Bussole

Sulla via del buddismo
Inviti a letture per viaggiare

«Un’immensa statua del Buddha sdraiato sul fianco destro e rivolto a ovest. Una lunga coperta color zafferano avvolge il suo corpo, offrendo allo sguardo solo il viso e i piedi, sui quali si distingue il segno della ruota della Legge. Alcuni pellegrini si inginocchiano intorno a questa statua collocata in alto. Siamo a Kushinagar, il luogo del parinirvana, dell’“estinzione”, il luogo in cui, stando ai testi, il Buddha lasciò questa vita, in un boschetto d’alberi di sal. Duemilacinquecento anni dopo, mi unisco alla processione che gira intorno alla statua dorata del V secolo, lunga più di sei metri…». 

Lo scrittore francese Marc Tardieu a ventidue anni ha abbracciato il buddismo della scuola di Nichiren, riformatore giapponese del XIII secolo, trovandovi un porto sicuro dalle inquietudini del mondo. In questo piccolo libro racconta un pellegrinaggio attraverso i luoghi sacri del buddismo, naturalmente a piedi, seguendo letteralmente le orme dell’illuminato: Lumbini, il luogo della sua nascita, il Picco dell’Aquila, dove rivelò l’eternità della vita, Vaishali, dove il Buddha pronunciò il suo ultimo sermone… In margine ai viaggi la differenza tra le diverse anime del buddismo è spiegata con grande chiarezza.

La morte del Buddha fu solo l’inizio di un altro cammino, poiché i suoi insegnamenti si diffusero in ogni direzione: nella variante Theravada conquistarono il sud dell’India per poi proseguire verso est (Sri Lanka, Laos, Birmania, Thailandia e Cambogia), mentre il «Grande Veicolo» prese la via del nord diffondendosi in tutta la Cina e successivamente in Corea e Giappone, per poi ridiscendere verso il Vietnam. 

E tuttavia – come scopre Tardieu – alla fine il vero incontro col Buddha avviene ogni giorno per strada, nella metropolitana, al lavoro, in famiglia. La terra del Buddha è nei luoghi delle nostre faticose, preziose prove quotidiane. / CV

Bibliografia
Marc Tardieu, La via della pace interiore. Piccolo percorso iniziatico sui cammini del buddismo, Ediciclo, pp. 96, € 9.50.


Dormono sulla collina

Viaggiatori d’Occidente - La ricerca dei cimiteri abbandonati è un’affascinante forma di cimiturismo
/ 14.06.2021
di Claudio Visentin

Poco dopo Bobbio (Piacenza) la strada si restringe e sale lungo il fianco della montagna, fino al paese di San Cristoforo, un pugno di vecchie case in pietra nascoste tra i boschi. Già da lontano svetta una casa-fortezza dalle mura arrotondate, costruita in età longobarda (VII secolo), dai monaci di San Colombano. Il proprietario è felice di aprirci le porte; mi aggiro tra cantine piene di oggetti polverosi, antichi depositi per le merci e una cucina d’altri tempi. Mantenere la meravigliosa dimora con risorse ridotte è una lotta quotidiana, ma una leggera trascuratezza aggiunge solo bellezza all’insieme.

La nuova chiesa invece è poco interessante; ha sulle spalle poco più di un secolo (1910), un’inezia da queste parti. M’incammino allora per un sentiero tra i campi che conduce a una cascata di acque termali, utilizzata dai monaci al tempo delle epidemie di peste. Il ronzio delle api è incessante, l’odore forte dei fiori e delle erbe (soprattutto l’origano selvatico) quasi stordisce con la sua intensità. In questi prati i monaci coltivavano e raccoglievano erbe medicinali e aromatiche per l’erboristeria dell’Abbazia; mille anni dopo i discendenti inselvatichiti di quelle essenze sono ancora parte del paesaggio.

A circa un chilometro dal paese il sentiero si triforca. Si capisce che la via centrale conduce alla cascata, ma le altre due dove porteranno? Assecondo la mia curiosità e prendo a sinistra, Dopo poche decine di metri il cammino finisce in uno spiazzo circolare. Sembra di essere nell’abside di una chiesa, un tempio naturale, dove i muri però sono alberi. Un momento… Tra il terreno affiorano alcune pietre antiche e da un buco sotto un cespuglio s’intravede quella che doveva essere la cripta. Dunque questa era davvero una chiesa, quella che in paese chiamano la chiesa vecchia! Ma se queste sono le rovine della chiesa − penso tra me − allora l’altro ramo del sentiero deve condurre al cimitero. I morti non si allontanavano mai dall’ombra protettrice dei santi.

