Da sapere

Il percorso
Il percorso si sviluppa a due passi dalla Svizzera, lungo il sentiero tra Malnate (VA) e Cagno (CO) e costeggia il fiume Lanza, all’interno del Parco Valle del Lanza. A monte del sentiero si trovano le antiche Cave di Molera. A piedi vale la pena di percorrere il sentiero transfrontaliero che parte dai campi di Santa Margherita di Stabio, costeggia l’antico sedime della ferrovia, passa dalla vecchia stazione della Valmorea e giunge al Mulino del Trotto, a Cagno. Tra partenza e arrivo calcolate 5/6 km di percorso. Le cave principali si trovano a qualche centinaia di metri dal Mulino, sopra il sentiero che porta alla Folla di Malnate.

Le cave
Ma come si sono formate le cave? Grazie al lavoro dell’uomo. Qui, infatti, tra il ’600 e il ’900 venivano estratte e lavorate le macine per la brillatura del riso, così come vari tipi di elementi architettonici: ad esempio capitelli, mensole, frontalini, stipiti, coprimuri e pilastri. Nel comune di Malnate ce n’erano sette e vi si estraeva pietra arenaria. Secondo gli storici, nel 1873 davano lavoro a una trentina di persone. La paga degli operai ammontava a 2 lire e al giorno (il doppio rispetto a quella dei manovali). Ogni anno vi si producevano un migliaio di «brille da riso». Dal 1870, su iniziativa di Gaetano Ermoli la pietra cavata venne utilizzata anche per realizzare mole per affilare lame di falci, coltelli e utensili vari. Nei primi decenni del ’900 lo smeriglio e poco dopo gli abrasivi sintetici decretarono la fine delle cave.

Il mulino
È facile raggiungere le cave dal Mulino del Trotto. È un mulino a tre ruote, ancora ben conservate, collocato sulla riva sinistra del Lanza a Cagno (CO). Si chiama così per via di un affittuario del ’600, Antonio Mina, detto «il trotto», membro di una dinastia di mugnai attivi fino al secolo scorso. Al Mulino sono visibili alcune opere di uno scultore piuttosto noto, Felice Mina (1912-1976). L’artista realizzò, tra le altre cose, il crocifisso astile impugnato da Paolo VI nel viaggio nelle Filippine e la medaglia di Papa Giovanni XXIII, portata in orbita attorno alla Luna dagli astronauti americani, oggi esposta nei Musei Vaticani. L’antico opificio non è più in funzione ma è visitabile grazie alla disponibilità di volontari che lo aprono su richiesta.

Il parco Valle del Lanza
Il parco si trova in un’area protetta di interesse sovracomunale (PLIS) e si sviluppa attorno al letto del torrente Lanza, che attraversa il parco dal confine con il nostro cantone a nord-est fino all’immissione nell’Olona a sud-ovest, tagliando una stretta valle all’interno di un territorio collinare. A Nord ecco i due principali rilievi: il colle di San Maffeo (515 m s.l.m.) a Rodero e a Bizzarone il Colle dell’Assunta (533 m s.l.m.), proprio in faccia al sistema dei monti Casnione e Morone (rispettivamente 492 m s.l.m. e 498 m s.l.m.) nella parte centro-meridionale.


Il vuoto creato dagli scalpellini è un capolavoro

Suggestioni dalle cave di Molera, nella selvaggia Valle del Lanza, ad appena due passi da Stabio
/ 23.01.2023
di Carlo Silini, testo e foto

Il vuoto, a volte, è un capolavoro. Strano, a pensarci. Di solito avviene il contrario, prendi del materiale – poniamo delle pietre – e le assembli per realizzare qualcosa che prima non c’era: una scultura, una scala, i fregi di un camino, i capitelli di una colonna… A chi verrebbe in mente che, nel frattempo, proprio lì dove hai creato il buco per estrarre la pietra si realizza un’altra meraviglia? Che a volte il vuoto è più bello del pieno, circola l’aria, la luce, si espandono le ombre, si stemperano le sfumature? E dentro a quello scavo nella terra e nella roccia, dentro quel vuoto immenso, ti senti una briciola, un animaletto delle caverne.

