Il dono della sirena

Viaggiatori d’Occidente - Un’esplorazione poetica dell’Isola di Procida
/ 05.07.2021
di Stefano Faravelli, testo e immagini

«La mia isola […] ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste fra grandi scogliere. Fra quelle rocce torreggianti, che sovrastano l’acqua, fanno il nido i gabbiani e le tortore selvatiche, di cui, specialmente al mattino presto, s’odono le voci, ora lamentose, ora allegre. Là, nei giorni quieti, il mare è tenero e fresco, e si posa sulla riva come una rugiada. Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua» così, Elsa Morante nel suo romanzo L’Isola di Arturo.

Commentando il celebre passo dell’Odissea che narra l’incontro tra Ulisse e le sirene, il mitografo greco Licofrone (IV secolo a.C.) racconta che le figlie di Calliope si gettarono in mare da una rupe in preda alla disperazione, per non essere riuscite con il loro canto a sedurre l’eroe. Nel testo omerico le sirene sono donne alate, come le arpie. Forse fu quello il momento in cui le penne diventarono pinne e la sirena assunse corpo di pesce; ed è in questa nuova forma che l’iconografia medioevale ne consegnerà l’immagine alla cultura popolare.

Licofrone ci racconta ancora che le correnti marine condussero i corpi delle sirene in luoghi diversi, ciascuno dei quali ricevette così il dono di una genialità sirenica. Questi luoghi esprimono un’energia profonda che caratterizza il paesaggio e si esprime in un linguaggio fatto di segni, di metafore e chiavi di vario tipo. Il mito ne è sovente la trascrizione in termini simbolici.

Partenope, la «Vergine», è il nome di una delle sirene menzionate da Licofrone; le correnti ne trasportarono il corpo tra le isole dell’arcipelago campano per questo detto in antico partenopeo.
L’Isola di Arturo, come l’ha battezzata Elsa Morante nel suo capolavoro del 1957, è tra tutte le perle dell’arcipelago la mia preferita, anche per aver meglio resistito al turismo che ha invece travolto le più mondane (e pur bellissime) Capri e Ischia. Mi sollecita la sua indole di isola letteraria, non per nulla Capitale italiana della cultura 2022 (ma attenta Procida! Come disse un poeta: «Miglior cibo, peggiore indigestione»).

Di Procida amo soprattutto quella sua coda a semicerchio (perfettamente sirenica!) che è l’incontaminata Vivara, riserva naturale integrale, scrigno di intonse biodiversità. E prediligo, assai più delle celebri spiagge dai nomi pur incantevoli (Corricella, Chiaiolella), le selvagge calette rocciose sul versante meridionale. Sono questi gli scenari ideali delle mie cacce sireniche.

Quest’estate però la gioia del primo bagno nella caletta di Punta Solchiaro, con le sue acque oltremarine e all’orizzonte il profilo tormentato di Capri, è stata offuscata dall’incontro con il cadavere di una bellissima tartaruga marina. Ci sono animali la cui estrema rarità ne rende l’avvistamento un’esperienza memorabile. È appunto il caso della tartaruga Caretta caretta, fortemente minacciata e anzi prossima all’estinzione in tutto il Mediterraneo. Tanto più doloroso è stato dunque incontrare quell’animale barbaramente straziato dall’elica di una barca. Ho tirato in secca la tartaruga e l’ho disegnata. È il mio modo di procrastinare l’inevitabile scomparsa delle cose che amo, di sottrarle al fluire del tempo, conservandone la memoria in un’immagine.

Mai però questo surrogato d’immortalità mi è parso tanto inadeguato. Così ho pensato a un risarcimento un po’ meno virtuale e sono andato in pescheria. Non speravo di riscattare una tartaruga naturalmente, ma sapevo che qualcosa avrei trovato nella «vasca dei condannati». Lì i miei occhi hanno incrociato quelli tristi (tristi!) di uno scorfano in attesa della sentenza, boccheggiante tra aragoste e qualche pesce moribondo. Ecco lo scorfano Arturo − mi sono detto − il pesce con il quale s’identificava il protagonista del romanzo della Morante. L’ho comprato e chiuso in un sacchetto con un po’ d’acqua; a casa gli ho cambiato l’acqua più volte. L’ho anche dipinto, naturalmente, ed era bello vedere quel magnifico rosso accendersi di nuovo, laddove nella vasca della pescheria pareva stinto. Infine l’ho portato al mare e l’ho liberato. Per parecchie ore è rimasto immobile sul crinale roccioso, tanto che ho pensato che non si sarebbe ripreso. Poi con uno scatto e un colpo di coda si è allontanato verso il fondale.

All’alba del giorno dopo mi sono tuffato e proprio lì dove avevo lasciato lo scorfano c’era una conchiglia bellissima e ricercata, la rara Cymatium parthenopeum (parthenopeum!), volgarmente detta Tritone gigante peloso. Per me, biologo mancato e appassionato raccoglitore di conchiglie, un vero miracolo, tanto più perché la conchiglia era priva di mollusco (non raccolgo molluschi vivi!) e a portata di una banale immersione. In quel momento ho sentito gli occhi della sirena Partenope posarsi su di me. Quella conchiglia, il cui nome, sconosciuto ai più, è già un segno mi è davvero apparso come un dono, un premio. Le sirene sanno essere generose, ma solo con chi riesce a cogliere e a decifrare il linguaggio segreto dei luoghi.