Il «Bosco sacro» di Bomarzo

Escursione - Un parco mitologico che, nell’epoca della tecnologia esasperata, sa ancora stupirci con il suo fascino fiabesco
/ 11.10.2021
di Alessandro Zanoli - Foto di Fanco Cattaneo

Quel che lo aspetta, il visitatore lo sa già prima di entrare: le foto dei mostri le hanno viste tutti, in un modo o nell’altro. In realtà, la domanda che si pone è: «Come reagirò?». Insomma, nel varcare la soglia di questa bizzarro parco, diventato negli ultimi anni un’attrazione conosciuta e frequentatissima, si vive, chi più chi meno, un’aspettativa emotiva, non semplicemente estetica.

La storia del parco è nota: si tratta del divertissement di un nobile laziale appartenente alla famiglia Orsini, che a metà del 1500 ha voluto concretizzare le sue fantasie giocose e architettoniche arredando con gigantesche sculture in pietra e con curiose costruzioni un ampio spazio di terreno della sua tenuta. Il tutto in un gusto favolistico e mitologico iscritto nella fantasia che plasmava la vita quotidiana della nobiltà di quell’epoca. Il «Sacro Bosco» è stato in seguito dimenticato e per secoli queste enormi immagini sono state divorate dalla boscaglia, riacquistando in tal modo forse un carattere ancora più mitologico.

Poi, in anni recenti del 1900, alcuni estimatori locali hanno pensato di salvare lo strano patrimonio intravvedendone, a ragione, il potenziale turistico. Hanno restaurato i mostri e li hanno riportati alla loro fisionomia originale, trasformando però il parco in un’attrazione popolare. In effetti, visto con occhi smaliziati, più che a un bosco sacro Bomarzo potrebbe essere paragonato a un’esibizione circense pietrificata. Tra draghi, elefanti, sirene, sfingi, Ercoli in combattimento, tartarughe, ci troviamo di fronte a monumentali stranezze che spuntano dalla vegetazione.

Le visioni attraggono la nostra fantasia e, nostro malgrado, dialogano con qualcosa di profondo dentro di noi. Si ha un bel dire che il visitatore moderno ha perso il collegamento con quel retroterra mitologico, di origine letteraria, di chi era assiduo lettore di Ovidio, di Ariosto e di Boiardo. E anche se la statua del gigante che squarta il suo avversario era, forse, per i contemporanei una divertente allusione alla grottesca figura di Morgante, familiare ai visitatori di cinque secoli or sono, quelli di oggi non possono non sentire una leggera inquietudine di fronte alla cruenta scena di lotta. 

Sì, per visitare in modo adeguato Bomarzo varrebbe forse la pena di prepararsi prima con una serie di letture mirate e specifiche. Renderebbe più vivo e coinvolgente il percorso, riportandolo indietro nel tempo al gusto del Barocco. Ma non è davvero necessario. Bisogna ammettere che la fascinazione mitologica non va persa, perché in qualche modo queste figure gigantesche sanno suscitare echi emotivi anche nei «moderni». E per questo dobbiamo ringraziare forse la nostra frequentazione di racconti mitologici come quelli di Harry Potter o di altre invenzioni cinematografiche fantasy.

Al di là di tutto, comunque, Bomarzo sembra oggi un parco dedicato al safari fotografico. I telefoni cellulari sono i veri protagonisti della visita. I loro proprietari cercano bulimicamente di stipare nella memoria digitale ogni scorcio, ogni figura suggestiva: fotografare tutto è l’ossessione che ci coinvolge. È un gioco in cui tutto sommato questo patrimonio esprime il suo lato migliore, permettendo a molte persone di inventarsi un incontro mitologico, e chissà in qualche modo di riconnettersi con qualche propria fantasia interiore, utile e foriera di sviluppo. 

La pletora dei selfie testimonia la gran voglia di mescolarsi a queste statue, di vivere al loro fianco proprio come succede in certi film fantasy. Non stupisce, dunque, la lunga fila di chi si mette in attesa per farsi immortalare nella gigantesca Bocca dell’Orco. Sopra vi troneggia la scritta «Ogni pensiero vola». È l’epicentro in cui si celebra la potenza della fantasia. 

Queste considerazioni sono forse un po’ troppo psicologizzanti ma è indubbio che Bomarzo offra ai suoi visitatori un film vissuto da protagonisti tra mostri e scenari di sogno. Oppure, meglio, un test di associazione in cui riscoprire quello che ci piace e quello che ci fa più paura, messi a confronto con figure dal significato archetipico così profondo da ricordare gli Arcani maggiori dei Tarocchi. Forse davvero quello che ci colpisce a Bomarzo è ciò che ci rappresenta di più e ci dice qualcosa di noi stessi. La visita diventa allora una ricerca, un percorso alla scoperta di sé. E la fitta schiera di persone che ci circonda durante il tragitto non ci dà più nemmeno troppo fastidio perché, paradossalmente, ci accomuna a loro un desiderio condiviso di stupore e di sorpresa. 

A chi tutto ciò non interessa e preferisce vivere la sua passeggiata tra le statue come semplice diversivo di una calda giornata estiva, è dedicato un bellissimo spazio picnic per chiacchierare con gli amici e i familiari sotto splendide querce e lecci dall’ombra rinfrescante. Anche questi meravigliosi alberi sono a modo loro presenze mitiche. Ci accolgono sotto le loro fronde amichevolmente e ci offrono un momento di pace in questa valle tranquilla e armoniosa della campagna laziale.