Il giardino taoista, via per il benessere

Il seme nel cassetto - Nel ricco volume di recente pubblicazione intitolato Giardino giapponese, Sophie Walker riflette sulle nostre lacune culturali
/ 02.04.2018
di Laura Di Corcia

Una rubrica sul verde che non affrontasse il tema dei giardini giapponesi risulterebbe monca: per fortuna ci viene in soccorso il ricco volume di Sophie Walker, pubblicato dalla casa editrice L’ippocampo, una pubblicazione imponente e supportata da una serie di immagini utili a farci fare un viaggio in un mondo lontano dal nostro, eppure così importante per noi, per riflettere sulle nostre lacune culturali e tentare di colmarle. 

Sfogliando le pagine del Giardino giapponese e addentrandoci nella lettura dei testi scritti dall’autrice, ai quali si affiancano contributi di scrittori, artisti e architetti, scopriamo che le differenze fra i nostri giardini occidentali e quelli orientali si basano su una diversa concezione dell’essere umano e del suo rapporto con il mondo circostante. Il giardino giapponese, più affine all’hortus conclusus dei monaci medievali che a quelli magnificenti che circondano ville e residenze aristocratiche in città come Roma, Parigi e Firenze (e sulla cui bellezza non abbiamo nulla da dire), appare come un microcosmo che vuole riproporre al visitatore le leggi che governano il mondo, gli opposti che fondano il pensiero taoista e la via per il benessere, ovvero la piena accettazione del fluire dell’esistenza e la pratica della non azione. 

Tutti concetti lontani dal nostro modo di pensare la vita e di reagire ai suoi contrasti, seppure, va detto, anche in Occidente c’è una zona d’ombra, un contropensiero che si avvicina alla cultura orientale (la pratica monastica, appena citata, va in questa direzione). Per il buddismo il giardino è quasi un piccolo trattato di filosofia, un luogo che permette lo srotolarsi della via, la pratica della felicità e della spersonalizzazione. 

Entrare in un giardino significa lasciare da parte il proprio ego e capire che tutto è connesso, che quelle piante, quelle pietre, i cespugli che troviamo siamo noi: il sentiero da percorrere a piedi è la strada per conoscere e capire, i portoni segnano il passaggio a un livello superiore di conoscenza, il ponte sta a significare che tutto è legato da un filo invisibile, che le cose rispondono alla Legge dell’uno. 

Ovviamente non tutti i giardini sono uguali, anche in Giappone: ci sono quelli puntellati di verde e di fiori e quelli più geometrici, i cosiddetti paesaggi secchi composti di sola sabbia e pietra. Qui la verticalizzazione raggiunge vette più alte e il giardino diventa più concettuale, ponendo anche alcune piccole sfide al visitatore: come il Ryōan-ji di Kyoto, concepito come un kōan, un indovinello paradossale che aiuta nella meditazione. La disposizione delle pietre è stata infatti progettata in modo che, stando seduti sulla veranda, da qualsiasi punto si guardi non si possano vedere tutte e quindici contemporaneamente.

Una composizione astratta, questo il senso del Ryōan-ji, che come tutti i giardini giapponesi «impone un rallentamento» – lo rileva Anish Kapoor, lo scultore appassionato di zen il cui intervento è ospitato nel libro. «Sola risposta è la contemplazione. Nessuna risposta. Siediti e aspetta. Ancora nessuna risposta». 

Il senso, in fondo, è da rinvenire nella plasticità del vuoto, un vuoto pregno, ricco di tensioni, carico. «Nel giardino giapponese – scrive ancora Kapoor – la tensione sta nella distanza temporale fra gli oggetti. Essi non si limitano a definire lo spazio: casomai è lo spazio a crearsi e ampliarsi fra essi. Questi eventi non sono posti a intervalli nello spazio ma piuttosto generano uno spazio fra di essi – in altre parole è il Vuoto, l’intervallo, a fare lo spazio e questo spazio per qualità il silenzio. Il Vuoto non è uno svuotamento, anzi crea attivamente lo spazio e contiene in potenza la forma e il significato. Il giardino vuoto crea lo spazio e in tal modo dilata il tempo e il silenzio».

Il giardino giapponese, fatto di mancanze, di oggetti che si potrebbero vedere e che spesso sono nascosti, pregno di opposti, di luna e sole, di erba e sabbia, vuole suggerirci l’arte dell’abbandono, la capacità di lasciarci trasportare dalla corrente. Dalla natura si impara tutto questo, basta mettersi nella giusta predisposizione. 

Bibliografia
Sophie Walker, Giardino giapponese, L’ippocampo Edizioni, 2017, 304 pp.