Bussole

Fari letterari e mitologici
Inviti a letture per viaggiare

«Proprio adesso, da qualche parte si sta scrivendo un libro sui fari che non leggerò, perché non verrò a sapere della sua esistenza o non avrò modo di procurarmelo o non saprò la lingua o non avrò il tempo di leggerlo…».

Tutti i libri ci parlano, è nella loro natura, ma a volte sembrano rivolgersi proprio a noi, come se avessero letto nella nostra mente. È quello che ho pensato quando mi sono imbattuto in queste righe di Jazmina Barrera. Anch’io infatti sto scrivendo un libro sui fari, per una singolare coincidenza o forse semplicemente una passione condivisa da molti: dopo tutto chi non ha mai subito il fascino dei fari?

Da tempo i sistemi di navigazione satellitare delle navi hanno reso superflue queste torri luminose, erette dall’uomo sulle rive del mare o su una roccia al largo. Eppure i fari continuano a essere ricercati, visitati, raccontati. Per esempio Paolo Rumiz nel suo libro Il Ciclope (2015) ha raccontato un «viaggio immobile», un lungo soggiorno in un faro per condividere la vita dei suoi custodi e per sperimentare un più stretto rapporto con la natura, la solitudine, la frugalità, il ritmo della luce, la propria interiorità.

Al di là della loro funzione pratica i fari risvegliano emozioni profonde, parlano la lingua stessa dei simboli. Sono una linea verticale tracciata dall’uomo sulla distesa orizzontale del mare.  Presidiano il confine tra civiltà e natura, immobili nel perpetuo movimento delle onde e nella furia delle tempeste. La loro luce aiuta i naviganti, ai quali segnalano un pericolo e al tempo stesso indicano la via per fuggirlo.

I guardiani del faro poi, la cui immagine è spesso deformata da una prospettiva romantica, sono descritti come personaggi solitari, taciturni, enigmatici, anche se sappiamo bene che nella realtà un guardiano non era mai solo e il requisito più importante per ottenere l’impiego era la capacità di andare d’accordo coi compagni di giorni sempre uguali negli stretti spazi del faro. I fari insomma hanno saputo creare una mitologia, alla quale si ispira anche la giovane e promettente scrittrice messicana. Una scrittura curata intreccia una curiosità insaziabile per i fari con le vicende della sua vita, aprendo una riflessione sul collezionismo, sulla letteratura, sulla solitudine e sulla memoria. / CV
 
Bibliografia
Jazmina Barrera, Quaderno dei fari, La Nuova Frontiera, pp. 128, € 15.–.


Il giro del mondo di un boy-scout

Viaggiatori d’Occidente - Un giovane viaggiatore danese fu il modello di Tintin?
/ 12.07.2021
di Claudio Visentin

«Cerchiamo un ragazzo di circa quindici anni, in buona salute, che conosca l’inglese e il tedesco, e voglia fare il giro del mondo in quarantasei giorni senza usare l’aereo...». Suonava così l’annuncio pubblicato all’inizio del 1928 sul quotidiano danese «Politiken» per celebrare i cent’anni dalla nascita di Jules Verne, l’autore de Il giro del mondo in ottanta giorni e di molti altri Viaggi straordinari.

In realtà il popolare scrittore francese, al pari del nostro Emilio Salgari, si allontanò raramente da casa e viaggiò soprattutto sulle pagine degli atlanti, nello spazio protetto delle biblioteche. L’unica eccezione a questa biografia stanziale risale proprio a quando Verne era un ragazzino. Nel 1839, a undici anni, Jules s’imbarcò in segreto come mozzo sulla nave a tre alberi «Coralie», con l’intenzione di recarsi nelle fantastiche Indie e tornare con una collana di corallo per sua cugina Caroline.

Il padre Pierre Verne arrivò appena in tempo per far fallire l’avventuroso progetto; al primo scalo del veliero, ancora in terra francese, si riprese il figlio e gli fece promettere che da allora avrebbe viaggiato «solo nella sua immaginazione». E così fu.

Nei primi decenni del Novecento i giornali organizzavano spesso sfide per attirare l’attenzione del pubblico e aumentare i lettori. Per esempio, nel 1907, il quotidiano francese «Le Matin» aveva organizzato la gara automobilistica Pechino-Parigi invitando gli equipaggi a partecipare con un celebre annuncio: «C’è qualcuno che accetti di andare, nell’estate prossima, da Pechino a Parigi in automobile?».