Torno al trivio e continuo verso destra. Si sale per un prato e il sentiero presto si perde. Poi d’improvviso tra gli alberi scorgo un basso muretto di cinta e un portone in ferro socchiuso, sormontato da un arco. Entro nel piccolo cimitero abbandonato. È un ambiente raccolto e familiare. Ci sono ancora semplici croci di legno conficcate nel terreno e alcune lapidi, spesso inclinate. Non ci sono fiori freschi; probabilmente non c’è più nessuno in vita che abbia conosciuto chi è sepolto qui.

Una manciata di cognomi si rincorre dall’una all’altra sepoltura. Le ultime risalgono agli anni Cinquanta. E tuttavia, nonostante siano passati soltanto settant’anni, le fotografie rigorosamente in bianco e nero e gli epitaffi composti raccontano un altro mondo, lontanissimo dal nostro. Sono vite intessute di sacrificio, fatica e dolore, come nel caso di Maria S., morta nel 1922 a 58 anni, «dopo lunga e penosa malattia sopportata con serena rassegnazione». Anche Angiolina P., poco distante, è morta nel 1952 a soli 49 anni. Agostino T., mancato nel 1888, doveva essere anche più giovane se lasciò dietro di sé «due pargoletti» e una vedova che avrà faticato per crescerli da sola. Al di là dei destini individuali, la vita di ognuno è inscritta dentro un orizzonte di valori condiviso: Patria, famiglia, lavoro, religione. Luigi P. è morto nel 1931, d’anni 77; nella foto ha l’abito della festa, il cappello, il volto serio con baffi imponenti. È sepolto insieme alla moglie Maria T., i capelli grigi raccolti nella crocchia, l’abito nero del lutto. Infatti l’unico figlio Paolo è ricordato in una lapide lì accanto: morì sul Carso «da pio cristiano e prode soldato» nel novembre 1915 e il suo corpo non fu mai trovato. Vigila «il confine ingrandito d’Italia», ma forse avrebbe preferito tornare al suo paese tra i monti e sposare una compagna d’infanzia. È facile immaginare quanto questo dolore debba aver pesato sugli ultimi anni di vita dei suoi genitori.

Questa piccola Spoon River d’Appennino (il riferimento obbligato è Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915) è un buon esempio di quanto possa essere coinvolgente la ricerca dei cimiteri abbandonati, una variante sempre più popolare del cimiturismo, o turismo nei cimiteri. I camposanti dei piccoli paesi d’Appennino come San Cristoforo, dove le tombe più antiche convivono accanto a quelle più recenti, sono perfetti per queste esplorazioni ma l’esperienza è possibile quasi ovunque, anche nelle valli del nostro cantone, ci scommetterei.

Niente dura per sempre. Col passare degli anni le tracce dei cimiteri diventano sempre più tenui, man mano che la vegetazione ricopre le tombe, tanto che a volte solo dalle immagini satellitari di Google Maps è possibile riconoscere il caratteristico spazio rettangolare di un antico cimitero perduto.

La ricerca dei cimiteri abbandonati è un viaggio alla portata di tutti, richiede solo abiti adatti (pantaloni lunghi e camicie con le maniche), scarponcini e molta cautela. Per esempio non frugate senza guanti tra le lapidi, qualche rettile pericoloso potrebbe essere nascosto in un anfratto. E fate attenzione naturalmente a saggiare il terreno prima di appoggiare i piedi tra le sterpaglie: potreste finire in una fossa con sicuro effetto drammatico ma anche molto spavento. Naturalmente non si tocca nulla e non si porta via nessun souvenir, per quanto a volte sia difficile resistere alla tentazione; ci si limita a scattare fotografie e copiare lapidi. Nel dubbio applicate le regole dell’Urban Exploration (Urbex), ovvero il codice di condotta di chi esplora luoghi abbandonati: case, fabbriche, cunicoli ecc.

Non c’è nulla di macabro o trasgressivo nella visita dei cimiteri abbandonati. Semmai un delicato senso di vicinanza tra generazioni presenti e passate, tra i vivi e i morti.