Attimi fuggenti tra i vicoli della medina
Giocattolaio di strada tra le vie della Medina

Eclettica e spudorata Tangeri

Reportage - Apre le porte dell’Africa mettendo alla prova i turisti più ingenui, che restano comunque incantati dai suoi misteri
/ 23.01.2023
di Emanuela Crosetti, testo e foto

Tangeri è l’altra colonna d’Ercole. Con le sue enormi banchine spalancate sull’altrove e le mille case bianche, si erge orgogliosa dirimpetto alle vicine coste spagnole, con tutto il suo carico di storie, contraddizioni e inconfessabili segreti, che nemmeno il perenne scorrere delle correnti attraverso lo stretto di Gibilterra è mai riuscito a cancellare.

Inondata dalla luce riflessa dall’Atlantico, eclettica e spudorata, Tangeri è la porta che apre all’Africa. Nel suo tumultuoso passato è stata fenicia, cartaginese, romana, vandala, bizantina, araba, portoghese, spagnola e britannica, persino covo di pirati; dal 1923 al 1956 anche zona internazionale neutrale. Il risultato? Una mescolanza di stili, lingue, sapori, architetture e stravaganti personaggi. Il più conosciuto è il grande viaggiatore berbero Ibn Battuta: qui nacque e da qui partì alla volta del mondo, facendovi ritorno (giusto per qualche giorno) dopo ben venticinque anni di peregrinazioni; ma si racconta anche del passaggio di Garibaldi, che a Tangeri soggiornò in esilio per un anno; e di Matisse, che dalla camera 35 del Grand hotel Villa de France – tutt’oggi visitabile – scoprì la luce e il blu inquietanti del Marocco.

Inutile tentare di comprendere questa mutevole città. Meglio sfogliarla come un libro, pagina dopo pagina, racconto nei racconti, senza mai domandare né cadere nella fretta del (pre)giudizio. Meglio accostarsi a lei dal mare, lentamente, passeggiando lungo la sua promenade. Qui i ragazzini galoppano a pelo di cavallo sulla spiaggia, le donne lavano i panni col favore della corrente e gli eternamente stanchi si addormentano al limitare della battigia, in barba all’alta marea. Ma è a ridosso dei bastioni cittadini che Tangeri ritrova la sua energia, tra accaniti venditori di hashish, arrotini in bicicletta che molano lame a colpi di pedale, cambiavalute dell’ultima ora, improvvisati banditori di pesce e imbonitori pronti ad approfittarsi della buona fede (o distrazione) altrui.

Tangeri mette alla prova. Alla prima svolta si resta subito intrappolati in un labirintico sistema di vicoli dove è facile perdere l’orientamento e ritrovarsi assediati da sguardi indiscreti. Per uscirne basta seguire l’aroma di glassa e di carne allo spiedo che segna la strada verso il centro, fino alla caotica Place Petit Socco, con il suo storico Café Tingis, dove si accampava lo scrittore americano Paul Bowles, autore del troppo citato Il Tè nel deserto. Truman Capote, Gore Vidal e Tennessee Williams invece alternavano il Café Central al Gran Café de Paris, mentre gli scrittori beatnik Allen Ginsberg, Jack Kerouac e William Burroughs preferivano il Café Hafa. «Nessuno qui è esattamente ciò che sembra. Tangeri è una vasta colonia penale», scriveva quest’ultimo. E a ragion veduta: la città in quegli anni era infatti un torbido ricettacolo di spie e ambigui diplomatici, blasonate ereditiere e rifugiati, artisti incompresi e viziate star del cinema.

Sovraccarica di racconti, Tangeri è una città di voci, richiami a perdifiato e carretti a rotta di collo nel frenetico zigzagare della Medina. Impossibile evitarli. E subito ci si ritrova avvolti nei più disparati miasmi, che esalano da ogni dove nei meandri del suq: agrumi, frittura, sigarette, cuoio, pesce (più o meno fresco), argan, vello di capra, urina, verdura marcia, muschio, sandalo, sudore, ambra, gelsomino. Ma soprattutto menta: giunge a sera inoltrata dentro enormi sacchi di iuta da quindici chili, portati faticosamente a mano dai facchini fin sulla soglia dei negozi, lasciando dietro di sé una lunga scia aromatica che perdura per tutta la notte.

L’abbondanza di mercanzie che il suq è in grado di offrire è da Mille e una notte: stoffe pregiate, spezie remote, vertiginose essenze di rosa damascena e tappeti di lana tessuti a mano e tinti esclusivamente con colori naturali (tranne il nero, per il quale si ricorre alle rare pecore nere dell’Atlante). Strani incontri accadono tra queste anguste vie. Per esempio con il vecchio Mohammed Aloui, che sostiene di discendere in linea diretta dalla famiglia di Maometto. O con la piccola Jasmine, del ristorante Kebdani, che a soli sei anni già aiuta la mamma in cucina e serve ai tavoli, sorridendo ai commensali e facendosi pagare con un’eloquente sfregata di dita.

C’è sempre un oltre, a Tangeri. All’infinito, senza tregua. Il raffinato quartiere bohémien è un angolo di quiete ben lontano dal cicaleccio cittadino, dove gli artisti francesi hanno aperto botteghe, laboratori e atelier. Poco distante il Dar el Makhzen, seicentesco palazzo del sultano tutto fontane in marmo, decorazioni moresche e legni intagliati, vigila imponente dalla vetta della città, nella vecchia kasbah, un dedalo di stradine dove vive la gente comune, tra porte azzurre, pareti rosse, gatti randagi e murales variopinti al limite del lisergico.

Per lungo tempo Tangeri si è quasi vantata del suo declino, vittima compiaciuta della dissolutezza e di una pessima reputazione. Da alcuni anni a questa parte però il morale della città sembra essersi risollevato. Il re Mohammed VI infatti ha progetti avveniristici per il futuro; un investimento di dieci miliardi di dollari potrebbe trasformare Tangeri in una sorta di Dubai del Marocco. Del resto un antico adagio tuareg dice che «se c’è una meta, anche il deserto diventa una strada».