La sfida si proponeva di mettere alla prova il nuovo mezzo di trasporto lungo quindicimila chilometri di strade poco o nulla tracciate, anche attraverso i deserti. Subito il «Corriere della sera» affiancò il suo inviato più famoso, Luigi Barzini senior, al concorrente italiano, il principe Scipione Borghese; si rivelò una scelta azzeccata quando Borghese vinse la gara alla guida della sua potente Itala.

Ma torniamo al «Politiken». Alla fine il giornale danese ricevette centinaia di candidature e scelse un quindicenne boy scout danese, Palle Huld. Il primo marzo 1928 il ragazzo partì verso occidente; il più famoso giro del mondo raccontato da Jules Verne aveva preso invece l’altra direzione e in quel caso proprio questa circostanza apparentemente irrilevante permette lo scioglimento finale quando il protagonista Phileas Fogg, ormai rassegnato alla sconfitta, scopre di aver guadagnato un giorno viaggiando verso oriente.

Dopo una breve sosta in Inghilterra e in Scozia, Palle navigò l’Atlantico sino al Canada. Aveva solo l’imbarazzo della scelta. Il periodo tra le due guerre infatti è l’età dell’oro dei transatlantici dal nome leggendario: «Mauretania», «Île de France», «Normandie», «Queen Mary», «Rex»… Dopo aver attraversato l’intero continente americano sino alla costa occidentale, Palle affrontò il Pacifico.
Ormai sulla via del ritorno visitò il Giappone in ascesa, la Corea, la Manciuria cinese sconvolta dalla guerra, la nuova e misteriosa Unione sovietica a bordo della Transiberiana. Trovò la via di casa attraverso la Polonia e la Germania.

Naturalmente a Palle furono risparmiate le straordinarie peripezie di Phileas Fogg e le sue memorie sono piuttosto una raccolta di aneddoti divertenti. Gli indiani del Canada occidentale mostrarono molto interesse per il suo scalpo rosso, ma non andarono oltre. Sul lussuoso piroscafo con il quale attraversò il Pacifico rifiutò di farsi rammendare la biancheria ma rimpianse questa decisione quando in Giappone fu ammesso alla presenza del famoso ammiraglio Togo e dovette togliersi le scarpe, rivelando un grosso buco in un calzino. Per inciso il Giappone fu il Paese prediletto tra tutti quelli visitati.

Palle viaggiò in solitaria, come richiedeva lo sponsor, ma quasi ovunque gli furono offerti aiuti e piccoli doni (per esempio una macchina fotografica); strada facendo imparò a gestire sempre meglio l’insistenza della stampa e le continue domande dei giornalisti. La rete delle ambasciate danesi nel mondo lo protesse con discrezione e al suo arrivo in patria fu accolto da ventimila concittadini in festa.
Poco dopo il suo ritorno, Palle visitò il gran capo degli scout, il generale Robert Baden-Powell, in Inghilterra e sulla via del ritorno rese omaggio alla tomba di Jules Verne ad Amiens. L’anno seguente pubblicò il racconto della sua impresa (Il giro del mondo in 44 giorni), tradotto in undici lingue.

Nonostante la giovane età, Palle seppe mettere a frutto con saggezza gli ultimi bagliori della fama. Prima della partenza aveva lasciato gli studi per lavorare come impiegato presso un rivenditore di auto; ora, grazie anche alla notorietà conquistata, divenne un attore del Teatro reale danese e recitò in una quarantina di film.

Palle è morto nel 2010 a 98 anni, dopo aver raccontato infinite volte il suo grande viaggio di gioventù. Ma per certi aspetti continua a vivere in un personaggio famoso. Infatti proprio nel 1929, quando tutti parlavano di lui, il disegnatore belga Georges Rémi, meglio conosciuto come Hergé, inventò il personaggio di Tintin, un giovane e coraggioso reporter giramondo davvero assai simile a Palle Huld: il volto rotondo, le lentiggini, il naso piatto, i capelli rossi ribelli col ciuffo, i caratteristici pantaloni corti (plus-four) insieme allo spolverino da viaggio e al berretto. Inoltre una delle prime avventure di Tintin («Tintin nel Paese dei soviet», 1929) sembra ispirarsi proprio al viaggio di Palle, incluso il trionfale ritorno in patria.

Ne ha fatta di strada, sulla terra e sulla carta, quel ragazzino danese.