I «cenerentoli» del restauro

Reportage - Un viaggio culturale per osservare chi lavora nei laboratori del Centro Conservazione Restauro La Venaria Reale
/ 19.07.2021
di Luigi Baldelli, testo e fotografie

Si definiscono i «cenerentoli» del restauro. Li hanno chiamati parvenu, giovani che vogliono cambiare i metodi del restauro. Ma invece non sono altro che ottimi professionisti, eccellenze nel loro campo, appassionati, che dedicano tempo, energie e amore a quella scienza che è il restauro, ridando vita e riportando alla loro bellezza opere d’arte dal valore inestimabile, che il tempo o l’incuria ha rovinato. Sono i docenti, i restauratori, lo staff tecnico, gli storici dell’arte e gli studenti del Centro Conservazione Restauro La Venaria Reale, piccolo storico comune alle porte di Torino.

Lo spazio che occupano è imponente e bellissimo: le ex Scuderie e il Maneggio settecenteschi all’interno del complesso della Reggia di Venaria, dove tutto l’anno ci sono mostre ed eventi culturali. Un luogo ideale dove lavorare e dove sono stati raggiunti importanti successi nel campo del restauro seguiti da riconoscimenti nazionali e internazionali.

Anche se giovane, questo Centro è una vera eccellenza italiana. «Sì, siamo davvero un Centro giovane, siamo nati nel 2005, – mi racconta Michela Cardinali, Direttrice Laboratori Restauro e Scuola Alta Formazione – ma con l’idea molto chiara di quello che sarebbe stato il percorso: portare valore alla conservazione, essere un nodo strategico e un luogo d’incontro. Ma soprattutto far capire che il restauro non è solo il restauro fine a se stesso, ma una strada per aprirsi alla cultura e alla conoscenza, un modo per trasmettere e ricevere insegnamenti e sapere».

L’architettura del Centro è caratterizzata da imponenti spazi, lunghi e alti corridoi, grandi sale. Ma è quando si entra nei veri e propri laboratori di restauro che si rimane ancora più affascinati. Sono il cuore del centro, i luoghi dove le idee, le esperienze e le intuizioni si muovono tra professionisti, docenti e studenti. «Ogni anno accogliamo dai 20 ai 25 studenti al nostro Corso di laurea magistrale, – continua a dirmi la Direttrice – e se le università mettono la teoria, noi mettiamo la pratica, le opere. I docenti e i vari professionisti di ogni settore, oltre a lavorare direttamente sulle opere d’arte, seguono passo passo gli studenti, per migliorare e aumentare la loro crescita conoscitiva. Ma non è una strada a senso unico, perché anche gli studenti portano valore e innovazione». Su un tavolo, un grande stendardo decorato su entrambe le facciate: arriva dalla Pinacoteca di Brera. È messo abbastanza maluccio, ci sarà da lavorare. «Questo stendardo è stato oggetto di tesi di una nostra studentessa, poi, noi come Centro ci siamo mossi e abbiamo trovato i fondi per finanziare il restauro e il Getty Institute ha deciso di sostenerci. Perché per noi – mi spiega ancora Michela Cardinali – seguire gli studenti è un obiettivo strategico. Non ci interessa solo far lavorare gli studenti nei vari laboratori, per noi è importante aiutarli, seguirli e sostenerli nei loro progetti».

Poco lontano una ragazza, con dei grandi occhiali con la lente d’ingrandimento, accarezza delicatamente con il pennello un disegno su tavola, con pazienza certosina, lentamente. Alza appena la testa per salutarci, per poi tuffarsi di nuovo nella tavolozza dei colori e sul disegno. All’interno del Centro ci sono cinque percorsi formativi (Dipinti su tela e tavola, sculture, arredi arte contemporanea; Manufatti e derivati; Manufatti in tessuto e in pelle, manufatti in metallo, ceramica e vetro; Carta, Manufatti fotografici, cinematografici e digitali). Il rapporto studenti-docenti è di 5-1. «Si ma poi ci sono i tutor, i restauratori, i tecnici. Insomma non sono mai soli. E aggiungo anche, – lo dice con orgoglio la Direttrice – che la percentuale di studenti che escono dal Centro e che poi trovano lavoro è molto alta, altissima».