Le hanno scavategli scalpellini, appunto. Venivano estratti dei blocchi con uno strumento molto semplice,una bacchetta di ferro infilata dall’alto

Ho provato queste sensazioni in modo quasi violento la prima volta che sono entrato, del tutto casualmente, nelle gigantesche cave di Molera tra Malnate e Cagno, percorrendo un sentiero naturalistico che partiva dai campi di santa Margherita di Stabio e si inoltrava per alcuni chilometri tra boschi e ruscelli dentro un polmone verde che a noi ticinesi, abituati a spingerci nel Varesotto solo per qualche acquisto transfrontaliero, quasi sempre sfugge. Un’ora, un’ora e mezza di cammino, per trovarmi di colpo in una valle misteriosa che ricorda i libri di Jules Verne, a due passi dal confine, lungo l’argento tortuoso di un ruscello che unisce il Mendrisiotto alla Lombardia. Quasi un passaggio «segreto» tra Svizzera e Italia. Ci sono tornato qualche tempo fa perché Fabio Facetti, un signore cortese e baffuto che avevo incontrato strada facendo nei pressi di un antico mulino (e che poi ho scoperto essere una sorta di sacro custode di quel regno di mezzo) mi aveva mandato un SMS avvisandomi che tra quei buchi nella roccia era stata scoperta, anzi riscoperta, una nuova cava. «Se ti fa piacere ti ci porto».

Facciamo un passo indietro: di quali spettacolari vuoti stiamo parlando? Delle enormi cave scavate nei secoli dagli scalpellini per ottenere la pietra che sarebbe stata utilizzata all’inizio nell’edilizia e in un secondo tempo nell’economia alimentare. Sono disseminate lungo il sentiero che costeggia il fiume Lanza, all’interno del «PLIS» (Parco Locale di Interesse Sovracomunale) Valle del Lanza, a cavallo delle province di Como e Varese. «Le prime escavazioni risalgono al 1400 e sono durate più o meno fino al 1920», spiega Facetti. «Qui c’è molta Gonfolite, una roccia di natura sedimentaria, e queste sono cave di arenaria (l’arenaria è una pietra composta di granuli dalle dimensioni di un granello di sabbia). Perché dove ci troviamo, 25 milioni di anni fa c’era il mare».

Erano i tempi in cui sul Monte San Giorgio guizzava il Ceresiosauro, di cui ammiriamo i resti fossili nel museo di Meride (cfr Azione del 16 gennaio a pag. 7). Molti milioni di anni dopo, gli uomini hanno estratto meraviglie dal fondo di quel mare ancestrale. E son nate le cave. «Cave, non grotte. Le hanno scavate gli scalpellini, appunto. Venivano estratti dei blocchi con uno strumento molto semplice, una bacchetta di ferro infilata dall’alto. Venivano squadrati qui sul posto. Poi con dei falsi carri venivano portati verso il fondovalle e da lì mandati verso Castiglione Olona e Castelseprio. Qui erano usati per costruire muri, camini, lavori ornamentali». L’arenaria è molto facile da lavorare perché è friabile, fondamentalmente è antica sabbia compressa. A Castiglione è presente, ad esempio, nella Collegiata e nella Chiesa di Villa. «La usavano anche alcuni scultori, soprattutto di origine toscana per la somiglianza con la pietra tiburtina estratta dalle cave lungo il Tevere». Nell’area si contano una dozzina di cavità principali e molte altre di minori dimensioni, oggi quasi tutte raggiungibili dal sentiero di fondovalle.

E così, dopo i rettili preistorici, furono le pietre a scivolare lungo i corsi d’acqua. «In un viaggio ipotetico a partire dalle nostre cave – leggiamo nel sito www.ateinsubriaolona.it – i grandi blocchi di pietra vengono trasportati con carri fino al lago di Varese. Dal lago via nave lungo il torrente Bardello e nuovamente via carro fino al Lago Maggiore. Da qui sempre via nave lungo Ticino e Naviglio Grande potevano raggiungere Milano. Tra il XVI e il XVIII secolo le cave lombarde fornirono materiale da costruzione per cascine, palazzi nobiliari, piccole chiese e basiliche».

