Nota

1. Jack London, Il figlio del lupo, 1a edizione LandscapeBooks, ottobre 2015, pag. 212.


Da un balcone all’altro

Passeggiate - Dopo il Ghiridone, un’altra passeggiata vista lago a Cardada, con qualche nota storica
/ 08.03.2021
di Romano Venziani, testo e immagini

Non so voi, ma io avverto sempre un profondo senso di libertà nel camminare in montagna. Libertà della mente, soprattutto, che può dialogare con il ritmo lento dei passi e sbizzarrirsi nel disegnare intricati percorsi della fantasia.

Basta un protendersi di rami contorti di betulla, che disegnano arabeschi sul bianco della neve, l’azzurro del cielo e il blu cupo del lago, a suscitare forti emozioni e a smuovere i pensieri.

Sto salendo da Cardada verso Cimetta e, all’improvviso, inciampo in una frase di Jack London, scaturita chissà come da un lontano ripostiglio della memoria. «La natura ha molti stratagemmi per convincere il genere umano dei suoi limiti» (1).

Eh, sì. La natura nella sua struggente bellezza a volte può essere estremamente crudele e beffarda con noi esseri umani, che ci crogioliamo nelle nostre limpide certezze e nell’illusoria convinzione della nostra onnipotenza. Pretendiamo di poter dominare tutto e tutti e poi, da un momento all’altro, ci ritroviamo lì, sgomenti, messi in ginocchio da un essere microscopico che tiene in scacco il mondo intero. Se ragioniamo, ci rendiamo conto che la colpa è anche un po’, se non soprattutto, nostra, e magari ci promettiamo di cambiare rotta, di scegliere con spirito nuovo le priorità della vita, ma non illudiamoci. Una volta finito tutto, saremo sempre quelli di prima.

La natura è anche beffarda. Prendiamo quest’ultimo anno disgraziato. Quando tutti erano più o meno tappati in casa a telelavorare, sfornare torte e biscottini o a riempire le giornate alla bell’e meglio, fuori la primavera aveva spalancato le sue porte splendenti di sole e profumate di fiori. Anche la Pasqua, spesso inclemente con i turisti in visita, è stata una Pasqua da cartolina. Poi, quando il nemico subdolo e invisibile ci aveva dato un po’ di tregua e si tornava a una vita (quasi) normale da giocarsi tutta all’aperto e in compagnia, si era messo a piovere a dirotto, come se il cielo fosse diventato un enorme ombrellone bucherellato, sgocciolante quantità inesauribili d’acqua da tutte le parti. Tanto che il mese di giugno 2020 finirà negli annali come uno dei più piovosi della storia.

Qualche mese dopo, a inizio dicembre, quando un disorientato e titubante governo federale decreta finalmente un nuovo semi-lockdown di fronte alla seconda ondata pandemica, ecco la neve. Viene giù, bella e abbondante, ammanta il paesaggio con uno spesso strato soffice come panna, che in tempi normali sarebbe un toccasana per iniziare alla grande la stagione degli sport invernali, garanzia del tutto esaurito per il periodo natalizio.

La neve. E pensare che gli inverni bianchi si erano fatti rari, negli ultimi anni. Come le mosche. Mi è capitata sotto gli occhi un’eloquente rappresentazione relativa all’altezza del manto nevoso invernale, rispetto alla media pluriennale.

Tante piccole Svizzere messe in rango, dal 1971 al 2020, con le varie zone pitturate di rosso, quando l’innevamento è stato inferiore alla media, di giallo, quando è rimasto nella media, e di blu, quando l’ha superata. A prevalere sono le Svizzere rosse. Ce n’è qualcuna un po’ più gialla, certo, ma pochissime quelle tutte blu, che rimandano agli inverni 1977, 1986 e 1999, quest’ultima con solo una curiosa appendice colorata di rosso: il Ticino.

Ed è questa ostinata preponderanza di rosso ad aver costretto Cardada, il 18 ottobre 2019, a rinunciare alla pratica dello sci. Con grande rincrescimento dei Locarnesi.

La nostalgia traspare ancora, qua e là, nei discorsi o postata sui social.

«È un colpo al cuore vederla così bianca e non poter più sciare», ha scritto qualcuno di recente. «Quanti ricordi…» hanno aggiunto altri, «se a tarda mattinata avevi voglia di fare qualche discesa, in quattro e quattr’otto andavi su».

C’è anche chi tesse le lodi della «mitica pista arancione, senza paragoni in Ticino… sciavi e sembrava che ti tuffassi nel lago. Uno spettacolo unico al mondo…»

Non so quale fosse, l’arancione. A dire il vero, della mia limitata esperienza sciistica a Cardada, mi torna in mente solo una fantozziana settimana bianca, sul finire degli anni Sessanta.

