramente dimenticati, restano in attesa di essere rispolverati da uno sguardo a ritroso. Come quando, dopo anni, ci ritroviamo nella penombra di una polverosa soffitta. A questo proposito, Il catalogo dei giocattoli di Sandra Petrignani, libro pubblicato nel 1988, evoca il nesso fra lo spirito dell’infanzia e la popolarità di certi giochi, e produce esattamente lo stesso effetto di una visita in soffitta: permette cioè di riconquistare un po’ di quella magia dell’infanzia, risvegliando dal sonno i giocattoli che meglio rappresentano quel periodo della nostra vita. Ma attenzione: quello della Petrignano non è solo un semplice catalogo. È un vero e proprio abbecedario dei giocattoli, dalle cui pagine trasuda una sensibilità ben diversa rispetto a quella del catalogo di cui si diceva sopra. Lontana da intenti commerciali, con il linguaggio tanto semplice e evocativo tipico della buona letteratura, l’autrice piacentina ci restituisce la poesia di alcuni giochi che resistono al trascorrere del tempo, e al succedersi delle generazioni.

Ad aprire il volume è l’altalena, di cui la Petrignani fornisce una descrizione precisa e coinvolgente. Si noti pure, nei passi finali, il ritmo delle parole, che ripropone il movimento caratteristico dell’altalena: «Una tavoletta di legno liscio che accarezzava tiepida le cosce. Una corda spessa che attraversava i due fori laterali e si legava al ramo del fico o a un’asse della pergola. Le mani strette alle due cime alla fine dolevano da doverle tenere aperte e soffiarci su. Più forte, per vedere avvicinarsi il cielo. Più in alto, lontani dalla terra. In avanti: cielo. Indietro: terra».

Inoltrandoci fra le pagine dell’appassionante volumetto, scopriamo come anche una lavagna nera, oggetto scolastico per antonomasia, poteva diventare un gioco dopo avere subito una trasformazione che la consegna a degli usi, diciamo così, poco ortodossi: «Sulla lavagna di casa si facevano disegni osceni da cancellare subito dopo averli mostrati alle sorelle e ai fratelli piccoli». Tanto che, quasi a sottolineare la valenza di rottura e opposizione rispetto alla scuola, la scrittrice conclude: «Mai che una di queste lavagne fosse servita a studiare. Troppo anguste per le operazioni, troppo labili per i pensieri».

Nel libro della Petrignani troviamo anche giochi, come il monopattino, che proprio in tempi recenti hanno vissuto una seconda vita, e oggi godono di una popolarità mai conosciuta prima. E scopriamo che per padroneggiare il mezzo bisognava vincere la paura iniziale, al fine di superare una vera e propria prova di coraggio: «Instabilità. Il piede timidamente s’appoggia all’asse orizzontale, mentre le mani stringono il manubrio. L’altra gamba dovrebbe spingere, ma non ce la fa. Trema, s’increspa, inciampa. (…) È un momento di coraggio, iniziale, e poi la paura diventa ridicola, la gamba che pesava leggera, il corpo tutt’uno con lo slancio della velocità».

Il volumetto della Petrignani, di cui consigliamo la lettura, è un gradito viaggio a ritroso nel tempo, dal quale però si torna con un po’ di quella saggezza infantile che, troppo spesso, manca a noi adulti.