Un altro storico utilizzo dei materiali estratti è legato, a partire dal 1870, alla produzione di mole per affilare lame e utensili vari (pietre da mola, da cui “molera”) Poi, nei primi decenni del ’900, è arrivato lo smeriglio, assai più duro e resistente, a sua volta soppiantato da abrasivi sintetici e le Cave di Molera chiusero definitivamente. Con l’abbandono dell’arenaria, gran parte delle maestranze vennero infine impiegate nell’industria delle piastrelle che divenne fiorente. «A Malnate, che è capofila del parco, ci sono ancora tre ditte che sono leader mondiali per la produzione di mole abrasive. E all’inizio del Novecento la ditta Conti ha iniziato a produrre le presse sia per le piastrelle delle chiese che per i mosaici», osserva Fabio Facetti. Per moltissimi anni gli antichi vuoti, scavati dagli scalpellini, sono stati dimenticati o – peggio – utilizzati in modo dissennato. «Vero. Negli anni Sessanta e Settanta queste cave venivano prese come discariche. Al confine tra Malnate e Cagno le riempivano di robaccia che veniva poi incendiata. Non era tempo di sensibilità ecologica». Ne troviamo qualche traccia all’esterno di alcune cave, copertoni e lamiere malamente interrate rappresentano gli ultimi indizi di quello scempio. Poi, per fortuna, qualcuno si è accorto della loro bellezza e nel 2002 è stato creato il Parco che, tra l’altro, sarà facilmente percorribile anche dal Ticino grazie alla ciclopista TI CICLO VIA, un sistema di mobilità ciclistica trasfrontaliera nei territori delle valli dell’Olona, del Lanza e del Mendrisiotto.

Ora che non ci lavora più nessuno le cave sono diventate muti monumenti al lavoro, all’ingegno e al sudore di generazioni e generazioni di nostri antichi vicini di casa, cattedrali naturali sepolte nel verde rigoglioso dei boschi prealpini, luoghi selvaggi e magici dove tra una parete e l’altra riecheggia l’eco di chi si lascia sfuggire grida di meraviglia. Lo facciamo anche noi affacciandoci alla cava «nuova», scoperta qualche mese fa e che raggiungiamo inerpicandosi nel bosco una cinquantina di metri sopra quelle già note.

Qui e in tutti gli anfratti la sensazione è la stessa: le volte e gli antri sono impressionanti, vi si leggono per linee orizzontali gli strati di estrazione. In altre cave la luce del giorno piove da enormi spaccature di roccia da cui precipitano liane e rampicanti. Enormi occhi di cielo ti scrutano dall’alto, i raggi filtrano tra i rami come dal rosone di una chiesa gotica. Fuori dal cerchio di luce è già penombra, venti passi in là e domina il buio fitto. Il bambino che c’è in noi sogna di trovarci, da qualche parte, il tesoro dei pirati. «In una grossa cava c’è quella che da piccoli chiamavamo “la nave”», spiega del resto la nostra guida, «una formazione rocciosa che vista dal davanti sembra una prua che fende il mare». Ma qui tutto sa di preistoria e non ti stupiresti se dall’oscurità uscisse un peloso mammut sollevando nuvole di polvere. Deve averlo pensato anche il tizio che in tempi recentissimi ha inciso con un tizzone su una delle pareti le sagome nere di omini a caccia di bisonti. «Sì, osserva Facetti, «ogni tanto si nota qualche parete imbrattata. Alcuni venivano qui anche per dei riti più o meno esoterici. Ma oggi le cave sono abbastanza frequentate e controllate. Il vero problema sono i crolli. Ce n’è stato uno importante nel 2013. La volta di quella più grossa, a Malnate, ha avuto un cedimento; in quella di Cagno il 6 maggio 2016 c’è stato un altro brutto crollo. Per motivi di sicurezza tutte le cave sono state transennate». Solo il cordoncino di sicurezza teso all’ingresso di questi mondi nascosti (li abbiamo potuti scrutare anche grazie all’aiuto di un drone liberato come una libellula negli spazi interni) ci separa dai capolavori di vuoto che l’uomo, la luce, le infiltrazioni d’acqua e gli agenti atmosferici hanno plasmato segretamente nei secoli, appena a due passi dal confine svizzero.

Indicazioni pratiche

Info: Parco Valle Lanza