Neve alta, polverosa, cadute rovinose da cui ti rimettevi in piedi solo con uno sforzo sovrumano, ammucchiate di gente caduta dallo sci-lift e grandi risate. Nonostante la mia viscerale idiosincrasia per le competizioni, di qualsiasi genere o ambito esse siano, avevo disputato anche una gara di slalom, che avevo concluso se ben ricordo tra gli ultimi, ma con piena soddisfazione di essere arrivato in fondo.

Ora Cardada, come d’altronde il Tamaro già da qualche anno, ha puntato sulla differenziazione delle attività, con alternative estive e invernali. Con un certo successo.

Me ne accorgo oggi, sgambando sulla neve ancora alta, ma che ormai il caldo degli ultimi giorni di febbraio sta velocemente squagliando. C’è tanta gente, arrivata a piedi, in funivia o in seggiovia, famiglie intere, con frotte di bambini allegri, che passeggiano sui sentieri tracciati, arrancano con le racchette o accarezzano i pendii, leggeri, sulle slitte.

Ogni tanto sbuca dall’alto qualche irriducibile con gli sci, ma ormai quella è un’epoca conclusa.

Ulisse Del Grande, l’artefice, il Deus ex machina dello sviluppo turistico di Cardada-Cimetta, agli inizi degli anni Novanta mi aveva confessato di essere orgoglioso di ciò che aveva creato, «non sapevo a che cosa andavo incontro, ma lo rifarei ancora. Certo, c’è voluto coraggio e anche un po’ d’incoscienza a mettere in piedi qui una stazione invernale – aveva aggiunto – un conto è costruirla a San Moritz o a Lenzerheide, ma a Locarno, ritenuta la città dal clima più mite della Svizzera…».

Eppure aveva vinto la sfida.

Un mese di febbraio di qualche anno dopo, ansimavo con le racchette sul gobbo imbiancato di Cimetta, immerso in un silenzio irreale rotto appena dallo scricchiolio dei passi sulla neve. I vecchi impianti di risalita erano stati dismessi e smontati, i tralicci della seggiovia se ne stavano lì, neri scheletri metallici, distesi sul pendio. Erano iniziati i lavori preliminari per il rilancio e la rimessa in gioco della stazione turistica locarnese, che prevedeva la nuova funivia Orselina-Cardada firmata Mario Botta e il rifacimento della seggiovia Colmanicchio-Cimetta.

Con me altri due pionieri della storia turistico-sportiva di questo incantato balcone aperto sul lago: Charly Zenger, ideatore della Scuola di sci e Remo Pini, co-fondatore con Ulisse Del Grande dello Sci Club Solduno. Allora ottantatreenne, Remo, mente lucida e gamba buona, non ci aveva pensato due volte a inforcare le racchette e a seguirci nella scarpinata sulla neve.

«Erano gli anni 1932-33 quando sono salito per la prima volta con gli sci dal piano» aveva raccontato, rompendo il silenzio. «C’era l’Ulisse e tre o quattro altri giovani… Arrivati a Cardada, i Locarnesi ci hanno guardato di traverso. Solduno era ancora un paese agricolo e operaio, eravamo diversi dai cittadini e c’era una certa rivalità con Locarno. Allora ci siamo detti, andiamo a Cimetta. Siamo saliti zigzagando con gli sci, senza pelli di foca, con un metro e mezzo di neve. Sembrava di essere a San Moritz, una distesa di potenziali piste, belle, lunghe e affacciate su un paesaggio affascinante. Sono sceso da lassù… qua sotto – e indicava sorridendo col braccio teso il riverbero del pendio che sprofondava nel lago – ho fai una toma, mi sono rialzato e ho continuato a sciare».

Locarno aveva un suo Sci Club fin dal 1928, che si era insediato nella baita dell’alpe Cardada, dando avvio alla pratica di questo nuovo sport sulle «distese immacolate di neve, solcate appena dagli sci di tre o quattro giovani, che godevano l’ebbrezza dei campi abbaglianti», scriverà qualcuno in quegli anni.

È invece il 1936, quando il drappello di giovani soldunesi fonda il suo sodalizio, suggellando con stemma e statuti l’identità di un gruppo già unito di fatto dalla grande passione per lo sci. «Quell’anno – aveva proseguito Remo – abbiamo costruito a Cimetta un rifugio in legno, quattro metri per quattro, per ripararci dal vento, e l’estate seguente l’abbiamo ampliato».

Mi pare di vederli, i giovanotti, partiti da Solduno con un mulo, una carretta, lamiere, assi e tutto l’armamentario necessario. «Da Colmanicchio a qui abbiamo fatto una staffetta. Eravamo una quindicina e ognuno portava il carico per cinquanta, cento metri. In quel modo entro sera abbiamo trasportato tutto l’occorrente a Cimetta».

La capanna, aveva spiegato Remo, poteva ospitare solo una decina di persone, ma traboccava di calore umano. «Si mangiava fuori e ci si divideva quello che ognuno aveva trovato e portato da casa».

