Il vivace, rumoroso e puzzolente mercato del pesce
Minareti e grattacieli, il sacro e il profano del centro cittadino
Piccole abitazioni antiche fanno capolino tra gli alti grattacieli della città
Tuniche silenziose e shemagh svolazzanti i due tratti distintivi dei kuwaitiani

Come un miraggio nel deserto

Reportage - A Madīnat al-Kuwait si respira ancora l’atmosfera da villaggio di pescatori, nonostante il suo ultramoderno skyline
/ 28.11.2022
di Emanuela Crosetti, testo e foto

Chiamatela Madīnat al-Kuwait, non Kuwait City. Perché, a dispetto della sua foggia ultramoderna, tutta luci sfavillanti e azzardate sperimentazioni architettoniche, questa città racchiude ancora un’anima ostinata e radici sprofondate in un passato che se ne infischia del petrolio e dei grandi magnati della finanza.

Con la trasformazione da semplice accampamento di beduini a piccolo avamposto militare, la capitale del Kuwait incominciò a prendere forma solo nel Seicento, allargandosi poi fino alla costa per trasformarsi in un modesto villaggio di pescatori. L’atmosfera di quegli inizi si può ancora respirare a ovest del porticciolo turistico di Souq Sharq, in una piccola baia punteggiata di barchette di legno, con le vele rattoppate, le reti sparse in perenne rammendo e i volti abbronzati dei marinai indiani che non sfigurerebbero in una delle tante avventure di Emilio Salgari.

Nel secolo seguente la nuova città divenne centro nodale del commercio tra l’Anatolia, l’Africa e le lontane Indie orientali. Nei suoi cantieri si costruivano le navi più veloci, al largo delle coste si pescavano le perle più grandi. Un idillio che durò fino agli anni Trenta del Novecento. Poi vennero il buio e la povertà, seguiti dal petrolio e la ricchezza; infine l’invasione irachena, la guerra e la rinascita.

Oggi Madīnat al-Kuwait è un miraggio che emerge dalle sabbie come l’ultima delle illusioni. Si solleva al limitare del deserto, in bilico sul Golfo, in un susseguirsi geometrico di edifici affilati e spigolosi, sin dove si spinge lo sguardo. Alle tiepide soglie dell’alba o sotto i raggi sciabolati di mezzogiorno, tra le fiamme dirompenti del tramonto o nelle nere notti di stelle, questa città è sempre avvolta da un fatuo alone di granelli di sabbia dorati, così impalpabili da renderla più surreale e ingannevole di un racconto di Shahrazād. Viene il dubbio che esista davvero. E forse aveva ragione Zahra Freeth, figlia del colonnello britannico Harold Richard Patrick Dickson, quando scriveva che un tempo questo luogo possedeva un’aura remota e di pace, uno degli ultimi baluardi dove rifugiarsi dalla fretta affollata del mondo occidentale.

La sua casa di famiglia – tutt’oggi visitabile e molto ben conservata – è una nicchia storica su un lungomare avveniristico. Un contrasto che si ritrova in tutta Madīnat al-Kuwait, affastellamento di vecchio e nuovo, di nostalgie e futurismi, di tradizioni e audaci lungimiranze. Come la Grande moschea in stile andaluso, dove lo Shamal, l’indomabile vento del nord, fa pericolosamente oscillare la lunga fila di lampadari provenienti da Damasco. O come le vertiginose e stroboscopiche Kuwait Tower, progettate da svedesi, costruite da jugoslavi e infine inaugurate nel 1979. Sfacciatamente ricoperte da piastre circolari colorate a pois funk, ospitano una piattaforma panoramica rotante, una mostra fotografica permanente, un ristorante che serve tutti i giorni la colazione solo alle donne e un serbatoio per l’acqua.

La vera spina dorsale di Madīnat al-Kuwait è il vecchio souq coperto. Nel dedalo dei suoi vicoli si annidano i caffè più rumorosi di tutta la città, dove il tè si prepara ancora sulla brace e i narghilè sfoggiano tubi lunghi almeno quanto le interminabili conversazioni che quasi solo qui si ha l’occasione e il piacere di intavolare. Perché non c’è niente di più facile che intrattenersi con i kuwaitiani su quei morbidi divani di tappeti, ascoltando storie che non vedono l’ora di raccontare, affascinanti quanto basta da far sorgere il dubbio che non siano vere. Difficile congedarsi da un tale simposio. Ci si saluta con mille salamelecchi e la promessa di rivedersi di nuovo, cosa assai improbabile visto che, a zigzagare tra i negozi, ci si perde con disarmante facilità. Basta inseguire l’aroma caldo del kabsa (pollo o agnello arrosto su un letto di riso ricoperto di frutta secca e inondato da una decina di spezie diverse), oppure le essenze dei mastri profumieri, orgogliosi di sfoggiare il miglior oud di tutto il mondo arabo, proveniente dal cuore più verde del sud-est asiatico. L’oud è una resina prodotta dalla vulnerabile pianta di Aquilaria quando viene infettata da un particolare tipo di muffa: l’odore in purezza è fecale, il costo al grammo vertiginoso, il risultato in profumeria indimenticabile.

Un altro odore che non si dimentica più è quello del pesce nel mercato lungo il mare: appiccicoso e irriverente, si diffonde in particolar modo durante le contrattazioni, veri e propri duelli che si consumano a suon di decibel e si concludono con qualche dollaro in più. Si getta la merce a terra e subito venditori e acquirenti vi si raccolgono attorno, sbracciandosi e gridando fino allo sfinimento, con gli inservienti che continuano a versare acqua sui pavimenti per mitigare l’olezzo e scongiurare gli scivoloni.

In ogni caso turisti quasi non se ne vedono, a Madīnat al-Kuwait; solo lavoratori. Mi aggiro tra le candide vesti degli uomini kuwaitiani che, fedeli alla rigida dottrina del Wahabismo, indossano una lunga tunica bianca come la neve e uno shemagh sul capo, anch’esso bianco o a quadretti bianchi e rossi. Ammirarli nei loro movimenti discreti e sempre cadenzati – mai un passo frettoloso o un gesto fuori luogo – è un piacere per gli occhi e per l’udito. Queste stoffe cantano, frusciano nell’aria come presenze invisibili, lasciando appena intravedere il ritmico ondeggiare tra le dita del misbahah, rosario di trentatré piccole sfere da sgranare una dopo l’altra, glorificando mentalmente Allah: il Compassionevole, il Misericordioso.