La Chiesa Flateyri (Francesca Mazzoni)

C’era una volta l’Islanda

Reportage - Storie di resistenza nei fiordi dell’ovest
/ 02.08.2021
di Francesca Mazzoni

La scogliera di Látrabjarg, con i suoi quattrocento e passa metri d’altezza, è il punto più occidentale d’Europa, ma non c’è nessuno con cui celebrare questo primato, a parte pecore sparse un po’ ovunque e qualche milione di uccelli marini. In questi remoti fiordi dell’ovest gli abitanti sono pochi, appena settemila in un territorio che è la metà della Svizzera, per lo più impegnati in attività tradizionali, dall’allevamento alla pesca. E i turisti non sono molti di più, nonostante da qualche tempo l’Islanda sia una meta piuttosto popolare (due milioni di visitatori l’anno).

Per una volta non è solo colpa della pandemia. Anche in tempi normali qui arriva un viaggiatore su dieci. La posizione fuori mano, i collegamenti difficili, il meteo dispettoso sono una selezione all’ingresso. Niente di estremo, beninteso; basta qualche ora d’auto e una tratta in traghetto per trovarmi sola tra i campi viola di lupino selvatico, immersa in un silenzio rotto dalle stridule grida di arrabbiatissime sterne artiche in difesa dei loro nidi, accanto a goffi pulcinella di mare.

Lasciata la scogliera, viaggio per ore e ore tra paesaggi epici verso il Patreksfjörður, una manciata di case in legno a due passi dalla riva alla fine della strada 615, a una cinquantina di chilometri dal primo negozio di alimentari. Passerò la mia prima notte in una fattoria dove mi accoglie Íshildur, una giovanissima pastora con i capelli raccolti in una treccia e le scarpe sporche di fango. Nonostante l’età, ha l’aria burbera; per questo non ho il coraggio di chiederle una foto assieme e me ne pentirò per il resto del viaggio.

Rotto il ghiaccio, Íshildur comincia a raccontare di sé: «Vivo qui tutto l’anno. In estate mi divido tra gli ospiti e la fattoria, mentre in inverno lavoro ai ferri per creare i lopapeysa», spiega mostrando una sfilza di iconici maglioni di lana islandesi con colori e pattern diversi.

A queste latitudini in estate le giornate sono interminabili e la luce non cede mai veramente il passo al buio; fuori un soffice crepuscolo avvolge tutto. L’assenza di comfort è ampiamente ripagata dal panorama.

Il giorno dopo riprendo il viaggio. Per fortuna ho affittato un fuoristrada, ma anche così avanzo lentamente lungo strade polverose che si insinuano tra i fianchi delle montagne, seguendo il corso frastagliatissimo della costa, un fiordo dopo l’altro. Mi sorprendono spiagge bianchissime; in Islanda la sabbia è spesso di colore nero, per la presenza di lava.

È stato il giugno più freddo degli ultimi quarant’anni, mi ha raccontato la pastora, e in effetti ci sono ancora molti cumuli di neve al bordo della strada. Nel paesaggio brullo risalta ogni avvenimento, come la volpe artica che fugge a zampe levate tra le pietre con la sua preda in bocca.

Dopo interminabili saliscendi e qualche tunnel di nuovissima costruzione sosto a Flateyri, un minuscolo villaggio di pescatori dove nel 1995 una gigantesca valanga uccise venti persone. In viaggio non sai mai cosa troverai dietro l’angolo della strada.

Bræðurnir Eyjólfsson, conosciuto anche come The Old Bookstore, è uno dei negozi più antichi d’Islanda, un emporio del 1914 trasformato in una libreria. Eyþór Jóvinsson, 36 anni, porta avanti questo affare di famiglia nel suo elegante e inconfondibile abito tre pezzi. «Tutto è rimasto com’era più di un secolo fa. Abbiamo i registri dell’attività e possiamo rintracciare ogni corona islandese che è entrata o uscita dalla cassa sin dal primissimo giorno di apertura» mi racconta con orgoglio. Poi mi mostra una centenaria bilancia con cui si possono acquistare a peso libri di seconda mano.

Qui a Flateyri vivono poco più di duecento persone nel mezzo del nulla, isolate dalle montagne e dall’oceano. «Per fortuna sono lettori forti, specie d’inverno» spiega Eyþór con un pizzico d’ironia. La casa dei suoi nonni, nell’edificio a fianco, è ancora come negli anni Cinquanta. Quand’era più giovane Eyþór ha vissuto a Reykjavík e in Australia, ma alla fine è tornato, come tanti altri giovani di queste parti peraltro.

Riprendo la strada per Ísafjörður, teoricamente sarebbe il capoluogo dei fiordi occidentali ma di fatto è poco più di una cittadina. Le vecchie case in legno costruite dai mercanti stranieri nel Settecento stanno accanto a più anonimi edifici moderni.

Un giovane pescatore indossa la sua tuta arancio e fuma una sigaretta appoggiato alla parete del magazzino. Moli, barche e reti sono il DNA di Ísafjörður ma la pesca è in declino a causa delle maggiori tutele ambientali e molti pescatori si sono trasferiti altrove.

La mattina seguente sperimento una pura giornata islandese. I fiordi dell’ovest sono spazzati da un vento rabbioso. L’app del meteo esplode di notifiche d’allerta. Mi rifugio nella piscina comunale. Anche per scansare disinvolte nudità, m’immergo per qualche ora in una piccola e bollente piscinetta. In una piacevole conversazione con i miei vicini di vasca scopro che la prima donna in Islanda a esercitare il diritto di voto lo fece proprio qui, a Ísafjörður. Dai finestroni vedo le nuvole muoversi veloci sospinte dal vento e il tempo tornare sereno. Domani percorrerò un ultimo tratto a zig-zag fino a Hólmavík e Djúpavík, poi lascerò questa Islanda coraggiosa, ancorata alla tradizione, con un occhio alle greggi, al mare e al futuro.