Vestiti di ballerine stesi all’interno del Teatro Flamenco Triana (Simona Dalla Valle)

Il flamenco nel quartiere di Triana

Sulle tracce della danza andalusa a Siviglia, assieme a Cadiz e a Jerez de la Frontera capitale di questa arte antica
/ 12.09.2022
di Simona Dalla Valle

«Sevilla tuvo una niña / Y le pusieron Triana / La bautizaron en el río / Los gitanos de la Cava»
(Siviglia ebbe una bambina / e la chiamarono Triana / la battezzarono nel fiume / i gitani della Cava)

(Sevillana del musicista El Pali, 1928-1988).

La bailaora alza lentamente le braccia fin sopra il capo, i polsi e le dita ruotano aggraziati mentre i pesanti tacchi chiodati delle scarpe battono con forza sul pavimento in legno. I movimenti sono precisi, affilati e ogni dettaglio, dall’abito celeste alle espressioni del viso, sembra studiato alla perfezione. Dietro di lei, ma non per questo defilato, il chitarrista è piegato sullo strumento senza tuttavia perdere il contatto con la danzatrice, una ciocca di capelli scuri a visitargli di tanto in tanto la fronte imperlata di sudore.

Concentrazione, improvvisazione ed espressività, oltre che la coordinazione tra gli interpreti, sono elementi fondamentali del flamenco. Non esistendo testimonianze scritte in cui sia menzionata quest’arte, sono solo ipotesi quelle che si possono azzardare sulle sue origini e influenze. L’unico dato noto, per trasmissione orale, è che si tratta di un’arte antica nata in Andalusia e influenzata dalle molteplici culture passate per queste terre. Fenici, greci, cartaginesi, romani, ebrei, musulmani, goti e zingari si avvicendarono qui per secoli.

Una delle idee più diffuse sull’origine di quella che oggi è una performance a tutto tondo, nella quale si fondono canto e ballo, è quella che fosse un’arte esclusivamente canora. Nell’opera La Gitanilla, tuttavia, Cervantes raccontò la storia di Preciosa, una giovane ballerina che si guadagnava da vivere con balli in stile andaluso accompagnati da voce e musica. Può essere che l’opera si basi su una storia di finzione, ma si tratterebbe invero di una curiosa coincidenza.

Già negli scritti greci vi era traccia di quello stile melismatico tipico del canto del sud della Spagna. In epoca romana, Marziale e Giovenale raccontarono le storie delle puellae gaditanae, le giovani donne provenienti da Gades, una colonia fondata dai Fenici nel territorio dell’attuale Cadice ampiamente influenzata dalla cultura greca. Le danzatrici, accompagnate da musicisti, erano apprezzate negli ambienti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, che le ingaggiavano per feste private o esibizioni pubbliche. Al Medioevo è collegato un altro tipo di influenza, quella musulmana: la musica andalusa, risultante dalla fusione della tradizione proveniente dal Nord Africa con la musica cristiana ed ebraica, già esistente nella penisola.

Ma fu a partire dal periodo tra il 1765 e il 1860 che il flamenco iniziò a prendere posto tra le danze eseguite nelle scuole, nei cortili, nelle locande e nei saloni privati durante le feste. Furono soprattutto tre i centri urbani che si distinsero per la forte presenza di questa danza: Cadice, Jerez de la Frontera e il quartiere di Triana a Siviglia.

Già, il barrio de Triana. Non è un caso che la storia del flamenco e quella del quartiere siano strettamente connesse. A Siviglia si dice ancora oggi che Triana è una città a parte, e non è difficile crederlo. Non appena si attraversa il ponte che la collega al centro, una piastrella del monumento ai vasai, ceramisti e cantanti di flamenco avverte il passante che si è attraversato il confine: «Mira si soy trianero, que estando en la calle Sierpes, me siento como extranjero» (capisci che sono di Triana, se in Calle Sierpes mi sento uno straniero).

Triana è un vivace quartiere operaio dalla storia millenaria. Il centro abitato sulla riva destra del fiume Betis, antico nome del fiume Guadalquivir, fu utilizzato dalle legioni romane per stabilire un accampamento. Furono gli Almohadi a costruire il ponte di Isabella II, noto ai più come Puente de Triana. Questo non è un quartiere ricco di attrazioni. Si tratta piuttosto di un quartiere popolare, orgoglioso della propria autenticità, costellato di strade acciottolate che durante la Semana Santa sono affollate da fedeli e si impregnano di incenso. Sebbene un tempo fosse il quartiere più importante di Siviglia, centrale rispetto alle principali vie d’acqua, qui ci si imbatte in pochi turisti. Famoso per i tipici azulejos, Triana diede i natali a toreri e ballerini di flamenco.

Ancora oggi il numero di tablaos e teatri dove assistere a uno spettacolo di flamenco o sevillanas, una sottocategoria di quest’arte nata all’epoca dei Re Cattolici, è di gran lunga più ampio rispetto al centro di Siviglia. Nella piccola calle Betis, che costeggia il Guadalquivir, ve ne sono ben tre: el Rejoneo, Pura Esencia o Lo Nuestro, a pochi passi l’uno dall’altro. Per un’esperienza più formale, con posti a sedere, il Teatro de Flamenco in calle Pureza offre spettacoli giornalieri.

All’inizio il canto era eseguito a palo seco, senza cioè alcun accompagnamento se non il battito delle mani. Tra il 1860 e il 1910 si entra nell’età d’oro del flamenco. In questi anni fioriscono i cafés cantantes, che sviluppano quest’arte in tutte le sue sfaccettature: lo strumento, il canto e la danza, fino a definire quello che può essere considerato il flamenco «classico».

Tra il 1910 e il 1955 il canto flamenco fu caratterizzato dalla fase dell’Opera Flamenca, in cui si affermarono canzoni più leggere come i fandangos e le cantes de ida y vuelta di influenza sudamericana. Successivamente si assistette a una sorta di «rinascimento» che ebbe in Antonio Mairena la sua figura principale. L’esibizione in questo periodo si spostò nei tablaos, eredi dei precedenti caffè di canto, ed emersero vere e proprie personalità del ballo che si esibivano anche in teatri e festival. I chitarristi acquisirono un’importanza sempre maggiore, diventando solisti; Paco de Lucía segnò l’inizio di una fase di splendore senza precedenti, dando alla chitarra una dimensione universale.

E oggi? Il flamenco continua a mutare e, se da un lato si notano nuove tendenze nate dall’incrocio con altri stili musicali, dall’altro la grazia e la potenza di quest’arte hanno attraversato i confini spagnoli per essere apprezzate nei cinque continenti.