L'incontro con un cercatore d'oro nella zona di Castelnovate (Valentina Scaglia)

Il ritorno di Huckleberry Finn

Reportage - Un viaggio avventuroso in Lombardia lungo il fiume Ticino tra isole selvagge e personaggi curiosi
/ 15.02.2021
di Valentina Scaglia

Quattro giorni liberi a inizio estate e una vecchia canoa. È quello che ci serve per discendere il Ticino tra il Lago Maggiore e il Po: cento chilometri da esploratori, notti su isole disabitate, incontri con cercatori d’oro, case galleggianti, pescatori, caprioli e barcé… Insomma, l’avventura alle porte di casa.

Il Ticino lombardo, credetemi, non è quel placido rio che si scorge per un istante dai ponti dell’autostrada. È un mondo a parte, con leggi e regole tutte sue, una repubblica lineare che attraversa la geometria della pianura in una felice anarchia di curve, sabbie mobili, isole ballerine che appaiono e scompaiono. La cartografia non riesce a star dietro alle iniziative del fiume. Ancora oggi non esiste una buona mappa del Ticino, o un manuale di navigazione; il segreto dei rami migliori e senza ostacoli è affidato alla tradizione orale.

Mio marito e io siamo i nuovi, orgogliosi proprietari di una vetusta canoa gialla in vetroresina. Era in una vetrina, in una presentazione alla Jack London con manichini in abiti da trapper. Finita la stagione, al negozio non serve più: prezzo da saldo. Servirà a noi per tradurre in realtà un sogno di libero nomadismo. Il Ticino sarà il nostro Mississippi, lo sfondo di mille storie che Mark Twain ha raccontato così bene in Le avventure di Huckleberry Finn (1884). Per mia figlia Anna Clelia, ragazzina proprio come Huckleberry, sarà il primo viaggio fluviale. Pregustiamo notti sotto le stelle, cuocendo patate sul fuoco. Abbiamo anche un mezzo di appoggio, un kayak gonfiabile che pesa solo sette chili; lo useremo a turno.

Partendo dal Lago Maggiore ci aspettano oltre cento chilometri di pagaia fino al Po. La prima giornata mette alla prova la nostra piccola spedizione, bisogna superare le Colonne d’Ercole delle tre dighe della Miorina, di Porto della Torre e del Panperduto, che separano le acque lacustri dal fiume vero e proprio. Sono fatiche bibliche per portare lo scafo (cinque metri, una quarantina di chili), i viveri e le sacche per centinaia di metri attorno alle grandi infrastrutture.

Prima della costruzione degli sbarramenti, barche cariche di merci scendevano lungo le rapide dei primi chilometri del Ticino; adesso tutto è cambiato. Ad ogni modo, in attesa che vengano completate le opere dell’idrovia Locarno-Venezia, la canoa consente con molta buona volontà di oltrepassare questi paesaggi artificiali. Alla diga del Panperduto si incrociano vari canali, destinati a mulini, centrali, irrigazione… siamo in un complesso nodo idraulico. Una piccola imbarcazione come la nostra può riuscire a passare per la conca per la navigazione. E quando la porta a valle si apre, ci schiude il corso inferiore del fiume. È l’ingresso a un mondo perduto. Da qui in avanti, tra rapide, curve e ripe boscose, il Ticino ci porterà lontano dagli abitati. Rivedremo il primo condominio solo a Pavia.

A valle di La Maddalena − ultima spiaggia raggiungibile dai bagnanti − entriamo nel regno dei cercatori d’oro. Le loro solitarie figure si stagliano da lontano nel mare di ghiaie. Sono appassionati che trascorrono lunghe ore a smuovere impressionanti quantità di sabbia. Sono loquaci, disponibili a una pausa, e accolgono il rematore mostrando le pagliuzze lucenti sul fondo della batea, il setaccio dei cercatori d’oro. Mio marito Pierluigi vorrebbe fermarsi e provare questa vita fuori dagli schemi; invece bisogna andare.

Il livello delle acque è basso per l’eccessivo prelievo dei canali d’irrigazione ma non ci preoccupiamo di finire in secca. Man mano che si procede nuova linfa alimenta il corso, preziose acque di falda che ristabiliscono la portata perduta. Alle grandi anse di Castelnovate già bisogna fare attenzione a correnti e controcorrenti. L’acqua fila veloce e richiede manovre continue, basta un errore minimo per rovesciarsi e nuotare fino a riva; ma non è un dramma, anzi normale amministrazione per un frequentatore dei fiumi. Cosa direbbe Huckleberry? Lui si muoveva su una zattera di legno, ma ci sentiamo in sintonia con la sua ricerca di libertà.

Le rapide si acquietano dalle parti di Oleggio, dove appare il grande ponte di ferro, uno degli ultimi di questo tipo. Siamo a un grande bivio idraulico e s’impone una sosta: qui i barconi con le merci viravano verso Milano, imboccando l’ingresso del Naviglio Grande. Da molti anni questo tratto dell’antico canale ha perso la sua funzione, ma resta una piacevole passeggiata tra canti di uccelli ed erbe acquatiche. A valle, il Ticino inizia a inanellare la serie delle isole: le più vaste hanno un nome e una di esse, Turbigaccio, sarà la nostra casa per la notte. È lunga sei chilometri, proprio come Jackson Island, uno dei luoghi più importanti nel romanzo fluviale di Mark Twain. Ci accampiamo tranquilli, di notte qui non arriva nessuno. Anna Clelia e io sistemiamo le amache tra i pioppi, di fronte al tramonto. Ci sentiamo dei privilegiati.

Il viaggio prosegue. A Bosco Vedro sfiliamo lungo la riva destra, quella piemontese, e incontriamo gli Amici del Ticino, intenti a sistemare un sentiero che si addentra per chilometri nei boschi selvaggi attraverso una delle poche riserve integrali della Pianura padana. Il fiume continua a sorprenderci. Da qui in avanti, la fantasia delle casotte non conosce limiti; ne vedremo di ogni tipo. Ci sono case galleggianti ricavate da chiatte dei ponti di barche demoliti, oppure romantiche costruzioni in legno con giardini curati, accanto a strutture effimere fatte di legna di piena e tela. Batte tutti la casa-tram: la cucina è ricavata dalla postazione di guida e il salotto dai posti dei passeggeri. Quando il livello sale le baracche vengono invase dall’acqua che si porta via tavoli, sedie, brande, frigoriferi, bottiglie di vino… Il secondo campo è in una di queste strutture spontanee (pochi mesi dopo, in novembre, puntualmente verrà spazzata via).

Tra Vigevano e Pavia s’incrociano i barcé, barche lunghe e sottili, con le canne da pesca e l’immancabile cagnolino a prua. Avvicinandosi all’antica capitale longobarda si moltiplicano le tane dei fiumaroli, dove si gioca a carte e si coltivano piccoli orti. Nei fitti boschi che fiancheggiano il fiume vagano cinghiali e caprioli, sono confidenti e facili da avvistare dalla canoa anche perché sono zone di difficile accesso in altro modo. Lanche, fitte boscaglie e vecchi alvei formano un dedalo dove ci si perde. La ragazza si dedica con passione all’avvistamento dei selvatici; anche Huckleberry lo faceva, ma da pescatore e cacciatore. In questa zona, ricca di sabbie, poniamo il terzo campo. Stappiamo una bottiglia, pensando alla meta finale della nostra traversata, oltre Pavia, una tana di musicisti erranti, una mitica casa galleggiante al Ponte della Becca, dove si riuniscono nottetempo seguaci del blues. Come sul Mississippi, appunto.