Un’altra prerogativa del centro è quella di avere grandi spazi. I soffitti dei laboratori sono alti più di dieci metri, le pareti lunghe anche venti. Questo permette di avere opere che non troverebbero spazio in altri posti.

Entriamo nel laboratorio delle sculture in legno dove sono «in cura» statue del Museo Egizio di Torino, e anche qui sono tutti concentrati sul loro lavoro. I «clienti» del Centro sono non solo musei italiani, ma anche francesi, spagnoli, tedeschi, solo per citarne alcuni. E anche i musei vaticani o l’Area archeologica di Pompei. Si sono rivolti alle cure del Restauro della Venaria anche le regioni del Centro Italia e dell’Emilia Romagna per le loro opere d’arte danneggiate dal terremoto.

Il Centro Conservazione Restauro la Venaria Reale è una fondazione pubblica e privata, dove i soggetti principali sono il Ministero della Cultura, quello della Ricerca, ma anche la Regione Piemonte, la Provincia e Fondazioni private. Nel 2019 ha restaurato più di 13mila opere. «All’inizio – continua la Direttrice – ci siamo mossi sul territorio, per poi spostarci a livello nazionale e infine siamo arrivati al livello internazionale. Adesso, ad esempio, siamo a Gerusalemme dove ci è stato affidato l’incarico dai Custodi della Terra Santa per la conservazione e il restauro di diversi settori della Basilica del Santo Sepolcro» dice ancora con una punta di orgoglio.

Continuo a entrare e a uscire dai vari laboratori e quando entro in quello degli arredi lignei, vedo una ragazza stesa a terra che sistema gli ultimi dettagli di una vecchia carrozza, adesso completamente rimessa a nuovo, appartenuta a Re Umberto I e ora di proprietà del Quirinale. Al piano superiore, docenti e studenti lavorano su una grande vetrata del 1600, «aggiustando» vetri colorati e metalli rovinati. Nel salone accanto, un immenso arazzo sdraiato su un tavolo viene controllato, studiato e analizzato, per poi procedere al restauro.

Il Centro la Venaria non è però solamente un luogo per «cose antiche», ma anche l’arte moderna è di casa: dai capolavori di Kiefer a quelli di Casorati, di Barkat o di Garelli, oppure Kandinskij, solo per citarne alcuni, sono finiti sotto le attente e diligenti cure del Centro. A cui non manca nulla, neanche i laboratori scientifici, dove chimici, biologi, tecnici di laboratorio, esperti di informatica si confrontano quotidianamente con i restauratori su temi legati alla conservazione e al restauro. Solo nel 2020 sono state fatte più di 17mila analisi chimiche. Ciò che permette di avere sempre diagnosi e analisi delle opere da restaurare, ma anche di poter fare monitoraggi per la conservazione preventiva delle opere.
«Il fiore all’occhiello dei laboratori è questo macchinario – dice la Cardinali, aprendo una grande porta scorrevole dietro la quale si trova… una innovativa macchina per l’esecuzione di radiografie digitali e TAC su oggetti di grandi dimensioni – . È unica al mondo». Per spiegarmi ancora meglio il valore di questo apparecchio, interviene il tecnico che mi dice: «Per capire le dimensioni, se gli altri apparecchi possono fare una TAC a una mummia, noi la facciamo con tutto il sarcofago». Ecco, chiarissimo.

Allora domando: «Siete giovani e in così pochi anni avete raggiunto questo livello di eccellenza, dove volete arrivare?». Ride, la Direttrice e risponde: «Vogliamo arrivare a fare i restauri su Marte», poi diventa di nuovo seria e continua: «Ora riapriamo il Centro anche alle visite, con approfondimenti su varie tematiche a cura di professionisti. Perché il restauro ha un grande fascino, piace al pubblico. Ma il nostro obiettivo è creare consapevolezza nelle persone: non solo restauro, ma conservazione. Questa è la nostra missione educativa».