In un museo, 225 mummie e oltre 2000 reperti trovati nel Lago dei Condor
Karaja. Le bare elaborate, in ceramica auricolare, incastrate in modo inaccessibile nelle fessure orizzontali lungo le pareti delle scogliere e dipinte con colori vivaci

Il Popolo delle Nubi

Reportage - Da Purumachos a Sachapuyos, oggi noti con il nome di Chachapoyas: sono i vecchi selvaggi del Perù
/ 26.04.2021
di Enrico Martino, testo e foto

Sguardi ancora intensi, affiorano dai volti dipinti di grandi sarcofagi antropomorfi impastati di canne e fango secco sospesi sul vuoto di una parete rocciosa. I Purumachos, «i vecchi selvaggi» guardati con timore atavico da generazioni di abitanti del villaggio di Karajia, hanno protetto per secoli le mummie di guerrieri e sacerdoti prima che gli huaqueros, tombaroli con doti alpinistiche, li riducessero a gusci vuoti esposti alla pioggia e alle intemperie. Emergono qui, d’improvviso, le presenze del mondo perduto dei Sachapuyos, il «Popolo delle Nubi» come li avevano ribattezzati gli Incas, affrettandosi come ogni impero che si rispetti, a cancellarne il vero nome. 

Nonostante tutto, i Chachapoyas, il nome con cui oggi li conosciamo, abitano ancora tra queste montagne, o almeno le loro ossa sparpagliate tra oltre cinquecento siti archeologici censiti, senza contare quelli ancora sconosciuti. Si trovano nascosti tra gli anfratti più sperduti del bosque de nieblina, la foresta pluviale che ricopre il versante orientale delle Ande peruviane dove nuvole cariche di pioggia che risalgono dall’Amazzonia creano nebbie sfuggenti come la più misteriosa cultura andina.

Per incontrare i fantasmi dei Chachapoyas in questo labirinto di montagne, dove ancora oggi sulle vecchie mappe campeggia la scritta datos insuficientes, mi sono imbarcato su uno scassato microbus a Cajamarca, dove il conquistador spagnolo Francisco Pizarro sconfisse, imprigionò e fece assassinare Atahualpa, ultimo sovrano di quell’impero inca che pochi decenni prima aveva sottomesso i Chachapoyas

Un cartello ammonisce «senōr conductor, conceda alla sua famiglia la gioia di vederla ritornare» annunciando una strada che si srotola lungo una ragnatela di gole, mentre più in basso il Rio Marañon nasconde dietro un fiumiciattolo di montagna l’altisonante destino di contribuire alla nascita del Rio delle Amazzoni. A Jalca Grande, il primo pueblo fondato dagli spagnoli nel territorio dei Chachapoyas, un infreddolito segretario comunale sta inventariando montagne di casse di birra per la prossima festa. Tra queste stradine acciottolate apparentemente non c’è più alcun legame con un passato che sembra giocare a nascondino con un puzzle mobile di nuvole, tra squarci di boschi e rocce che nascondono anche una città dei morti. 

L’avevo cercata a lungo, scrutando la montagna con un binocolo senza vedere le chullpas di Revash, case-tomba di tre piani incassate in una parete verticale di roccia, poi Gandhi mi ha guidato fino a questi muri fradici di pioggia che rivelano ancora i rossi, i gialli e gli ocra del mondo Chachapoya. «Li hanno messi lassù perché i loro morti vedessero qualcos’altro, oltre al verde dei boschi e al grigio delle nuvole e delle montagne» ipotizza dall’alto di un nome decisamente improbabile in questo angolo di mondo. Fino a quando ho incontrato Lincoln, Edison, e le scritte elettorali rosso fuoco di Hitler, aspirante sindaco in cerca di consenso, e ho capito che quei nomi famosi, senza legame con la storia, sono sogni di genitori di un futuro diverso per i loro figli. 

Una gigantesca ellisse di pietra incorona un’altra montagna, è la cittadella di Kuelap, una semisconosciuta Machu Picchu del nord costruita a oltre tremila metri tra la cordigliera e il mare verde dell’Amazzonia con le sue mura alte venti metri, e spesse altrettanto, un’immagine di potenza arcana che rievoca il set abbandonato di un film di fantascienza vintage. Centomila blocchi di pietra intagliata e venticinque milioni di metri cubi, il triplo della Grande Piramide di Cheope, una «scatola delle meraviglie» la definiscono gli archeologi che hanno trovato oltre un centinaio di sepolture nascoste tra le mura, un’usanza abituale nel mondo andino per proteggere una città. 

La vera sorpresa è arrivata quando le analisi hanno confermato che si trattava di uomini alti e forti, di carnagione chiara, un enigma che lascia disorientati perché a parlarne sono archeologi che lavorano sul campo, non leoni da tastiera in cerca di alieni venuti dallo spazio. Una coincidenza straordinaria con i resoconti dello studioso italiano Antonio Raimondi, che nel 1860 aveva trovato uno scheletro di due metri di statura e alcuni crani con tracce di capelli rossi, e le descrizioni del conquistador Pedro Cieza de Leon di «indios bianchi belli come sovrani, con gli occhi azzurri e di carnagione più chiara degli stessi spagnoli». 

All’interno di Kuelap, abbandonata intorno al 1300 dopo Cristo, ne vivevano oltre tremila in circa quattrocento edifici circolari di cui sopravvivono solo i basamenti di pietra tra le radici degli alberi. 

Uno degli ultimi ritrovamenti, una quarantina di mummie probabilmente vittime di un incendio, è solo un altro capitolo di un’archeologia ancora in progressione che è arrivata a scatenare una «guerra delle mummie» degna di Indiana Jones. 

Tutto iniziò nel 1997 quando l’archeologo Federico Kauffmann Doig scoprì oltre duecento mummie in un sito della remota Laguna de los Condores. Pochi mesi dopo, quando tornò sul posto con il progetto di creare un’area archeologica protetta, le mummie erano svanite nel nulla, o più precisamente erano state trasportate a dorso di mulo nella cittadina di Leymebamba per essere collocate in un nuovo museo. Da allora Kaufmann non ha smesso di tuonare contro quello che ha chiamato uno «scandalo archeologico finanziato dagli archeo-dollari di Discovery Channel», che avrebbero sovvenzionato l’operazione in cambio di un’esclusiva. 

L’altra protagonista della storia, l’antropologa Sonia Guillen, esperta di mummie, fondatrice del museo di Leymebamba e nel 2019 anche ministro della cultura, ha preferito sorvolare elegantemente quando con il necessario tatto le ho chiesto cosa ne pensasse. «Un conto è quello che si dice, un altro quello che si fa. Subito dopo la scoperta sono iniziati i primi saccheggi, bisognava proteggere in un luogo adeguato queste mummie, le prime praticamente intatte in un ambiente umido andino. Erano personaggi inca di alto rango, conservati con gli stessi procedimenti utilizzati per le mummie reali inca ma avvolti in tessuti funerari Chachapoya, un contesto molto utile per capire come l’impero inca assimilava i popoli vinti, arrivando all’occupazione culturale e psicologica dei cimiteri da cui sfrattava i loro morti per metterci i propri». 

Misteri, teorie, scontri tra archeologi, alla fine proprio le mummie restano gli unici punti fermi di questo mondo di ombre, sfuggente come la luce delle candele che Francisco, uno degli ultimi sciamani del villaggio di Yerbabuena, usa per interpretare il mondo.