Bussole

Si chiamava Birmania
Inviti a letture per viaggiare

«In Birmania si materializzano i sogni di arcana lontananza dei puristi del viaggio. […] È un Paese dove il viaggio può trasformarsi in un’avventura magica e misteriosa […] Il Myanmar resta il simbolo delle contraddizioni culturali contemporanee in cui il Bene e il Male si manifestano in forma spettacolare. È un destino, una manifestazione karmica direbbero là, che si ripete da oltre duemila anni» (Massimo Morello).

«Nell’ottobre 2015 mi trovavo a Pyong-yang, Corea del Nord, e nonostante le incredibili avventure e le innumerevoli sorprese che il regime mi aveva riservato per più di tre anni, cominciavo ad accusare inequivocabili segni di affaticamento, i quali si dimostravano attraverso la costante presenza di antidepressivi e sonniferi sul mio sobrio comodino...» (Carla Vitantonio).

Il colpo di Stato dei militari, lo scorso febbraio, con l’arresto di Aung San Suu Kyi, vincitrice delle elezioni nel novembre 2020, ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul Myanmar, che gli occidentali spesso chiamano ancora col vecchio nome coloniale di Birmania (Burma).

Il nostro collaboratore Massimo Morello è tornato più volte in Myanmar nell’arco degli ultimi vent’anni, spesso raccontando i suoi viaggi proprio sulle pagine di «Azione». Ha visitato le città e le campagne, si è mescolato ai politici e agli intellettuali, alla gente comune, a rifugiati e trafficanti. Il suo libro di viaggio non ha rivali per quantità e qualità d’informazioni.

Diverso per ragioni di genere, età e prospettiva, ma altrettanto utile, è il punto di vista di Carla Vitantonio – donna, attrice, attivista, cooperante – sbarcata a Yangon, la principale città del Myanmar, per dirigere una ONG dopo un soggiorno di quattro anni in Corea del Nord. / CV
 
Bibliografia

Massimo Morello, Burma Blue, Rosenberg & Seller, pp. 208, € 15.50.
Carla Vitantonio, Myanmar Swing, Add Editore, pp. 300, € 18.–.

Il desiderio di un’estate normale

Viaggiatori d’Occidente - L’irruzione della variante Delta ha scompaginato le nostre aspettative di giorni sereni
/ 26.07.2021
di Claudio Visentin

Quando finirà l’emergenza? Quando torneremo alle tranquille vacanze d’un tempo? È la domanda di ogni giorno, continuamente riproposta con una sfumatura di tristezza, senza troppe speranze di una risposta positiva. Del resto proprio quando tutto sembrava disporsi per il meglio, dopo una lunga, forzata immobilità, l’irruzione della variante Delta ha scompaginato le nostre aspettative di giorni sereni.

Da qualche tempo, tuttavia, mi chiedo: e se invece fosse sbagliata la domanda? La nostra idea di turismo ha preso forma negli anni Sessanta, nel pieno del boom economico. In quel tempo felice, celebrato dalle canzonette nei jukebox, allo scoccare del primo giorno d’agosto il mondo si prendeva una pausa e ogni attività si arrestava. Il tempo della vacanza era completamente diverso dalla vita quotidiana: il mare al posto del cemento, il divertimento invece del lavoro in fabbrica o in ufficio, la libertà e una certa dose di trasgressione là dove comandavano la disciplina e le regole. In quei giorni sulla spiaggia avere troppi pensieri o preoccupazioni sembrava quasi di cattivo gusto.

Quel modello, tuttavia, potrebbe benissimo essere stato un’eccezione alla regola; e di certo già da tempo è entrato in crisi. Tutto cambia incessantemente. La cronaca ha fatto irruzione nel mondo dorato delle vacanze ed è ben decisa a restarci. L’alluvione nella Germania occidentale ci ha ricordato l’urgenza della questione climatica, alimentata in forme solo meno evidenti anche dal turismo, al quale si deve per esempio un volo internazionale su due. E se nei giorni scorsi Venezia ha finalmente bandito dalla laguna le grandi navi da crociera, incompatibili con la fragilità del suo ecosistema, queste cominciano a essere sanzionate anche per l’utilizzo di carburanti fortemente inquinanti; duecento colossi in navigazione nei mari europei inquinano più dei duecentosessanta milioni di automobili circolanti nell’Unione (dati 2017 relativi agli ossidi di zolfo).

Se il turismo poi è una forma di migrazione temporanea, è forse inevitabile che finisca per incrociare i flussi migratori del nostro tempo. Un ottimo esempio è quello che sta succedendo al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Nelle ultime campagne elettorali si è molto discusso del famoso muro per trattenere i migranti che cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti. Il nuovo presidente Biden ha attenuato i divieti introdotti da Trump e gestito la situazione con più umanità, ma apparentemente senza cambiare l’orientamento di fondo. Con l’arrivo dell’estate però i flussi sembrano essersi invertiti e i turisti americani si sono presentati in massa al confine messicano. È un bel paradosso: il confine chiuso in una direzione si spalanca nell’altra e chi si sposta per necessità ha meno diritti di chi viaggia per piacere…
Teoricamente gli ingressi per turismo sono vietati sin dall’inizio dell’epidemia ma di fatto si può entrare in Messico senza aver effettuato un test né la quarantena. Oltre due milioni di statunitensi ne hanno approfittato varcando il confine proibito nei primi quattro mesi dell’anno, numeri superiori anche in confronto all’ultimo anno normale, il 2019. Naturalmente le principali destinazioni turistiche messicane hanno registrato subito un balzo verso l’alto dei contagi, a cominciare dalla popolare Cancún; e Los Cabos, nella Baja California Sur, conta da solo oltre la metà dei casi dell’intero Stato.

È un esempio da manuale delle conseguenze dell’apertura al turismo di un Paese il cui piano vaccinale è ancora indietro (solo il 16% dei messicani è vaccinato rispetto al 56% degli americani); la presenza di turisti infatti richiama lavoratori del settore (alberghi, ristoranti eccetera) e quindi favorisce la diffusione della malattia anche quando i turisti non sono la causa diretta del contagio. Inoltre, i turisti americani, protetti dalla vaccinazione, sono meno inclini a indossare la mascherina rispetto ai locali, anche se questa condotta mette a rischio gli altri, compresi i propri connazionali dopo il ritorno; anche un vaccinato infatti può ammalarsi (sebbene di solito non gravemente) e contagiare gli altri.

In questo e in altri casi un nuovo codice di condotta del viaggiatore in tempo di epidemia sta faticosamente prendendo forma. Ma soprattutto queste storie ci riportano al nostro punto di partenza. Invece di attendere un’improbabile bonaccia, dovremo imparare a convivere con le novità. Nel caso del Covid questo comporta viaggiare con molto buon senso, vaccinandoci senza esitazioni, accettando qualche fastidio burocratico senza troppe lamentele e scegliendo mete dove la situazione sanitaria è simile a quella del nostro Paese.

E tuttavia il nostro tempo non richiede solo limitazioni e adattamenti. Ci sono anche opportunità di nuove scoperte. Per esempio, avete mai sentito parlare di Viljandi? Secondo il «New York Times» dovreste andarci. La piccola cittadina nel sud dell’Estonia, non distante dal confine con la Lettonia, non sarà conosciuta come la capitale Tallin, anzi è decisamente fuori dalle vie battute (ottimo in tempo di Covid), ma offre le rovine di un castello del IX secolo, i bagni nel vicino lago, piacevoli locali, cucina fusion e una vivace programmazione musicale estiva. Quante altre Viljandi ci sono al mondo? E se ricominciassimo da qui?