I porti delle sabbie

Reportage - Marocco: là dove dopo settimane di traversata attraccavano le grandi carovane, per scaricare schiavi, oro e avorio
/ 26.09.2022
di Enrico Martino, testo e foto

Oggi l’Uomo Blu riposa. «Tanto, turisti non ne arrivano» sospira sorseggiando un tè alla menta nel suo costume indaco da improbabile predone del deserto tra argenti e tappeti della Maison Tuareg di Tafraout. Un grappolo di case che sfoderano tutte le sfumature del rosa sotto pinnacoli di roccia dell’Anti Atlante marocchino dove persino l’aria fine della montagna vibra solo cinque volte al giorno quando il richiamo dei muezzin vola da un minareto all’altro accompagnato dall’orgoglioso chicchirichì dei galli e dal raglio degli asini.

Anche nella microscopica Shangri-La di Aït Mansour, una palmeraie verde smeraldo sullo sfondo di pareti di roccia di un arancione quasi fosforescente, gli unici suoni sono quelli dell’acqua che scivola tra le palme e le voci lontane di donne nascoste dalla vegetazione. È l’ultima propaggine del mondo berbero prima dell’hamada, il deserto di pietra che annuncia le grandi dune del Sahara. Un tempo oasi e ksar fortificati scandivano le distanze in questo ambiguo mondo di confine impregnato di sapori già quasi africani, veri porti del mare di sabbia dove dopo settimane di traversata attraccavano le grandi carovane, sogno proibito di generazioni di predoni, per scaricare schiavi, oro e avorio. Un mondo travolto da camion e portacontainer che riaffiora oltre una quintessenza del nulla, un caffè fatiscente e il distributore Afriquia di Tighmi che segnalano il bivio verso la Zaouia di Illigh, confraternita sufi della storica regione di Souss.

«Questi documenti hanno tre secoli, arrivano da Timbuctù. Dall’altro lato del Sahara», Boukhari Bou Dmia ultimo discendente dei signori di Illigh srotola con cautela quasi religiosa pergamene in pelle di leonessa, antichi contratti di commercio, alberi genealogici delle grandi famiglie berbere e israelite della regione, dimenticati da secoli dentro bauli illuminati dalla debole luce che filtra da un lucernario incrostato di polvere. Leggerli, o anche solo sfiorarli, significa entrare nella storia leggendaria e quasi sconosciuta del regno di Tazeroualt che per secoli ha controllato le vie carovaniere del Sahara Occidentale.

Inizia come una favola, «c’era una volta» un sant’uomo venerato da folle di pellegrini, Sidi Ahmed Moussa, ma alla sua morte nel 1549 un pragmatico nipote pensò di trasformare questa eredità religiosa in un più concreto potere politico facendosi nominare emiro. Da allora, per tre secoli, i suoi discendenti tennero testa persino ai potenti sultani di Marrakech dalla loro roccaforte di Illigh, l’unico posto sicuro per centinaia di chilometri tra il Sahara e l’Alto Atlante, alla fine di una pista polverosa che ancora oggi svanisce in un orizzonte di montagne grigie verso un luogo che non riesce a schiodarsi dal suo mito, Timbuctù.

«Le carovane cariche d’oro e di schiavi scaricavano qui dopo tre o quattro mesi di traversata» rievoca Boukhari sotto le arcate dove i notai registravano il carico, «ancora all’inizio del diciannovesimo secolo questa era una Wall Street del Sahara con un tesoro equivalente a dieci tonnellate d’oro e aveva rapporti diretti con inglesi, francesi e tedeschi perché controllava tutti i traffici fino al porto di Mogador, l’attuale Essaouira dove le merci venivano imbarcate per l’Europa. Illigh era protetto da migliaia di cavalieri berberi e da una Guardia Nera come quella che i sultani del Marocco hanno copiato dai miei avi».

Il suo è l’orgoglio di un passato in cui i sultani si rivolgevano al suo bisnonno con un cerimonioso «mon ami», lui ricambiava con schiavi, avorio, incenso sudanese e polvere d’oro, doni preziosi «che servivano a dimostrare il suo monopolio sui prodotti africani, perché il regalo» precisa con secolare sottigliezza berbera «obbliga più chi lo riceve di chi lo offre». L’ultima luce del giorno, fredda come il vento che scende dalla montagna, illumina monconi di muraglie e scheletri di magazzini dove un tempo vivevano oltre cinquemila persone. Un pugno di ombre furtive passa in lontananza, «Guarda, sono quasi tutti neri, discendenti di ex schiavi che dopo un certo tempo venivano liberati e diventavano parte della comunità. L’Islam è una religione includente, non siamo mica come gli americani!»

Uomini e merci, legali e illegali, continuano a traversare il Sahara come hanno fatto da sempre ma non passano più dagli antichi porti del deserto, e molti berberi sono emigrati da queste montagne dove sono sempre di più le donne il motore del cambiamento. «All’inizio è stata dura perché questa è una regione tradizionale e gli uomini erano contrari ma quando sono arrivati i primi guadagni molte difficoltà sono sparite» sorride Fatima della Cooperative Feminine che produce olio di argan nella valle di Ammeln.

Il mondo sta cambiando anche in queste comunità chiuse come ricci tra mura di fango che le difendevano dalle scorrerie degli Uomini Blu, mura che agli abitanti di Tiznit non erano però bastate nel 1912 contro il «Sultano Blu» El-Hiba, l’ultimo colpo di vita di una sonnacchiosa cittadina dove gli orafi un tempo famosi per la loro abilità oggi preferiscono importare economici gioielli made in India, e molti fantasticano di nuove vie transahariane davanti alla Grande Moschea. I pali appuntiti che sporgono dal suo massiccio minareto, secondo la tradizione servivano alle anime dei defunti per salire più facilmente verso il paradiso di Allah ma in realtà rievocano le moschee di Djennè e Moptì in Mali, testimonianza di un legame mai interrotto con il mondo aldilà del deserto.

Ancora più a sud, un fazzoletto di terra tra il mare e la montagna riporta alla mente il colonialismo fuori dal tempo di Sidi Ifni, inutile possedimento occupato dalla Spagna negli Anni Trenta del secolo scorso e abbandonato nel 1969 quando i marocchini, stufi di questa ridicola enclave, chiusero la frontiera. Un passato testimoniato solo da paio di edifici in stile falangista affacciati su quella che un tempo era Plaza de España mentre un altro fantasma dell’immaginario sahariano sopravvive a Guelmim dove le carovane incontravano i mercanti che trasportavano le merci africane fino agli empori europei sull’Atlantico. Allora scoppiava la festa e le donne si esibivano al ritmo ossessivo dei tamburi in una danza vagamente erotica, la guedra che ha fatto fantasticare morbosamente per decenni i viaggiatori europei.

Mura di una perfezione che sfiora l’assoluto circondano ancora un’altra antica porta tra Marocco berbero e mondo sahariano, sono ciò che è rimasto in piedi di Taroudant il «Dono di Dio» dopo avere commesso nel 1687 l’errore fatale di sfidare il sultano Moulay Ismail, il Re Sole marocchino. Ci voleva altro però per stroncare questa «piccola Marrakech» e se oro, schiavi e avorio non ci sono più, o passano più discretamente altrove, il loro posto è stato preso da gadget elettronici e stoffe quasi invariabilmente cinesi. Perché, come direbbe qualsiasi mercante del suq, quello che conta è l’arte di vendere e di comprare, e quella, ai porti del Sahara, non gliela leverà mai nessuno.