Bianco e nero o colore?

Fotografia - Scegliere tra le due opzioni, cromatico/acromatico, è una questione irriducibile
/ 26.09.2022
di Stefano Spinelli

Chiariamo subito l’aspetto centrale: colore vs bianco e nero, non è un reale confronto nel quale uno deve vincere per forza sull’altro. Anzi, i due approcci non sono tra loro antagonisti ma semplici linguaggi diversi, ciascuno dei quali, a modo suo, è capace di operare validamente in quasi tutti gli ambiti del fotografico, dal ritratto al reportage, al paesaggio, alla foto di composizione, all’astratto e via elencando. La domanda «quale scegliere?» sarebbe dunque mal posta, venisse pensata in termini di situazioni in cui utilizzare l’uno invece dell’altro linguaggio. Guardiamola allora a partire da una prospettiva storica.

La fotografia nasce in bianco e nero, ma ben presto – forse fin da subito – si sente l’esigenza di renderla a colori. Vari e più o meno riusciti tentativi sono portati avanti già nel corso dell’Ottocento. È però solo nei primi decenni del secolo scorso che si trova infine il procedimento chimico, adottato poi industrialmente dagli anni Trenta, per la produzione delle pellicole a colori ancora oggi in uso.

A onor della cronaca, il bianco e nero resta in auge per qualche decennio. Ma a partire dagli anni Cinquanta, il colore inizia il suo lento, inesorabile e totalizzante percorso di conquista della rappresentazione fotografica della realtà e del processo di costruzione dell’immaginario collettivo. Oggi, con la fotografia digitale, l’impiego del colore è talmente scontato – è pure la modalità impostata di default di quasi tutti i dispositivi disponibili sul mercato – che la scelta del bianco e nero appartiene ormai solo a ristrette schiere di fotografi sensibili alla misteriosa bellezza di questo linguaggio.

Ciò considerato, possiamo affermare che la società ha dirottato la propria scelta verso il colore, e per motivi che forse la psicologia, la filosofia o le scienze sociali ci potrebbero chiarire.

Sta di fatto, però, che ancora oggi, individualmente, nel nostro fare fotografico capita di trovarci di fronte al dilemma. Vediamo allora da un punto di vista pratico come le cose si svolgono.

Facciamo un salto indietro. Prima del digitale, la scelta tra bianco e nero o colore veniva per forza compiuta prima dello scatto, al momento di decidere con quale pellicola caricare la macchina. In realtà, si può dire che tale scelta veniva tuttavia fatta ben più a monte. Si trattava piuttosto di una scelta di fondo, di adesione a uno di questi due modi di trascrivere il mondo: se non era necessario assecondare le esigenze di ripresa di un’eventuale cliente, il fotografo, nel suo lavoro personale, tendeva – per affinità, sentimento o altro motivo – a utilizzare stabilmente l’uno o l’altro linguaggio. Poteva capitare, prima o poi, che cambiasse l’approccio di ripresa, ma la scelta adottata, di volta in volta, caratterizzava la sua produzione e il suo modo di esprimersi per, più o meno, lunghi periodi. Così facendo, il suo sguardo, il suo linguaggio, nel tempo si educavano e si corroboravano.

Fin quando si usavano pellicole, la continuità nell’uso del colore, o rispettivamente del bianco e nero, permetteva di approfondire le specifiche problematiche che ciascuno di questi linguaggi porta con sé. E di costruire un proprio stile.

Con la tecnologia digitale l’approccio si è ribaltato. Ci sono ancora fotografi che, a priori, decidono di lavorare in bianco e nero, guardando quindi alla realtà sfumata in una tavolozza di grigi. Generalmente, però, la decisione di convertire in bianco e nero determinate immagini viene presa dopo lo scatto, in postproduzione, selezionandone alcune che, pur essendo state scattate attraverso uno «sguardo a colori», potrebbero funzionare anche così.

Si può facilmente intuire come questo modo di procedere, piuttosto casuale e frammentario, non sia la via migliore da seguire se vogliamo ampliare le nostre competenze e di conseguenza rendere più consistente il nostro lavoro. A mio avviso, il modo migliore per crescere con la fotografia consiste nel predefinire gli obiettivi, d’ordine concettuale o tematico, attorno ai quali costruire le nostre serie d’immagini. La scelta, tra l’operare in bianco e nero o in colore, rientra in questo lavoro di definizione degli ambiti che vogliamo esplorare, di precisazione del risultato a cui tendere.

Fatta la scelta – penso in particolare a chi propenderà per il bianco e nero – andate fino in fondo: quando scattate, attenetevi a quanto deciso, e organizzate di conseguenza il vostro sguardo. Perché di questo stiamo parlando: fotografare, significa in un certo qual modo «strutturare lo sguardo» per renderlo il più possibile attento rispetto a quanto ci sta di fronte, così da poterne valutare le potenzialità e impostare l’aspetto tecnico.

Perché mi rivolgo in particolare a chi deciderà di lavorare in bianco e nero? Perché da un punto di vista operativo, scattare in bianco e nero richiede, rispetto al colore, maggiore attenzione. Il colore, per la sua forza di adesione alla realtà, lavorando correttamente, si dà con certa immediatezza: quel che vediamo lo registriamo. Col bianco e nero dovremo invece, prima ancora dello scatto, sforzarci di percepire la realtà come se fosse acromatica, facendo dunque astrazione dei colori presenti nella scena, i quali normalmente guidano il nostro sguardo facilitandoci il compito di decifrare il mondo in cui siamo immersi.

Detta diversamente: è necessario tradurre mentalmente i colori in valori di grigi – dal bianco al nero –, stando attenti alla qualità e alla distribuzione delle luci, ai contrasti, a come questi elementi riusciranno a delineare e descrivere le forme e la materia in assenza di colore. Un’operazione dall’apparenza complessa, ma che diventerà naturale e spontanea esercitandola sistematicamente.

La differenza tra questi due linguaggi, tanto evidente quanto sottile, si rivela nell’effetto di presenza che trasmettono. Realistico il colore – al punto da farci quasi confondere l’immagine con la realtà fotografata –, tende a proiettarci nella concreta consistenza del reale che, per la sua nuda e cruda fattualità, può facilmente risultare banale. Più astratto, invece, e atemporale il bianco e nero: pur restando agganciato alla realtà, la sua maggiore indeterminatezza lascia aperto uno spazio di lettura meno incanalato rispetto al colore, in cui, volendo, liberiamo la nostra immaginazione. Più oggettivo e documentale, il primo, più interiore ed evocativo il secondo.

A noi decidere, seguendo anche la voce della nostra sensibilità, quale dei due linguaggi risulta più opportuno utilizzare ai fini di un nostro discorso. E lavorare di conseguenza.