In lento spostamento verso la fine dell’estate

Itinerari - A piedi, in bus o in barca tra litorali e lagune dell’alto Adriatico che ispirarono artisti, scrittori e registi
/ 03.10.2022
di Paolo Merlini, testo e foto

«Qui finisce l’Italia, finisce l’estate». Sbarcando al porto di Muggia, estremo lembo d’Italia tra Trieste e il confine sloveno, ripenso alle parole con le quali Pier Paolo Pasolini, al termine di un viaggio lungo le coste italiane su una Fiat 1100, concluse La lunga strada di sabbia, noto reportage del 1959. È l’ultima suggestione di un piacevole vagabondaggio alla scoperta dell’Italia d’oriente: duecentocinquanta chilometri di bordeggi sotto costa tra le lagune dell’alto Adriatico, sfruttando autobus di linea e servizi marittimi.

Ma riprendiamo il filo dall’inizio. In cima a piazzetta Vigo l’hotel Grande Italia, vanto dell’antico borgo marinaro di Chioggia, fa la guardia all’imbarcadero più meridionale della laguna veneta. È l’ora di pranzo di una torrida giornata di mezza estate quando il vaporetto della linea 11 borbottando manovra e poi attracca. Obliterato il mio Venezia Daily Pass mi imbarco per cominciare questa insolita rotta a pelo d’acqua. Un affidabile sistema intermodale collega Chioggia a Punta Sabbioni e io, dopo un tuffo rinfrescante nelle acque della riserva naturale Cà Roman – ambiente di dune tra i più integri dell’alto Adriatico – prendo il bus che dal cimitero di Pellestrina risale l’isola meno turistica della laguna fino a Santa Maria del Mare, imbarcadero del ferry boat in servizio sulla bocca di porto di Malamocco.

Ad Alberoni, estrema propaggine meridionale del Lido, oltre al faro Rocchetta, attiguo alla torre dei Piloti, trovo ad attendermi il ricordo di Hugo Pratt. Se le mortali spoglie del papà di Corto Maltese riposano a Grandvaux, sulle sponde del lago Lemano, la sua anima forse si aggira ancora tra le rive e le calli di Malamocco, borgo dalla lunga storia dove aveva uno studio in via Doge Galla, 21. Bastano pochi minuti per ripercorrere la passeggiata quotidiana del maestro: campo della Chiesa, piazza Maggiore, piazza delle Erbe, ponte di Borgo, poi tutt’intorno al fossato del forte fino a toccare i Murazzi e rientro su rio Terà. Concludo degnamente con una puntata alla trattoria da Scarso, altro celebrato luogo di Pratt. Non si può passare per il Lido senza buttare un occhio all’Hotel des Bains, nella ingenua speranza di intravvedere Gustav von Aschenbach, il giovane Tadzio o altri personaggi de La morte a Venezia. All’inizio del lungomare Guglielmo Marconi lo storico albergo da almeno un decennio giace in abbandono, ma trasuda storie.

Se Venezia è un pesce, come racconta Tiziano Scarpa in un delizioso libro sulla sua città, dal Lido se ne scorge bene la coda, ovvero piazza San Marco. Al tramonto, scrutando l’altra riva da questa prospettiva, lo sguardo vola più in là del Lazzaretto vecchio, di San Lazzaro degli Armeni e di San Servolo. Affiora alla mente l’incipit di una vecchia canzone di Franco Battiato «Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul / stessi palazzi addosso al mare / rossi tramonti che si perdono nel nulla».

Quando si va a zonzo, la fretta non è mai una buona compagna di viaggio. Meglio piuttosto trattenersi più del dovuto assecondando i desideri del momento. Perciò l’indomani, prima di riprendere il viaggio verso nord, faccio un salto col vaporetto al cimitero di San Michele per salutare Joseph Brodsky scoprendo che l’autore di Fondamenta degli incurabili – la più poetica dichiarazione d’amore mai scritta per Venezia – riposa a breve distanza da Helenio Herrera (inconfondibile la sua tomba addobbata da variopinte sciarpe delle più diverse squadre di calcio lasciate dai tifosi).

A Punta Sabbioni intercetto un bus litoraneo che passando per Lido di Jesolo, Eraclea e Caorle mi lascia a Bibione, a un tiro di schioppo dalla foce del Tagliamento. Qui grazie a un passaggio in barca guadagno la costa friulana, procedendo per Lignano Pineta. Nel 1954 Ernest Hemingway la ribattezzò «la Florida d’Italia»; oggi, per gratitudine, un bel parco cittadino e un noto premio letterario portano il nome dello scrittore americano. La mia motonave per Grado salpa dalla darsena Sbarco dei Pirati. L’isola del sole, «Figlia di Aquileia e madre di Venezia», dista un’ora e mezza di navigazione con vista sulle lagune di Marano e di Grado: vasto intrico di canali e valli da pesca con un centinaio di isole e isolette, barene e mote.

Sbarco al molo Torpediniere come fece anche Maria Callas più di cinquant’anni fa, in occasione delle riprese di Medea: all’Hotel Argentina, dove alloggiò, una grande foto in bianco e nero ricorda quei giorni felici. Sfortunatamente il battello diretto al casone di Mota Safon, che ospitò le riprese, è già salpato e così mi consolo gustando un fantastico boreto alla graisana, piatto identitario a base di pesce povero immortalato anche dai versi di Biagio Marin.

Chi pratica l’arte del viaggiare lento sa che sarebbe un errore affrontare la navigazione nel golfo di Trieste col traghetto di linea diretto nel capoluogo giuliano; meglio prendere il bus extraurbano (linea G 21) che, superata Monfalcone, ferma al castello di Duino, legato a doppio filo alla figura del poeta Rainer Maria Rilke. Porta il suo nome un facile sentiero panoramico con vista sulle spettacolari falesie bianche ai piedi delle quali sorge la baia di Sistiana, dove fa capolinea il Delfino verde, collegamento marittimo per Trieste e Muggia.

La motonave procede sotto costa e, superato il porto di Grignano, permette di ammirare il castello di Miramare in tutto il suo splendore mentre, con la prua sempre in direzione di Barcola, è facile individuare il santuario mariano di monte Grisa e il faro della Vittoria. Seguono il porto Vecchio, il molo Audace e piazza Unità d’Italia, simboli eterni della città dalla «scontrosa grazia», che mai non stanca.