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Bibliografia

AA., Hortus mirabilis. Alla scoperta del più antico orto botanico del mondo, Mondadori Electa, Milano, Collana Rizzoli illustrati, 2017


Il seme della storia fitologica

Universo pianta - A Padova si trova l’Orto botanico più antico del mondo, patrimonio dell’umanità dell’Unesco
/ 03.10.2022
di Manuela Mazzi, testo e foto

«La storia è un seme». È questo l’incipit del bel libro Hortus Mirabilis. Alla scoperta del più antico orto botanico del mondo (Mondadori Electa / Rizzoli illustrati, 2017, edizione speciale per l’Università di Padova). Patrimonio dell’umanità dell’Unesco esattamente da venticinque anni, lungo gli antichi sentieri che percorrono questo parco di plurime colture si trovano piante acquatiche, officinali, velenose, rare, di roccia alpina e mediterranee, di spiaggia e di barena, da clima arido, e di specie tropicali. Venticinque anni sono però una quisquilia se si considera la nascita del progetto che risale ad ancor prima del 1545, anno in cui il Senato veneziano istituì l’Orto dei Semplici a uso dell’Università di Padova.

Se è vero che la storia è il seme, di fatto, quello dell’Orto Botanico fu piantato 490 anni or sono: correva il 1533, quando il medico e botanico Francesco Bonafede fu incaricato, sempre dal senato veneto, di sedere alla cattedra di Lectura Simplicium (Lettura dei Semplici), materia dedicata a una delle due categorie di medicamenti che all’epoca erano in voga. Dal latino simplex, s’intendeva per l’appunto lo studio di quelle medicine semplici che si trovano in natura. Ma si sa, un conto è la teoria, un conto è la pratica. Da qui la necessità e la conseguente creazione dell’Orto dei Semplici, che fu realizzato a partire da quel che era originariamente l’Orto dei Monaci (precedenti proprietari).

L’area riservata alle piante medicinali può essere ancora oggi ammirata nella parte centrale dell’insieme architettonico, sui due lati della Porta est, ai margini interni circolari (così sono le mura principali) che racchiudono un campo suddiviso in quattro piccoli quadrati di terra.

«Il quattro – leggiamo a pagina 97 del libro – richiama una complessa e antica simbologia. Durante il Medioevo, in Europa, veniva considerato un numero magico: quattro sono le stagioni, i punti cardinali, le fasi della Luna e i venti principali» e, aggiungiamo noi, quattro sono anche le porte d’accesso ricavate nella cinta murata, quasi come l’invito a entrare in un labirinto, che labirinto non è. In merito al numero quattro prosegue la descrizione, ma noi ci fermiamo qui in quanto siamo più interessati all’aspetto botanico che non a quello geometrico e simbolico.

A far compagnia alle piante medicinali, si trovano, a ovest, le piante rare e minacciate di estinzione, e in particolare quelle incluse nelle liste rosse; sempre a ovest, ma poco più verso il centro, si trovano invece le piante velenose: tossiche in generale, ma a volte persino mortali; si può leggerne il grado di pericolosità sul cartellino; piante presumibilmente già presenti in origine. È del 1750 invece, il Ginkgo Biloba che troneggia nel cuore del parco botanico, con la Magnolia grandiflora del 1786 (uno degli esemplari più antichi d’Europa).

Orgoglio e vanto del parco, nei pressi della porta nord, è la famosissima Palma di Goethe (nella foto qui di fianco). Famosa, perché si dice che fu anch’essa di ispirazione per il poeta tedesco quando scrisse la sua teoria naturalistica ne La metamorfosi delle piante. Quella in questione è una Palma di San Pietro (Chamaerops humilis) anche detta Palma nana, sebbene l’esemplare qui presente raggiunga addirittura gli undici metri: fa impressione guardarla dal basso verso l’alto. Pur essendo conservata, o meglio coltivata, in uno stretto e vertiginoso ambiente vetrato, una serra esagonale con la cupola posta in capo, è infatti possibile arrivarle molto vicino. È al momento la pianta più vecchia esistente del parco, dato che la sua messa a dimora risale al 1585. E aveva già duecento anni, quando Wolfang Goethe la vide per la prima volta: era il 27 settembre del 1786: «Entrando nell’orto botanico di Padova – scrisse – fui abbagliato all’aspetto magico di una Bignonia radicans che tappezzava delle sue rosse campanelle una lunga ed alta muraglia che parea tutta fiamme. Compresi allora tutta la ricchezza delle vegetazioni esotiche. Parecchi arboscelli, che avea scorto vegetare miseramente nelle nostre stufe (ndr. serre), inalzavansi a cielo scoperto nella campagna. Le piante che un leggero riparo avea difese contro i freddi passaggieri d’un inverno poco rigido, godevano in piena terra il libero beneficio dell’aria e del sole. Una palma a ventaglio si attrasse tutta la mia attenzione. Le prime foglie che sorgeano dal suolo erano semplici, e fatte a lancia; poi andavano dividendosi sempre più, finché apparivano spartite come le dita di una mano spiegata».

Tra gli altri vanti: un affascinante platano orientale (1680) col ventre aperto, si dice forse da un fulmine; un cedro dell’Himalaya, e più precisamente il primo esemplare che fu importato in Italia nel 1828; e una roccera alpina. Non mancano poi angoli intimi, dove potersi rilassare sotto le fronde degli alberi, e un monticello raggiungibile da un doppio sentiero a spirale che non si incrocia se non al suo culmine, nascosto in un lato dell’orto che non sapremmo ritrovare, ma che ci ha fatti tornare bambini per qualche minuto.

L’orto si completa poi con una serie di serre costruite fuori dalle mura, e raggiungibili attraverso un viale serpeggiante lungo un bosco a sua volta ricco di molte specie. Le serre sono di clima tropicale, sub-umido, temperato, mediterraneo e arido. Belle sono peraltro le vasche delle ninfee, che fuoriuscendo dalle serre si affossano nel terreno dove a volte, nottetempo, hanno luogo performance artistiche che pure si nutrono della bellezza di questo incantato parco, all’interno del quale i frastuoni della città, lo scorrazzare delle auto, i clacson, le sirene delle ambulanze, gli schiamazzi dei ragazzi non riescono ad arrivare.

Come si diceva all’inizio del nostro viaggio botanico, questo orto è il più antico della terra, tanto che – lo si legge nella motivazione del World Heritage Committee – è all’origine di tutti gli orti botanici del mondo e rappresenta la culla della scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra la natura e la cultura. Ha largamente contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne, in particolare la botanica, la medicina, la chimica, l’ecologia e la farmacia».

Non tutti potranno permettersi una visita dell’Orto, ed è per questo che a chi volesse comunque immergersi in tanto ben di dio (è il caso di dirlo) consigliamo la lettura del libro Hortus Mirabilis, il quale contiene pure moltissime immagini antiche e fotografie a colori, ed è peraltro reperibile anche tradotto in altre lingue.