Bibliografia

Aldo Nove, Milano non è Milano, collana Contromano, Editori Laterza, 2004.


Dall’altra parte del Duomo, la dattilografa

Bussole, letture per esplorare il mondo - S’intitola Milano non è Milano e meriterebbe una ristampa la guida d’autore dedicata alla metropoli lombarda a firma di Aldo Nove
/ 20.02.2023
di Manuela Mazzi

Sono trascorsi quasi vent’anni da quando Aldo Nove – intitolando Milano non è Milano la sua «guida d’autore alla metropoli più metropoli d’Italia», come si legge in quarta di copertina – affermò che «non è possibile andare a Milano due volte». Eppure, a noi che Milano la frequentiamo oggi più di ieri, leggendo questo tascabile di 145 pagine sembra proprio di respirare quell’aria lì, quella che d’estate ti si attacca addosso, e d’inverno ti condensa il respiro; di sentire lo stesso «mutismo architettonico (…) stordito però dal caos dei rumori che l’invadono»; di vedere quelle stesse strade che fanno questa città; di tornare sempre a Milano, in quella stessa Milano che continua a cambiare ma – anche dopo vent’anni – è sempre uguale.

Basta sentire il rombo di un aereo che vola basso, forse in manovra di atterraggio, un distinto vociare lontano e schiamazzi vicini, portiere d’auto che si aprono e si chiudono con forza, un cane che abbaia lento e con tono baritonale, il tutto inghiottito dal frastuono continuo, implacabile di un pulisci asfalto che procede a passo d’uomo lungo il marciapiede per riportarti a Milano, una mattina d’inverno, nel quartiere intitolato da Aldo Nove «La zona equatoriale», che va da corso Buenos Aires alla stazione Centrale.

Lo sguardo di Aldo Nove, d’altro canto, combacia molto con il nostro, con quello ticinese, per una questione bio-geografica: «Chi scrive – annota, l’autore – ha trascorso la sua infanzia in un piccolo paese al confine con la Svizzera, a un paio d’ore di macchina da Milano». Nato a Viggiù, racconta così di quando, ragazzino, si recava coi genitori nella metropoli ascoltando Celentano mentre cantava di alberi di trenta piani, campi trasformati in centri commerciali, e colate di cemento: «A dire la verità, Milano (la città) faceva un po’ paura. / Era una cosa poco precisa. / Se ci andavi ne vedevi un poco. / Qualcosa. / Non era possibile vederla tutta. / Se ci tornavi era cambiata. / Ma non abbastanza da essere un’altra cosa. / Era sempre Milano. / Ci facevano i panettoni. / E c’era il Duomo. / E in cima al Duomo la Madonnina».

Ha tratti poetici, il testo di quest’opera d’autore, che, sì, forse avrebbe meritato una cura più amorevole da Editori Laterza – che nel 2004 lo pubblicò per i tipi della collana Contromano – date alcune sbavature anche informative. Ma non importa davvero, perché un libro così, lo si legge per assaporare il clima, per farsi tirare dentro in quell’atmosfera un po’ così, che solo la letteratura può ricreare, alla faccia dei saggi che le dicono tutte giuste. Come ricorda lo stesso Nove quando descrive Milano con le parole di un collega di penna: Milano è «“Un sogno guasto e cavo al centro”, ha detto un grande poeta milanese, Milo De Angelis, forse il più capace, negli ultimi trent’anni, di descrivere le suggestioni e le inquietudini del capoluogo lombardo».

Altrettanto capace, per noi, è stato Aldo Nove con questa sua opera, che andrebbe ristampata, a nostro avviso, proprio perché in verità è riuscito a descrivere una Milano senza tempo, tracciandone – a partire dalla sua fondazione avvenuta per mano dei Galli nel Cinquecentodue avanti Cristo – la linea evolutiva e lanciandola verso un infinito che non avrà mai fine, ma le cui tappe nemmeno potranno mai venir perdute per il grande segno che hanno lasciato.

Prima di chiudere, di questa guida ci preme trascrivere un ultimo passaggio, invero un po’ lungo, perché ci sembra riassumerne la cifra di scrittura. È tratto da pagina 23, e racconta di quando Nove vide per la prima volta Piazza Duomo: «Era dicembre, aveva appena nevicato e faceva freddo. Un freddo pungente. Un freddo immediatamente svanito di fronte a uno degli spettacoli più belli che avessi visto nella mia vita. Nella mia vita, nel 1974, avevo già visto: 1) I campi innevati della Svizzera; 2) Mia madre; 3) Una cosina che mi aveva fatto vedere mia cugina in cantina che da lì a pochi anni avrei capito essere molto importante per la vita umana; 4) Il parroco di Viggiù ubriaco; 5) Bobby Solo (dal vivo); 6) Gli gnu (alla tele); 7) I biscotti Colussi, e un sacco di altre cose, ma nessuna bella come quella. Che ho visto quella volta. Che ero in piazza Duomo. E non c’entrava niente con il Duomo. Ma era dall’altra parte della piazza. Dove in un trionfo di luci al neon una dattilografa di luce batteva a macchina. Come di fronte a un video­gioco grande due volte una casa normale. Una donna gigante di luce. In una città su una parete di luce. Decine di pubblicità. Un bombardamento di colori. Il Duomo, la chiesa, dall’altra parte, non l’avevo proprio visto».