Cartoline dal futuro

Viaggiatori d’Occidente - Singapore è il modello della città asiatica del XXI secolo
/ 13.02.2017
di Massimo Morello, testo e foto

«Quando ero bambino qui c’era il mare» dice il gentile signor Chan, l’uomo delle pulizie all’Esplanade di Singapore. Adesso due immense cupole a scaglie coprono un teatro, una concert hall, studi di registrazione, un centro commerciale, ristoranti e una biblioteca. Chan ha cinquantacinque anni, è nato poco prima dell’indipendenza, nel 1965, quando Singapore si staccò dalla Malesia diventando di fatto una Città-Stato. L’Esplanade è stata aperta nel 2002 segnando l’inizio della metamorfosi di Singapore: da centro finanziario e commerciale a città d’arte e cultura, centro di ricerca, innovazione e intrattenimento.

Là dove Chan andava a fare il bagno, oltre l’Esplanade, è sorto il complesso di Marina Sands, penisola artificiale intorno a un grande lago, collegata al centro da un ponte pedonale che riproduce la struttura del Dna. Il tutto dominato da tre torri unite da una piattaforma aerea, che ospitano oltre duemila stanze d’albergo, e da una struttura polifunzionale che combina casinò, centro commerciale e convegni. Lungo la promenade, dallo spazio d’acqua emergono due isolotti artificiali. Uno di questi, collegato al Marina Sands da un tunnel sottomarino, è l’Espace Luis Vuitton, un prisma poliedrico di vetro che scompone e riflette il panorama circostante: da un lato i grattacieli del nuovo Financial District, dall’altro il grandioso fiore di loto che è l’Art Science Museum. Il tutto progettato dall’archistar Moshe Safdie.

Poi è stata la volta dei Gardens By The Bay: centodieci ettari di giardino botanico con gigantesche serre che sembrano navi spaziali e superalberi hi-tech coperti da vegetazione tropicale. «Nella visione di Singapore la prospettiva del mondo è diversa» dice Kiat W. Tan, amministratore delegato di questo iperprogetto. «Per uomini e piante la regola è la stessa: cambiamento e adattamento. Dice un filosofo: se guardi la foresta non vedi l’albero; se guardi l’albero non vedi la foresta. Qui puoi fare entrambe le cose». Gli alberi cominciano a crescere anche sui grattacieli, boschi verticali come quelli della nuovissima South Beach Town, eco-quartiere costruito attorno a due torri, progettato dallo studio Foster+Partners con una tettoia lunga duecentottanta metri che riproduce la volta di una foresta e giardini terrazzati.

I settecentoventi chilometri quadrati di Singapore sono destinati ad aumentare. Basta osservare il modello della città nella hall dell’Urban Redevelopment Autority (URA), l’organizzazione per la pianificazione urbana. Oltre i Gardens si estende quasi un’altra città in divenire, senza contare il progetto di una città sotterranea destinata a ospitare quasi cinquemila scienziati e ricercatori. Nel frattempo i laboratori della Agency for Science, Technology and Research operano nei grattacieli di una cittadella della scienza. «Non so dove potrei trovare un altro posto così» dice Antonio Bertoletti, italiano che dirige un programma di ricerca su infezioni e immunità. «Qui si assimilano e scambiano idee, come una rete neurale». 

Gli studenti di Singapore, parte di questo cervello, si sono classificati al primo posto nel Pisa test, il Program for International Student Assessment, che valuta il livello d’istruzione in settanta paesi al mondo (la Svizzera è al diciottesimo posto). Singapore investe moltissimo nell’insegnamento e nelle architetture scolastiche, come la biblioteca della National University, un «uovo» in vetro e acciaio.

Sembrano trascorsi secoli, non qualche decennio, da quando l’architetto Rem Koolhaas prese Singapore a modello di ciò che definiva generic city. Oggi la definizione più diffusa è smart city, una città intelligente, una sorta di unica, immensa app, che ognuno può visualizzare sul proprio smartphone. Magari per trovare il parco più vicino, non più di dieci minuti a piedi da qualsiasi punto. «In una smart city avete a disposizione tutte le informazioni che vi servono e, grazie a un sistema di information architecture, potete interagire con la città» ha detto Gerhard Schmitt del Politecnico federale di Zurigo, fondatore e direttore del Singapore-ETH Centre. Secondo Schmitt, entro cinquant’anni Singapore apparirà come «un vero e proprio paradiso tropicale».

È lo scenario di un’altra definizione di Singapore: Renaissance City. «Vogliamo che Singapore sia un luogo d’ispirazione e apprendimento per i creativi della nuova società multidimensionale» dice Jean Tan, direttrice della Singapore International Foundation

L’ispirazione si trova in una passeggiata nell’Art Precinct, il distretto artistico, tra musei e centri culturali che ospitano, oltre alle esposizioni permanenti, un cartellone di mostre temporanee e manifestazioni quali la Singapore Art Biennale e il Singapore Writers Festival. Prima tappa di questo tour può essere l’Asian Civilisations Museum, che presenta il più chiaro panorama storico e culturale del Sud-est asiatico. Quindi il Singapore Art Museum, le cui opere compongono la maggior collezione di questa parte di mondo. E ancora il National Museum, dove viene esaltata l’identità nazionale nell’ipertecnologia dell’allestimento. Infine la grandiosa National Gallery, aperta nel 2015. «Uno degli obiettivi è ridefinire il concetto dell’arte nel Sud-est asiatico attraverso esposizioni e ricerche che la facciano comprendere nel contesto globale» spiega il curatore Seng Yu Jin. 

Per molti, specie in Occidente, Singapore appare come il lato distopico della globalizzazione, con tutti i suoi progetti al limite della fantascienza. «Il problema vero è un altro. Gli abitanti di Singapore temono la perdita di quello che hanno conquistato» dice Yeng Pway Ngon. Nel 1978 questo scrittore è stato incarcerato perché sospettato di attività sovversive. Dagli anni Ottanta si dedica alla scrittura e alla sua libreria, la Grassroots Book Room. «Il sistema si è stabilizzato, ha raggiunto il suo scopo. Una volta i libri di Mao erano proibiti; adesso si possono vendere, ma nessuno li compera». Il nostro uomo delle pulizie, il gentile Chan, più che temerne la perdita, sembra soddisfatto di ciò che ha.

È felice, come la maggior parte dei singaporean. Secondo il World Happiness Report (indagine sul livello di felicità in centocinquanta Paesi del mondo) Singapore si classifica al ventiduesimo posto (al primo tra le nazioni del Sud-est asiatico). Per la cronaca, il paese più felice al mondo sarebbe la Danimarca, seguito dalla Svizzera…