È nata così la fortuna di Cardada-Cimetta, grazie a un gruppo di giovani un po’ visionari, accomunati dalla passione per lo sci, da una profonda amicizia e un grande amore per questa montagna, che è lì fuori, sull’uscio di casa. Ma per il decollo vero e proprio bisognerà aspettare il dopoguerra. «Il motore del notevole sviluppo dello sci è stata l’organizzazione nel 1947-48, da parte della Federazione svizzera, dei corsi d’istruzione per giovani e monitori degli sci club», mi aveva spiegato allora Charly Zenger, mentre mangiavamo un boccone seduti sulla terrazza deserta del ristorante Cimetta. «Andavamo a sciare ad Andermatt, a quei tempi il posto attrezzato più vicino. E lì c’è venuta l’idea di mettere in piedi un impianto di risalita anche qui».

Durante l’estate portano su il motore di una vecchia Citroën e un cavo d’acciaio. Però mancano i «ganci», le cinghie di cuoio, che facevano le veci delle àncore odierne. «Così abbiamo deciso di andare ad Andermatt e fan balaa dü o trii – ricorda Charly ridacchiando – siamo tornati con tre ganci e abbiamo potuto mettere in funzione lo sci-lift. Poi, nel 1951, quel grande idealista di Ulisse Del Grande ha deciso di costruirne uno vero. Abbiamo portato il materiale a Brè con i camion, e da lì a spalle. Una spedizione memorabile è stato il trasporto del cavo d’acciaio, lungo 500 metri. Eravamo una sessantina di persone, ognuna con un rotolo di 3 metri. Abbiamo trasportato in quel modo anche i pali e così è nata la sciovia, la prima in assoluto al sud delle alpi».

È l’inizio di una lunga storia, che, seppur con altre modalità, continua oggi ancora a perseguire gli stessi scopi. Non so se l’Ulisse, che ha dato, con la sua intuizione geniale, l’impulso per la nascita e lo sviluppo dell’attività di «scivolamento sulla neve» di Cardada-Cimetta, avrebbe visto di buon occhio l’abbandono della pratica dello sci, ma tant’è. I tempi cambiano, così come cambia il clima, le aspettative economiche e le prospettive turistiche a breve e lunga scadenza.

Intanto, vedo che la terrazza del ristorante-capanna Cimetta, nonostante le restrizioni pandemiche, è piuttosto affollata di chi ha cercato un posto all’asciutto per sedersi e sgranchirsi le gambe, perciò la evito e mi apparto a sgranocchiare un panino in mezzo alla neve ai bordi di questo balcone naturale vista lago. Me ne sto lì per un po’ a godermi il sole e ad assaporare quel panorama straordinario. Poi mi rimetto in cammino e scendo lungo la vecchia pista blu di Vegnasca, imbocco il sentiero nel bosco, che mi riporta a Cardada-Colmanicchio, e da lì, su un sentiero fattosi avaro di neve, tolte le racchette, mi avvio verso Brè.

L'itinerario

Si tratta di un'escursione circolare facile, adatta a tutti e di grande interesse paesaggistico. Si può fare sia in inverno, a piedi sui sentieri preparati o con le racchette, sia in estate.
Il percorso parte da Cardada-Colmanicchio oppure, allungando un po’ il tragitto, da Bré sopra Locarno (quello che ho scelto io).

Partenza:  Brè sopra Locarno (1106 msm)

Si può raggiungere Brè con l’autovettura. Oltrepassato il nucleo, si prosegue sulla stradina (Via Miranda), che a un certo punto è chiusa da una barriera. Le possibilità di parcheggio sono limitate (attenzione a non posteggiare sulla piazza di giro prima della barriera, perché la multa è assicurata).

Da lì si continua a piedi su Via Miranda, dopo poche decine di metri si svolta a destra sulla Strada forestale Varenna verso Pian da Rözz (se si lascia la macchina in paese si può prendere il sentiero che sale fin qui nel bosco). Si passa dal piccolo nucleo di Prati Varenna e dopo una leggera salita si incontrano le prime cascine e si arriva a Cardada (1329 msm).

L’itinerario prosegue verso la capanna e l’alpe di Cardada, poi taglia trasversalmente il pendio  salendo verso il ristorante e Cimetta.

Arrivo: Cimetta (1671 msm)

Il percorso di ritorno scende da Pian della Cimetta, al punto 1472 msm si prende il sentiero sulla sinistra, che s’inoltra nel bosco, passa sotto la seggiovia e dopo un po’ si ricongiunge con quello seguito all’andata. Da lì si ritorna a Cardada-Colmanicchio.

Dislivello: 565 metri (da Brè) o  342 metri (da Cardada-Colmanicchio)
Lunghezza del percorso: circa 9 km (da Brè) o circa 5 km (da Cardada-Colmanicchio)
Tempo di percorrenza: circa 5 ore (da Brè) o circa 3 ore (da Cardada-Colmanicchio)
Difficoltà: T2

Links utili
Sul sito di Svizzera Mobile, è segnato sulla cartina l’itinerario con racchette da Cardada
Sito della Cardada Impianti Turistici SA
Sito dello Sci Club Cardata