In Etruria, viaggiando nel tempo

Viaggiatori d’Occidente - Nelle terre degli Etruschi, vagando dalla Toscana al Lazio passando per l’Umbria
/ 10.05.2021
di Paolo Brovelli

In quest’epoca strana di cammini interrotti, di sguardi di sbieco e di strette di mano scansate, di fronte a spazi pieni di barriere, i soli viaggi consentiti, legali, salubri, forse anche etici, sembrano essere nel tempo: anziché seguire il senso orizzontale della geografia, ci muoviamo nel senso verticale della storia. E spesso, viaggiando nella storia, scopriamo un’altra geografia. Per esempio là dove oggi trovi tre regioni nel cuore d’Italia − Toscana, Umbria e Lazio – io ho viaggiato in Etruria, nei secoli prima di Cristo e di Roma.

Il mio viaggio comincia a Firenze. È lì che sorge Fiesole, una delle più antiche città etrusche, vicino al capoluogo toscano, che ai tempi ancora non c’era. Da sotto le sue mura d’epoca, accrocchiate poi con le romane, la mia strada serpeggia verso sud, coronata, una settimana dopo, dalla meritata visita finale al Museo di Villa Giulia, nella Città Eterna, il più grande fondo etrusco del pianeta. Lungo il cammino, tra ampie vallate, colline e vitigni, tra orridi e laghi vulcanici, tra torri, murate e grotte di tufo, mi faccio strada in quel mondo sepolto, in cerca del nocciolo d’una manciata di città e di borghi di cui già avevo assaggiato la polpa. Sì, perché l’Etruria vive ancora, in superficie, anche solo nella calata dell’italiano di Toscana (la cosiddetta gorgia, per via delle consonanti aspirate) e forse anche nei volti, come mostrano le urne e gli affreschi.

Un viaggio tra gli etruschi è soprattutto un viaggio per necropoli, nei boschi di Norchia, per le scarpate misteriose delle Vie cave di Sovana, tra i tumuli erbosi di Cerveteri… Le città dei morti ci suggeriscono quelle dei vivi, e i volti e le opere dei vivi, di rimando, quelli di chi non c’è più da millenni. Si nota anche nell’orgoglio della gente, specie nelle città che in modo più marcato sbandierano la loro origine tirrena. Ci sono taverne etrusche, affittacamere, persino delivery, con nomi ed effigi etrusche. A Veláthri per esempio, la petrosa e medieval Volterra, l’orefice di piazza mi mostra pezzi d’alabastro incastonato con motivi ispirati a quelli del vicino museo Guarnacci, fondamentale per il passato cittadino. «Guardi questi due delfini», dice brandendo un paio d’orecchini. «C’è un’urna qui che ne ha di uguali-uguali. Perché, sa, ‘noi’ etruschi eravamo anche grandi marinai» mi spiega portandomi sull’uscio, per far rilucere le pietre contro il sole algido d’ottobre. «Ci spartivamo il mare con i cartaginesi e i magnogreci, quando i romani erano ancora neonati. Anche l’Elba era etrusca e col suo ferro ci facevamo le armi per combatterli».

Dai coperchi delle mille urne del Guarnacci i defunti, in ritratti magistrali tra triclini e libagioni (perché è bello rimembrare nella morte i momenti felici della vita), mi suggeriscono d’andare a curiosare tra le loro case, sottoterra. Forse allora tutto mi sarà più chiaro, che nonostante il luogo comune non c’è nulla di misterioso in questa civiltà, della quale conosciamo anche la lingua e la scrittura, per quanto le testimonianze siano scarse, roba di elogi funebri o compravendita di terreni.

A Chiusi, Clevsins, la pioggia torrenziale per le vie selciate mi spinge subito alla mia prossima visita, sottoterra. Scalpicciando a testa china nella penombra umida dell’arenaria del Labirinto di Porsenna, ripenso alla descrizione di Plinio il Vecchio del leggendario mausoleo di questo lucumone (re, gran sacerdote), ai suoi occhi di romano anche troppo magnifico per un capo etrusco, e nemico. In realtà questi cunicoli erano solo un sistema idrico, ma la suggestione mi risveglia il ricordo di quei tempi eroici nelle letture della scuola, e dei Tarquini, ultimi re di Roma che tanto d’etrusco diedero alla città prima che diventasse Eterna.

Alla patria loro, Tarchna, giungo col vento scendendo d’Appennino verso il mare, lasciandomi alle spalle i temporali d’un autunno fin troppo precoce. Tarquinia m’irretisce prima con le strade e i palazzi del color del sasso, che poco hanno da invidiare a ciò che ho appena visto a Orvieto (Velzna) e a Perugia (Phersna). Ma poi mi spinge ai margini dell’abitato, nella necropoli etrusca dei Monterozzi, Patrimonio Unesco, una spianata erbosa sotto la quale si cela la maggiore raccolta di opere pittoriche del mondo preimperiale. Le tombe visitabili (una ventina) sono rettangolari, scavate in fondo a scalinate di diversi metri sul modello delle loro case antiche. È un’atmosfera strana, che di questi tempi ci si va uno alla volta, s’accende una luce a tempo e nel silenzio s’osserva il mondo variopinto che prende vita innanzi a noi, attorno e sopra i letti di pietra per il sonno dei defunti. I leopardi e le leonesse che ornano certi frontoni, i musici e i giocolieri, i cacciatori e i pescatori, i cavalli e i tori, e i banchetti, e gli amplessi… La vita e la morte ti sfilan davanti, lì sotto, e non ne sei mai pago, ti scuoti solo quando finisce il tempo che ti è concesso, che altri hanno diritto d’ammirar l’eterno. Città dei morti, nei paraggi, ce ne sono tante. E preziose. Una per tutte, quella di Cerveteri, alla Banditaccia. Con le sue tombe a tumulo simili ai kurgan che ho visto in tutta l’Eurasia, pare sia la maggiore del Mediterraneo.

L’antico mondo etrusco tracima dal centro Italia, dove pur le città-stato eran decine. Fèlsina (Bologna), anche, oltre Appennino, e Mantua (Mantova), e Spina, sull’Adriatico. E poi anche a meridione, giù fino a Capua e quasi al golfo di Napoli… Ma io mi fermo a Roma, che fu la sua fine; e al tempo stesso un nuovo inizio.