Arbitri cercansi

Sport - Silvio Papa ci parla della campagna di reclutamento che, in queste settimane e fino al 20 agosto, la Federazione ticinese di calcio sta effettuando
/ 08.08.2022
di Nicola Mazzi

La storia dell’arbitraggio nasce a metà dell’Ottocento quando il calcio moderno inizia a darsi qualche piccola regola. Ispirandosi al cricket, venne coniata la figura dell’umpire, uno per squadra, con il compito di contare i goal fatti e, su richiesta dei partecipanti, di risolvere eventuali casi dubbi. Ma è solo nel 1891, quando le regole del gioco vennero riscritte, che l’International Football Association Board (IFAB) indicò nel referee l’unico direttore di gara che veniva ammesso all’interno del rettangolo di gioco, dotato di un fischietto e con potere decisionale totalmente autonomo. Gli umpires cedettero dunque la loro funzione, diventando supervisori delle linee laterali, i precursori dei guardalinee.

Questo piccolo excursus storico ci introduce nel tema che approfondiamo in questo articolo: quello appunto dell’arbitraggio. E lo facciamo basandoci sulla campagna di reclutamento che la Federazione ticinese di calcio sta effettuando in queste settimane e che scade il 20 agosto. A Silvio Papa (responsabile della sezione arbitri in Ticino) abbiamo posto alcune domande.

Signor Papa, come è l’attuale situazione degli arbitri in Ticino?
Per quanto riguarda i numeri purtroppo siamo sotto la media, in quanto dobbiamo considerare che oltre alle partite dei nostri campionati regionali dobbiamo anche coprire partite che ci vengono assegnate dalla commissione arbitri dell’Associazione Svizzera di Football (ASF), senza contare coloro impegnati nelle leghe superiori. Molte partite devono essere dirette da una terna e questo assottiglia il numero di arbitri a disposizione. Non da ultimo le assenze per congedi, malattie, vacanze eccetera non facilitano il compito del convocatore. Attualmente in quanto a numeri siamo sul filo del rasoio, per poter far fronte ai vari impegni ci mancano almeno 50 arbitri e a malincuore si constata che l’interesse per questa attività non è altissimo. Molti chiedono informazioni ma alla resa dei conti solo una minoranza si iscrive ai corsi. Lo scorso campionato abbiamo avuto fortuna, grazie anche a un coaching non indifferente, di promuovere tra le categorie di attivi circa quaranta arbitri, molti dei quali in giovane età, il che ci fa ben sperare per il futuro.

Nelle scorse settimane è uscita la campagna di reclutamento. Ci illustra i passi per poter diventare un arbitro? Quali requisiti sono necessari?
Negli scorsi anni abbiamo sempre puntato sul reclutamento fatto direttamente dalle società, ma ci siamo accorti che questo non bastava. Alcune società erano già ampiamente coperte, per cui non si muovevano più di quel tanto, altre avevano difficoltà nella ricerca di persone adatte al ruolo e abbandonavano ogni tentativo. A questo punto abbiamo deciso di intraprendere una campagna su larga scala. I requisiti per iniziare l’attività sono i seguenti: avere minimo 15 anni, essere domiciliati in Svizzera, avere buone doti fisiche, carattere, forza di volontà e motivazione, è poi necessario aver superato i test teorici e fisici e non da ultimo avere disponibilità di tempo.

C’è un compenso per le partite arbitrate o è puro volontariato?
Per ogni partita si riceve un compenso forfettario che a livello regionale si aggira tra gli 80 e i 100 franchi. Se la trasferta dovesse oltrepassare i 50 Km dal proprio domicilio (solo andata) l’arbitro ha il diritto di fatturare un supplemento di 30 franchi.

In Ticino abbiamo avuto un’ottima tradizione di arbitri con la punta di diamante che è stata Massimo Busacca. Crede che nei prossimi anni potremmo contare su nuovi «fischietti» di livello nazionale e internazionale?
La nostra è una piccola regione, attualmente direi che è ben rappresentata nelle leghe superiori. Luca Piccolo arbitro di Super League, Sladan Josipovic assistente di super League e FIFA e Devis Dettamanti assistente di Super League, Simona Ghisletta arbitro FIFA femminile, mentre altri sono ben piazzati in 1. Lega e stanno «lottando» per fare il salto di categoria. Fare previsioni per il futuro è molto difficile e dipende da diversi fattori, ma sono convinto che con il lavoro, la forza di volontà e soprattutto con la disponibilità le porte sono aperte. I giovani ci sono, ora sta a loro dimostrare il proprio valore.

Negli ultimi anni si stanno facendo strada anche le arbitre. Da settembre, infatti, anche nella serie A italiana ci sarà una donna ad arbitrare partite tra uomini. Alle nostre latitudini come siamo messi su questo fronte?
A livello nazionale si stanno facendo passi da gigante e in tutti i grandi tornei siamo ben rappresentati. Esther Staubli oltre a essere arbitro di SL è anche arbitro FIFA femminile. Per quanto riguarda il Ticino le donne arbitro sono unicamente tre e non nascondiamo che siamo un passo indietro in confronto alle altre regioni. A dire il vero qualche iscrizione al femminile l’abbiamo avuta, ma alla resa dei conti ci siamo accorti che erano iscrizioni di facciata senza alcuna possibilità di successo.

Con l’introduzione del Var la responsabilità di alcune decisioni importanti non è più solo dell’arbitro principale, ma è condivisa. Che bilancio fa di questa esperienza? In che modo è migliorabile?
Il Var ha fatto, fa e farà discutere, ma comunque è un buon supporto per il direttore di gioco. Come tutte le cose necessita anch’esso di un apprendistato e il suo protocollo composto da una decina di pagine non è conosciuto da tutti, come peraltro le 17 regole di gioco, e da qui le innumerevoli prese di posizione di chi ignora la materia. Sicuramente dei punti da migliorare ci sono, ma ritengo che si debba lasciare agli esperti questo compito, in quanto la materia è molto ampia, non sempre facile da gestire e soprattutto da applicare.

Un ultimo aspetto, tra i molti, che vorremmo toccare è quello del professionismo. Qual è l’attuale situazione in Svizzera?
Professionismo sì o professionismo no? Una domanda che molti si fanno. In Svizzera abbiamo alcuni semi-professionisti legati come lavoro all’ASF. A mio parere, l’ideale sarebbe un semi-professionismo ben fatto, nel senso che venga lasciata all’arbitro la possibilità di muoversi liberamente tra lavoro e arbitraggio. In questo caso ognuno avrebbe il tempo sufficiente per prepararsi sia mentalmente sia fisicamente, assicurando così il recupero dopo ogni partita. Sono scettico su un professionismo totale e qui mi riferisco in modo particolare a eventuali infortuni che possono chiudere prematuramente la carriera e che aprono altri punti interrogativi: assicurazioni, difficoltà nella ricerca di un nuovo lavoro, e via elencando.